Uno dei mantra della narrazione liberale, ripetuto allo sfinimento su ogni media mainstream, è quello della scarsa produttività italiana. Non passa giorno che, ad ogni sensata critica al modello di “sviluppo” che abbiamo adottato dalla fine degli anni anni ’70, venga risposto:

“il problema dell’Italia non è il modello neoliberista, non è la compressione salariale o l’austerità , non è la UE o l’Euro, né la precarietà lavorativa, ma è la produttività”.

Una tesi che si porta appresso alcuni corollari, a volte esplicitati, altre lasciati intendere, che vanno dalla colpevolizzazione dei lavoratori (poco “produttivi” perché scansafatiche),  ad un più generale condanna della “naturale tendenza italiana” ad evitare le dovute “riforme” liberali, che riuscirebbero finalmente a riportare il paese sul sentiero della crescita (se solo il popolo non fosse, intrinsecamente,  “catto-fascio-comunista”).
Come tutti gli altri “miti” che abbiamo esaminato nei precedenti contributi per questa testata, anche questa tesi è falsa,  ideologica e destituita di qualsiasi fondamento fattuale, invertendo, come andremo a spiegare, cause ed effetti.

Partiamo dalla definizione di produttività del lavoro: si tratta del rapporto tra il PIL ed il numero di ore lavorate (o il numero dei lavoratori). In realtà un’analisi approfondita dovrebbe prendere in considerazione anche un parametro più complesso, la produttività multifattoriale, ma non è quella che viene riportata sui grafici che ci vengono proposti per dimostrare che il nostro problema è la scarsa produttività ed è comunque un concetto parecchio dibattuto nella sua utilità euristica, per cui possiamo ignorarla per amore di semplicità.
Quindi, una volta stabilito che la produttività del lavoro è il rapporto tra quanto produciamo (il PIL) e la quantità di lavoro impiegato a produrlo, possiamo passare a osservarne l’evoluzione, cercando di smontare la spiegazione liberale (e colpevolizzante, da articolo medio del Sole 24 Ore) per provare ad avanzare ipotesi alternative.

Produttività Italia e Germania

Partiamo dal confronto della produttività del sistema Italia con quello tedesco. Come è ben evidente dal grafico, fino al 1990 la crescita della produttività è la medesima nei due paesi. Lungi, quindi, dall’esservi un’ “antropologica tendenza alla pigrizia e all’arretratezza” del Belpaese, la differenza deve crearsi in un dato momento storico, per evidenti motivi politici ed economici. Quel momento va individuato a fine anni ’80, quando incomincia a crearsi quel gap che, soprattutto negli anni 2000, diventa impressionante. In questa sede non ci interessa individuare nel dettaglio che cosa sia cambiato. Lo abbiamo già fatto altrove sottolineando l’influenza nefasta di Euro ed UE da una parte e l’implementazione delle “riforme” neoliberali in campo macroeconomico, di politica del lavoro, di gestione dei saldi di finanza pubblica, dall’altra. Ci limitiamo tuttavia a prendere atto (e non possiamo fare altrimenti) che le riforme caldeggiate dai sostenitori della tesi della “scarsa produttività italiana” come fattore di arretratezza del paese sono  state implementate proprio a partire dai primi degli anni ’90 quando, cioè, come abbiamo visto, sono iniziati i nostri problemi.

Altri fattori non casualmente concomitanti: l’ingresso in un sistema di cambi fissi come la zona euro e la sequela di robusti avanzi primari realizzati a partire dal 1995. Se qualcosa comincia ad andare storto, comincia proprio quando quel tipo di riforme e di scelte strategiche di lungo periodo vengono attuate. Il che ci fa eufemisticamente sorgere il dubbio che quella suggerita a tambur battente non sia esattamente la strada giusta e che, anzi, sia proprio parte del problema.

Produttività nella UE

A questo punto è opportuno allargare il campo ed esaminare come vanno le cose in Europa negli anni 2000. Il grafico della produttività ricalca quello del PIL e la crisi del 2009 è perfettamente evidenziata. D’altronde la cosa non può stupirci. Se la produttività, come abbiamo detto, è un rapporto tra PIL ed ore lavorate, chiaramente un pesante decremento del PIL porterà (né c’è da stupirsene) ad una minore produttività del lavoro. E’ una banalità, certo, ma è anche un’osservazione totalmente rimossa nella discussione sul problema. Al contrario viene, ipocritamente, fatta passare l’idea intuitiva (ma falsa) che  la”produttività” dipenda solo da quanto lavorate, da quanto sia efficiente il vostro lavoro o, nel migliore dei casi, dall’ “arretratezza” o dalla “modernità” del sistema produttivo in cui lavorate.

Questo messaggio ingannevole è finalizzato, ovviamente, a legittimare l’attuazione di “riforme” che rendano il lavoro sempre meno tutelato, e a rappresentare legittime richieste di salari più alti e servizi sociali estesi ed efficienti come “vizi che non possiamo permetterci”.

In realtà l’argomentazione andrebbe ribaltata. Prima ancora di contestare il fatto che le “riforme” liberali aumentino la produttività del lavoro (e abbiamo visto commentando il grafico precedente che gli anni ’90, in cui le stesse vengono implementate, vedono un blocco della produttività), evidenziando che la precarietà tende ad incidere negativamente sulla formazione dei lavoratori e sul loro rendimento, che l’austerità influisce sul tasso di investimenti, prima di tutto questo, dicevamo, bisognerebbe invertire radicalmente la lettura.

La produttività, come abbiamo visto, è un indicatore collegato alla crescita del PIL, più che viceversa. Un sistema che cresce, che è in grado di sfruttare a pieno il proprio potenziale produttivo, è un sistema in cui, appunto, la produttività cresce, perché cresce il PIL, e quindi gli input lavorativi che contribuiscono a questa crescita sono messi nelle condizioni di essere utilizzati a pieno.

Un sistema coartato da politiche di austerità e deflattive tenderà ad avere un PIL più basso. E non potendo scaricare in pieno, come vorrebbero i liberisti, questa mancata crescita sui lavoratori (licenziando come se non ci fosse un domani) la produttività dovrà naturalmente decrescere o ristagnare.

Il caso della Spagna a tale proposito è esemplificativo. E’ l’unica nazione (fra quelle presenti nel grafico) a non mostrare un crollo della produttività nel 2009. Certo, perché hanno fatto un deficit enorme per rimettersi in piedi (e anche questo è un qualcosa che nel modello ordoliberale viene stigmatizzato). Ma anche perché hanno operato sull’altra variabile: la disoccupazione è schizzata oltre il 20%, le ore lavorate sono crollate.

E’ diminuito il PIL, ma questa diminuzione è stata risolta scaricandola sull’altro termine del rapporto: il lavoro. Diminuisce il PIL, ma se diminuiscono ancora di più o almeno alla pari le ore lavorate (o i lavoratori, a seconda di quale fattore stiamo osservando), allora la produttività non scende. Ma il prezzo sociale è abnorme.

Italia: produttività per settori

Produttività Produttività Industria.

Un’ultima precisazione ci viene da questi grafici in cui la produttività italiana è divisa per settori: l’industria vede una produttività in netta ascesa, superiore ai massimi del 2007. Sono i servizi a ristagnare, e soprattutto le costruzioni a crollare (ancora prima del 2007). Il bocconiano spiegherebbe questi dati con una tirata sulla struttura arretrata dei nostri settori produttivi. Ma allora, si potrebbe replicare, non si capisce perché l’industria dia una prova migliore dei più moderni servizi (anche tenendo conto che il settore servizi è tremendamente variegato ed inclusivo di tutto, anche di un piccolo commercio di base certamente non moderno).
La realtà, se adottiamo il prisma della produttività dipendente dal pieno sfruttamento delle capacità produttive e non come precondizione del PIL stesso, è che l’industria (almeno quella orientata all’export) può godere della gigantesca crescita globale del periodo. E quindi aumentando la produzione già di per sé, prima ancora di parlare di efficienza ed economie di scala, aumenta il PIL e di conseguenza la produttività. Le costruzioni, in un contesto di asfissia del mercato immobiliare, possono solo perdere fatturato e quindi produttività. I servizi, tra crisi della domanda interna (che colpisce tutto il commercio) e crisi bancaria, chiaramente stagnano.
In conclusione, facendo una sintesi, possiamo notare due cose. Primo: le riforme liberali, anche sposando un concetto di produttività volontariamente confuso con quello di efficienza dei fattori produttivi, sono deleterie. Lavoratori precari, formati male, investimenti in calo e ricerca del profitto attraverso la compressione dei costi, non possono certo produrre altro che un calo, non un aumento, della produttività.
Ma ancora più importante è che la produttività, prima ancora che alla efficienza, è collegata alla capacità di fare funzionare appieno i fattori produttivi ed alla crescita. E non viceversa. Un sistema artificialmente spinto a non crescere a causa di politiche di austerità e di compressione dei salari e della domanda interna (a tutela della rendita), avrà strutturalmente un PIL stagnante o declinante. E quindi una produttività decisamente minore di uno messo in grado di “spingere” appieno. Proprio il contrario di ciò che ci viene raccontato. La bassa crescita è causa primaria, non effetto, della bassa produttività.

La narrativa contraria, fino a che dominerà il dibattito e le decisioni politiche, non potrà che spingerci in un circolo vizioso che vede come unica soluzione quella spagnola, e cioè una disoccupazione strutturalmente alta per non perdere produttività anche durante le pesanti fasi recessive. Che, prive del riequilibrio di una stabile domanda interna fatta di salari decenti per un ampio numero di persone  dipende, a quel punto, in toto, dall’export e dal disperato tentativo della BCE di pompare liquidità nel sistema.

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Articolo di Amos Pozzi per Saker Italia dell’ 8 agosto 2019

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