Inizialmente modellata sulla rapida strategia per vincere la guerra di Hitler, l’offensiva della NATO non doveva durare più di tre o quattro giorni prima che la Jugoslavia cedesse. Alla fine durò più di settanta giorni.

Mentre il 24 marzo è passato in gran parte inosservato in Occidente, dove avrebbe dovuto suscitare enormi sfoghi di vergogna e pentimento, a Mosca è stato ricordato da Marija Zacharova, che lo ha giustamente definito “una macchia eterna sulla reputazione della NATO”. In quel giorno del 1999, invocando come pretesto l’urgente necessità di proteggere dalla persecuzione la minoranza albanese del Kosovo, l’alleanza della NATO, sotto la guida coordinata dei principali paesi occidentali, iniziò la sua Blitzkrieg contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.

Inizialmente modellata sulla rapida strategia per vincere la guerra di Hitler, l’offensiva della NATO non doveva durare più di tre o quattro giorni prima che la Jugoslavia si piegasse. Alla fine, durò più di settanta giorni, con un finale militare e politico sul campo che non fu tra i momenti più brillanti negli annali della NATO. Negli ultimi giorni della lotta impari per sottomettere una nazione coraggiosa, che aveva solo una frazione delle risorse dell’aggressore, fu praticamente come se Hitler fosse stato costretto a chiedere la pace ad una delle sue vittime designate. Oltre ad essere irrimediabilmente distruttiva per le infrastrutture civili, scuole, ospedali, uffici postali e ponti, e dopo aver ucciso diverse migliaia di civili, l’offensiva della NATO non stava andando esattamente da nessuna parte. Castigati dalla loro totale incapacità di intaccare le difese di terra serbe, i generali della NATO hanno ripetutamente rinviato e alla fine scartato l’opzione di un’invasione di terra, che nella loro stima probabilmente corretta avrebbe portato ad una carneficina politicamente inaccettabile delle loro truppe.

Ciò che rimaneva era di raddoppiare lo sforzo per, vendicativamente e sistematicamente, dall’altitudine sicura di 30.000 piedi, radere al suolo il paese vittima. Era un’applicazione pratica nel cuore dell’Europa (non che sarebbe stato giustificato altrove) del ritornello neandertaliano dei pianificatori militari del “mondo libero” a cui questo o quel paese deve obbedire o essere “bombardato fino a tornare all’età della pietra”. I Neanderthal erano, ovviamente, sistemati al sicuro nei loro uffici del Pentagono e di Bruxelles, mentre i loro accoliti stavano conducendo incursioni omicide da altezze che erano in gran parte irraggiungibili per le difese aeree della Jugoslavia. La costante cancellazione dei beni della Jugoslavia stava esigendo il suo pedaggio, mentre l’immensa mobilitazione popolare contro la barbarie che aveva preso il via per le strade di Europa e America rappresentò una dura sfida politica per i governi europei vassalli, e cominciò a mettere a dura prova il tessuto stesso dell’alleanza della NATO.

Alla fine, la NATO era pronta per quasi ogni sorta di pace salva-faccia. Parallelamente all’intensificarsi dei bombardamenti, giocò la sua ultima carta nella persona di un politico finlandese corrotto, Martti Ahtisaari, che spronò il presidente Slobodan Milosevich ad adottare una posizione più “flessibile” minacciando di bombardare a tappeto Belgrado, un chiaro crimine di guerra anche se non effettivamente messo in atto e utilizzato solo come strumento di perversa diplomazia neandertaliana. Il Presidente Milosevich obbedì alla sua coscienza, a torto o a ragione, e decise per una tregua assolutamente necessaria per dare alla malvagia alleanza il salvataggio di faccia di cui aveva bisogno per portare a termine la sua aggressione su qualcosa di simile a termini “onorevoli”.

Il prezzo politico per il cessate il fuoco che la Jugoslavia esigette fu formidabile, almeno in termini puramente teorici. Fu la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che stabilì che le province del Kosovo e della Metohija erano inalienabilmente territorio jugoslavo (e, con la successiva dissoluzione della Jugoslavia, della Serbia) e che sotto l’egida dell’ONU alle truppe NATO sarebbe stato permesso di entrarvi solo per lo scopo di vigilare sulla pace e garantire la sicurezza di tutti i gruppi etnici che vi risiedono, in attesa di una risoluzione negoziata delle questioni in sospeso. Considerando la grossolana sproporzione di forza tra le parti, per i serbi quella fu a prima vista un’epica vittoria morale e politica, anche se la NATO non aveva la minima intenzione di onorare i termini dell’accordo firmato. Come smacco finale, sotto gli occhi di tutto il mondo, l’esercito serbo si ritirò dal Kosovo praticamente intatto e in perfetto ordine dopo oltre due mesi di bombardamenti che avevano quasi del tutto mancato il bersaglio.

Ciò che restava, tuttavia, erano tonnellate di munizioni tossiche e illegali all’uranio con un’emivita di diversi milioni di anni a contaminare il suolo e rovinare la salute delle generazioni a venire. Ma quello era il prezzo prevedibile della “liberazione” della NATO.

La conseguenza di gran lunga più storica e chiaramente involontaria dell’avventura della NATO in Kosovo è ciò che accadde dopo, qualcosa che l’Alleanza e la leadership politica occidentale rimpiangeranno fino alla loro morte. Come notato nel tweet dell’ambasciata russa a Washington, “Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale venne commessa un’aggressione contro una nazione europea sovrana, un partecipante attivo alla coalizione anti-Hitler, uno dei fondatori delle Nazioni Unite”. Le implicazioni di questi oscuri fatti non passarono senza essere state comprese a fondo a Mosca. Infatti, vennero capiti fermamente e in tempo reale dal Primo Ministro Evgenij Primakov, che era in viaggio per Washington quando iniziò l’aggressione, che ordinò immediatamente al suo aereo di fare un’inversione a U nel mezzo dell’Atlantico e tornare a casa. Quell’esperienza inaugurò una nuova era nella geopolitica, essendo del tutto inutile un’ulteriore elaborazione di questo punto.

Lo scrivente, che nel 2004 vide il Signor Primakov per un’altra questione, su specifica richiesta di sua madre e a nome del popolo serbo, ha avuto lo straordinario onore di ringraziare lo statista russo per il suo gesto coraggioso e stimolante che – ora a posteriori possiamo concludere con sicurezza – ha veramente cambiato il mondo.

*****

Articolo di Stephen Karganovic pubblicato su Strategic Culture il 31 marzo 2021
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

__________

La redazione di Saker Italia ribadisce il suo impegno nella lotta anti-mainstream e la sua volontà di animare il dibattito storico e politico. Questa che leggerete è l’opinione dell’autore; se desiderate rivolgere domande o critiche purtroppo questo è il posto sbagliato per formularle. L’autore è raggiungibile sul link dell’originale presente in calce.

L’opinione dell’autore non è necessariamente la nostra. Tuttavia qualsiasi commento indecente che non riguardi l’articolo ma l’autore, sarà moderato, come dalle regole in vigore su questo sito.

Condivisione: