Il 24 marzo 1999 era un ordinario giorno di scuola di metà settimana a Belgrado (mercoledì). All’improvviso, metà della mia classe liceale se ne andò in silenzio per andare a casa prima, citando i parenti d’oltreoceano che dicevano che la campagna di bombardamenti della NATO era iniziata nel sud, inclusa un’autorizzazione per colpire Belgrado. I miei amici e io (per i quali la TV satellitare era un lusso inimmaginabile!) lasciammo con riluttanza la nostra lezione interrotta, ognuno di noi sprofondò nei nostri pensieri su ciò che il conflitto poteva effettivamente significare. Ricordavamo bene i convogli di rifugiati [entrambi i link in inglese] che attraversavano il confine occidentale della Serbia durante le guerre croate e bosniache, con molti bambini rifugiati che frequentavano anche la nostra scuola e che alla fine si erano mescolati con la gente del posto. L’emittente televisiva statale RTS stava mandando il suo solito palinsesto, pesantemente controllato dagli sgherri di Milošević, senza alcun segno di eventi tremendi. Verso le 20:12, che era l’orario delle telenovele latine molto popolari, ci fu un forte botto e tutte le finestre del nostro condominio tremarono. Sono petardi? Poco dopo iniziò la sirena dei raid aerei; l’ormai famoso commentatore del canale televisivo indipendente Studio B, Avram Izrael [in serbo], stava per iniziare con il suo commento quotidiano sui raid aerei. Questa fu la prima bomba sganciata su Belgrado, una capitale europea durante un’operazione militare offensiva, e colpì molto vicino a casa. Nelle nostre vicinanze c’erano diverse strutture militari sotto le montagne Straževica e Avala, che divennero un obiettivo quotidiano per l’ennesimo esperimento balcanico della NATO. Il simbolo di Belgrado e della ex-Jugoslavia, il trasmettitore televisivo Torre Avala, venne distrutto durante uno di questi raid, solo sei giorni dopo che il quartier generale dell’RTS era stato bombardato, uccidendo una dozzina di giornalisti, evento che Amnesty International ha dichiarato “crimine di guerra[in inglese].

Non avevamo un rifugio antiatomico nel nostro edificio (in tutta la ex Jugoslavia se ne possono ancora trovare alcuni), e una famiglia aveva costruito un’abitazione nel nostro seminterrato, di cui aprivano generosamente le porte di notte ai bambini, inclusa me stessa e il mio migliore amico che ci visitava spesso. Gli edifici più recenti avevano rifugi adeguati risalenti alla vecchia Jugoslavia, ma non potevamo andare lì perché erano già pieni. I nostri vicini stavano accumulando benzina nel seminterrato; se una bomba fosse caduta sul nostro edificio, saremmo diventati un gigantesco petardo noi stessi. Ricordo di aver infilato tutti i nostri beni più importanti (gioielli di famiglia e un po’ di denaro in valuta estera) in un orso bruno (un souvenir dall’Australia) con una grande cerniera sul ventre, e tenevo i nostri passaporti a portata di mano. Il mio era diverso: aveva un francobollo dell’ambasciata australiana e un visto turistico di 3 mesi su di esso, non utilizzato. Le ambasciate stavano chiudendo insieme ai confini. Solo quella ungherese rimase aperta, ma la NATO aveva già preso di mira un convoglio di rifugiati albanesi, e lo presentarono come danni collaterali. Una domanda era in giro: stavamo per finire bersaglio di uno di questi “missili vaganti”, aggiungendoci alle vittime civili di questo conflitto? I ponti a Novi Sad erano già stati distrutti mentre la gente li attraversava. L’ambasciata cinese a Belgrado era stata colpita [tutti e quattro i link in inglese], uccidendo tre persone e ferendo venti membri del personale dell’ambasciata. L’autobus doveva fare svariati giri per arrivare al confine settentrionale, mentre c’erano soldati che si nascondevano tra i cespugli vicino all’autostrada, come potevo vedere attraverso una finestra annebbiata, con mia madre che mi accompagnava al nostro addio a Budapest e al breve soggiorno lì organizzato da un parente. C’è una considerevole comunità serba in Ungheria (una volta grande gruppo etnico all’interno dell’Impero Austro-Ungarico) e un’orchestra di rom suonava una famosa canzone con parole minacciose per noi, al tavolo della cena “Addio per ora, e chissà quando e dove ci rincontreremo”.

Questo fu una quindicina di giorni dopo l’inizio delle incursioni. La mia memoria di quell’epoca è ancora vivida, cruda e incontaminata. La sensazione di strana, pericolosa eccitazione nell’ascoltare il fuoco antiaereo e nell’osservare la capitale coperta dall’oscurità primaverile mentre l’elettricità veniva tagliata. La gente non era sicura che la luce attirasse l’attenzione delle invisibili macchine per uccidere che potevamo sentire minacciosamente sopra le nostre teste; di conseguenza tutti erano riluttanti ad accendere perfino le candele. C’era il suono persistente di cani che ululavano per le strade. C’erano numerose scene di persone che protestavano con musica e canti contro i bombardamenti nel centro della città, mentre si trovavano con aria di sfida sui principali ponti di Belgrado, difendendoli dalle bombe della NATO. Migliaia di persone ogni giorno si riunivano. Era un’ispirazione a vivere ogni giorno come veniva. Le persone salutavano le bombe con umorismo e canti.

Per i dipendenti pubblici era obbligatorio andare al lavoro, mettendo i cittadini in pericolo. L’azienda di mia madre, il famoso centro congressi Sava Centar (fu originariamente costruito perché la Jugoslavia ospitasse la prima conferenza del Movimento dei Non Allineati nel 1961) era nella lista obiettivi della NATO, in quanto ospitava uno dei tre principali canali televisivi. Fu una fortuna che non venne colpito durante la smania di bombardamenti della NATO nel cuore dell’Europa sud-orientale.

Tempi surreali per gente surreale, i vicini si salutano con un sorriso vero per la prima volta da anni o addirittura da decenni. Alcuni mandano i loro bambini in campagna, solo perché alcune aree possono essere colpite causando danni collaterali ancora più gravi. Ciò che stava realmente accadendo in Kosovo non venne trattato abbastanza a livello locale, proprio come quello che stava accadendo nel resto della Serbia e del Montenegro non venne trattato abbastanza a livello internazionale. Per me poi arrivarono un biglietto di sola andata per l’Australia e una meravigliosa famiglia australiana con la quale vissi mentre frequentavo un prestigioso college Anglicano a Perth. Non mi guardai indietro, ma una parte del mio cuore rimase lì per sempre. La custodia venne trasferita a mio padre dall’Australia in modo che il mio status potesse essere reso permanente. Meno di un decennio dopo lavoravo, ironicamente, come funzionario parlamentare a Canberra, consigliando i parlamentari australiani sulla NATO!

Tutto mi tornò in mente lo scorso mese con un tremendo promemoria; il 20° anniversario dell’attacco brutale, non provocato e straordinario di 19 membri della NATO contro una nazione sovrana in Europa, la Repubblica Federale di Jugoslavia, composta da Serbia e Montenegro. Come testimone vivente adolescente di quella tragedia paneuropea, il 24 marzo sarà ricordato come un giorno nero per molte persone che vivono nel cuore dei Balcani e dei loro figli che ora risiedono in Occidente, come risultato di quel conflitto. Per 78 giorni hanno dovuto rivivere alcune delle esperienze dei loro antenati, che furono bombardati a tappeto durante la Seconda Guerra Mondiale, in un caso di amara ironia storica, prima dai nazisti con l’Operazione Castigo nel 1941, poi dalle forze alleate, che, secondo molti resoconti, si comportarono ancora peggio, e in cui alcuni membri della mia famiglia persero le loro giovani vite. La Guerra del Kosovo è stata una svolta drammatica per la politica internazionale, suggerendo i limiti e l’ipocrisia dell’intervento umanitario. Persino i sostenitori di vecchia data di tali diritti, tra cui Václav Havel, ritennero necessario [entrambi i link in inglese] attaccare la Repubblica Federale di Jugoslavia senza un’approvazione esplicita del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante avesse solo il 35% della popolazione che lo sostenesse. Con ottimismo ingiustificato, disse che questa era stata la prima guerra non intrapresa “in nome di “interessi nazionali””.

Il bombardamento della NATO al territorio serbo e montenegrino, iniziato con zelo evangelico dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton (che doveva riprendersi dallo scandalo di Monica Lewinsky) e dal primo ministro britannico Tony Blair, avvicinò il mondo ad un’altra pericolosa crisi tra Forze occidentali e russe. Un conflitto più grave venne probabilmente evitato grazie alle rapide considerazioni del tenente generale britannico Sir Mike Jackson, che resistette allo scontro militare con Mosca fermamente difeso dal suo capo, il comandante della NATO Wesley Clark con le parole ormai famose [entrambi i link in inglese]: “No, non lo farò. Non vale la pena iniziare la Terza Guerra Mondiale”. La NATO, tuttavia, bombardò ospedali, scuole, parchi giochi per bambini, stazioni di rifornimento, treni, fabbriche, il tutto in nome della “pace” e della “prevenzione dei conflitti”. Centinaia di migliaia di persone rimasero sfollate a causa di questo conflitto.

Ricavare il territorio del Kosovo da una nazione sovrana in Europa andò contro tutti i principi del diritto internazionale che il mondo conosceva, causando un punto di svolta nelle relazioni dell’Occidente con la Russia e introducendo un nuovo principio politicizzato del cosiddetto “intervento umanitario”. L’operazione militare della NATO venne, ironia della sorte, denominata “Angelo Misericordioso”, dando un precedente agli scenari di cambio di regime dall’Iraq nel 2003 alla Libia [in inglese] nel 2011. Causò anche un’altra migrazione di massa nei Balcani, con centinaia di migliaia di persone prima sfollate all’interno della regione, poi nei due anni seguenti emigrate dai Balcani verso l’Europa occidentale e oltre attraverso i mari, fino all’Australia e alla Nuova Zelanda. L’intervento perpetrò proprio ciò che doveva fermare: masse di sfollati e distruzione.

I Balcani vivono ora con il retaggio di quell’impulso umanitario avviato dai paesi della NATO, fortemente contaminato dall’uranio impoverito proveniente dalle bombe della NATO, con gravi conseguenze per la salute umana, animale e ambientale ancora pesantemente dibattute. Attualmente i serbi vorrebbero avviare una causa contro la NATO [tutti e tre i link in inglese] per la contaminazione e il danno fatto. I bombardamenti hanno distrutto gran parte dell’industria serba, poiché gli obiettivi non erano solo militari: scuole, ospedali, fabbriche, distributori di benzina, stazioni televisive e altre infrastrutture civili hanno sofferto terribilmente per i bombardamenti della NATO. La Serbia e la sua provincia separatista del Kosovo trasformatasi in uno stato semi-indipendente (grazie all’assistenza internazionale) sono ora tra le aree più povere d’Europa, con una massiccia fuga di cervelli, disoccupazione giovanile e crescente disuguaglianza sociale, nonché dipendenza dalle rimesse dall’estero. Eppure rimane molto popolare come destinazione di viaggio ambita, famosa per la sua vita notturna e la sua sfida [tutti e quattro i link in inglese] attraverso la musica e l’umorismo manifestatasi quotidianamente durante i bombardamenti della NATO e la campagna mediatica contro i serbi e la Jugoslavia nel 1999.

Ho continuato a fare cose straordinarie in Australia, ottenendo quattro lauree e lavorando come impiegata statale e parlamentare. Tutti i miei studi hanno affrontato anche la questione della Guerra del Kosovo in modi diversi, tutti inevitabilmente ritenuti debilitanti per il panorama europeo: la mia tesi di laurea vedeva la Guerra del Kosovo come il catalizzatore del cambiamento nella politica estera tedesca e italiana dopo la Guerra Fredda; la mia tesi di master la vedeva un ostacolo alla democratizzazione nei Balcani, e nel mio dottorato di ricerca la considerava un lascito che ha ritardato le prospettive di adesione della Serbia all’UE fino ad oggi. Ho fornito consigli personalizzati e indipendenti ai presidenti del parlamento federale, che spesso mi portavano ai loro incontri con i dignitari internazionali. Ho portato una delegazione parlamentare all’estero e ho facilitato le visite di molti visitatori internazionali al Parlamento, compresi quelli della NATO e un importante lobbista a favore della Guerra del Kosovo, che ho trovato piuttosto piacevole a livello personale. Anche se ho creato una giovane famiglia a Sydney, il conflitto esiste ancora nei miei sogni e nel sentimento di sradicamento che occasionalmente portano con sé, insieme alla sensazione che siano stati commessi dei crimini durante quei 78 giorni da parte di 19 membri della NATO, che hanno costruito in Kosovo la più grande base militare dell’Europa sudorientale.

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Articolo di Nina Markovic Khaze pubblicato su Counterpunch il 10 aprile 2019.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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