Il 27 maggio il presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha esortato ad affrontare la verità e a riconoscere che la Serbia ha perso il Kosovo. Il 28 maggio le unità della polizia kosovara si sono introdotte nei distretti serbi nel nord del Kosovo e hanno arrestato circa due dozzine di persone, inclusi agenti di polizia del Kosovo di nazionalità serba e anche un dipendente russo della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo.

Di conseguenza, Vucic è stato costretto a mettere in allerta l’esercito serbo e le forze speciali della polizia. La crisi non ha ancora causato ulteriori sviluppi. Tuttavia, ci è stato dimostrato ancora una volta che la pace nei Balcani è estremamente fragile, e può esplodere in una nuova guerra in qualsiasi momento.

Una provocazione nelle condizioni di resa

C’è una domanda logica da fare: perché il presidente dell’autoproclamato Kosovo Hashim Thaçi ha scelto di organizzare questa provocazione proprio nel momento in cui la leadership serba è stata più vicina alla capitolazione sulla questione del Kosovo.

Dopotutto, le azioni della polizia albanese non solo hanno eccitato i radicali serbi, ma hanno dato loro una bella argomentazione contro la politica arrendevole del governo. Aleksandar Vucic, che non ha ricevuto un chiaro sostegno in relazione alla questione del Kosovo né dal proprio partito né dalla società serba, sarà costretto ad adottare una linea più dura. Inoltre, se in questa occasione tutto finisse in una dimostrazione militare, la prossima volta portare l’esercito alla piena preparazione al combattimento potrebbe non essere sufficiente per calmare la società serba, e un conflitto militare scoppierà nonostante la mancanza di desiderio dei politici di iniziarne uno.

Tuttavia, quando parliamo della mancanza di desiderio di iniziare una guerra, stiamo parlando dei politici serbi. A Belgrado i politici filo-occidentali e i nazionalisti moderati del Partito Progressista Serbo di Vucic, che nel passato hanno preso le distanze dall’inconciliabile Partito Radicale Serbo di Vojislav Šešelj, continuano a mantenere il paese verso l’integrazione nell’UE.

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Tuttavia, l’illusorietà delle prospettive di adesione all’Unione Europea e le azioni provocatorie delle autorità albanesi del Kosovo minano le posizioni dei conciliatori, aprendo la strada ai radicali perché arrivino al potere.

Perché Hashim Thaçi ha bisogno di un altro conflitto con la Serbia? Dopotutto, il Kosovo è sotto il suo controllo e l’Occidente ha riconosciuto l’indipendenza dello stato autoproclamatosi e, come le attuali autorità serbe, sta cercando di risolvere la crisi, anche al prezzo di massime concessioni, in realtà a condizioni albanesi.

Hashim Thaçi sa molto bene che Vucic, dal momento in cui è stato insediato a presidente della Serbia l’1 giugno 2017, ha iniziato ad attuare il corso filo-europeo, che sancisce il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte della Serbia. Inoltre, Thaçi, dopo un incontro con Vucic il 3 luglio 2017, ha irradiato ottimismo, e ha affermato di credere nella possibilità della riconciliazione tra serbi e albanesi “a beneficio del Kosovo, della Serbia e di tutta la regione”. Thaçi conosce molto bene anche i problemi politici interni che affliggono Vucic in connessione con la sua intenzione di accettare le condizioni di Pristina per risolvere la questione kosovara.

Riuscire ad ottenere un punto d’appoggio prima che l’Occidente diventi troppo debole

Non pensiamo che le cose siano più complesse di quanto non siano. Se un politico così scaltro come Thaçi provoca un conflitto nonostante sia in condizioni, apparentemente, di raggiungere i suoi obiettivi in modo pacifico, significa che ha bisogno di un conflitto. Altrimenti non proverebbe ad interrompere l’iniziativa di pace di Vucic, organizzando un raid terroristico della polizia albanese nelle regioni serbe del Kosovo. Anche un bambino potrebbe capire le conseguenze di un simile passo.

Ma se arrivassimo alla conclusione che Hashim Thaçi provoca deliberatamente il conflitto, allora la domanda “perché lo fa?” richiede ancora una risposta.

Penso che non ci sbaglieremmo se dicessimo che l’indebolimento generale dell’Occidente è la ragione principale del comportamento provocatorio dei leader albanesi del Kosovo. Non bisogna dimenticare che solo grazie agli americani, che hanno scatenato le operazioni militari contro la Jugoslavia e coinvolto i loro alleati della NATO, il Kosovo si è allontanato dal controllo delle autorità jugoslave.

Ed è sempre Washington che ha organizzato il riconoscimento da parte dell’Occidente dell’autoproclamata indipendenza del Kosovo. Pertanto, le attuali autorità del Kosovo possono sentirsi più o meno sicure solo se stanno dietro l’Occidente.

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Ma se l’Occidente si indebolisce, questo potrebbe non avere abbastanza forze (o desiderio) di fornire copertura politico-militare al regime kosovaro. Tra diversi anni ci potrà essere una situazione in cui nessuno sarà in grado di impedire alla Serbia di eseguire un’operazione finalizzata a ripristinare l’ordine costituzionale in Kosovo.

L’Albania non è ansiosa di fraternizzare con i criminali del Kosovo

La sua inclusione nella struttura dell’Albania potrebbe diventare uno dei modi per mantenere il controllo sulla regione.

Ma né il Presidente dell’Albania Ilir Meta, né il Primo Ministro Edi Rama, né il Partito Socialista d’Albania al governo sono desiderosi di introdurre spacciatori di droga, trafficanti di esseri umani e criminali di guerra come Hashim Thaçi o il suo primo ministro Ramush Haradinaj nella politica albanese. E i democratici albanesi, che sono in opposizione al governo dei socialisti, non cercano affatto una potenziale unione con i radicali del Kosovo.

Non solo, e forse anche non tanto, perché la leadership kosovara riunisce personaggi troppo pittoreschi, ma perché temono che se il Kosovo si integrerà con l’Albania, i leader dei militanti guadagneranno troppa autorità tra gli elettori, e in aggiunta a ciò saranno in grado di usare i loro (peculiari) metodi per condurre la lotta politica, e semplicemente costringeranno gli attuali leader albanesi al margine della politica di successo, dopo essersi assicurati i posti di comando. Qualcosa di simile si è verificato in passato in Armenia, dove il cosiddetto clan del Karabakh (i politici provenienti dalla non riconosciuta Repubblica del Nagorno Karabakh)sono saliti al potere nel 1998 e lo hanno mantenuto fino al 2018.

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In generale, l’Albania, che ha subito una crisi politica interna mentre era sull’orlo della guerra civile nel gennaio-marzo 1997, e che è riuscita a superarla solo grazie all’arrivo di un contingente militare delle Nazioni Unite nel paese, ovviamente non intende ricevere, insieme all’integrazione del Kosovo, ambiziosi politici radicali che reclameranno il potere non più a Pristina, ma a Tirana.

Thaçi si affretta a finire la pulizia etnica dei serbi del Kosovo

Se lo scenario albanese non si esaurisce, Hashim Thaçi ha solo un’opportunità per prepararsi al momento in cui l’Occidente non sarà in grado di garantire la sicurezza del regime kosovaro. Tenendo conto del numero di crimini di guerra commessi dai suoi leader, non appena la Serbia avrà l’opportunità di trattare con il Kosovo senza aver paura dell’intervento dell’Occidente, essa avrà una ragione legittima per riportare l’esercito serbo nella regione.

Ma se caccerà completamente fuori dal Kosovo i serbi che ora rimangono solo in alcune zone al confine con la Serbia, nel nord, allora Belgrado formalmente non avrà nessuno da difendere. Al contrario, sarà possibile presentare il conflitto alla comunità internazionale come il genocidio della popolazione albanese della regione. Dopotutto, per riportare i serbi in Kosovo sarà necessario espellere gli albanesi che hanno occupato le loro case.

Hashim Thaçi ha fretta di finire la pulizia etnica in Kosovo, di trasformare la regione in una formazione albanese monoetnica per impedire alla Serbia di avanzare richieste di restituzione nel lungo termine.

Nella situazione attuale, se la Serbia cercherà di impedire le azioni di Pristina attraverso la forza armata, Thaçi potrà contare sul sostegno militare dell’Occidente. La Serbia può resistere all’Occidente solo appoggiandosi alla Russia. Ma poi, gli euro-integratori serbi che sono al potere saranno costretti ad abbandonare il loro obiettivo: l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea. Ad esempio, aggravare la crisi in Kosovo è oggi inutile per il governo di Belgrado, perché anche se il conflitto si risolverà, anche in maniera vittoriosa per la Serbia, porterà alla riformattazione di tutto il panorama politico serbo.

Le mosse sono calcolate, c’è solo un molto essenziale “ma”

Come vediamo, le azioni di Thaçi sono piuttosto ben calcolate e dirette verso la creazione di una situazione in cui il rovesciamento del potere dei radicali albanesi in Kosovo diventerebbe impossibile. Rischia un conflitto con la Serbia, che il Kosovo certamente perderà se i politici di Belgrado rischieranno di volgersi completamente e incondizionatamente verso un’unione con la Russia. Ma questo rischio non è così alto come sembra a prima vista, perché Aleksandar Vucic difende saldamente la linea dell’integrazione europea, che un conflitto vittorioso con il Kosovo rovinerebbe. Thaçi si aspetta che, per non perdere le prospettive di eurointegrazione, i leader serbi chiuderanno gli occhi sul completamento della pulizia etnica dei serbi in Kosovo, e che le sue iniziative, come portare l’esercito alla massima allerta, non verranno mai messe in pratica.

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Come ultima risorsa spera di avere il sostegno militare dell’Occidente, che non può permettersi la liquidazione del Kosovo indipendente – un suo progetto – senza una catastrofica perdita di faccia.

L’unico fattore non calcolato è la reazione della società serba alle provocazioni di Thaçi. È piuttosto surriscaldata dalla lotta tra nazionalisti ed euro-integratori, e l’idea di un nuovo conflitto in Kosovo è quasi la più popolare nei segmenti più diversi della popolazione. Ad un certo punto la situazione in Serbia sfuggirà al controllo dei politici e quindi un conflitto militare diventerà inevitabile.

Inoltre, l’indebolimento progressivo dell’Occidente porterà alle stesse conseguenze. Non solo i tradizionali agenti di Washington in Kosovo si agitano cercando di rafforzare la loro posizione mentre l’America può ancora coprirli, ma anche i leader serbi gradualmente comprendono l’impossibilità dell’integrazione europea e il riorientamento verso la Russia.

Così, Mosca e Washington sono già state indirettamente trascinate nella crisi balcanica sui lati opposti delle barricate.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti perdono gradualmente il controllo sui loro uomini a Pristina, che inizia ad agire secondo il principio “del carro davanti ai buoi”, cercando di creare situazioni in cui l’America sarà costretta a farsi coinvolgere in uno scontro per difendere gli interessi del Kosovo che non le porterà benefici.

Il tempo gioca dalla parte della Russia e della Serbia, che dopo un po’ sarà in grado di dominare nei Balcani senza uno scontro militare non necessario e pericoloso. Ecco perché Thaçi ha fretta, sta provocando una crisi ora, mentre ha ancora speranze per un risultato favorevole.

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Articolo di Rostislav Ishchenko pubblicato su The Saker.is il 6 giugno 2019.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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