Sir A. Conan Doyle: Holmes: Curioso: il fatto che il cane non abbaiò quando ci si aspettava che lo facesse.

I media occidentali sono pieni di speculazioni sul fatto che ci troviamo o meno sull’orlo della terza guerra mondiale. In realtà, ci siamo già. La lunga guerra non si è mai fermata. Sulla scia della crisi finanziaria del 2008, gli Stati Uniti avevano bisogno di rafforzare la base di risorse da cui dipende la loro economia. Per la corrente straussiana  (i falchi neocon, se preferite), la debolezza della Russia dopo la Guerra Fredda era un’opportunità per aprire un nuovo fronte di guerra. I falchi statunitensi volevano prendere due piccioni con una fava: saccheggiare le preziose risorse russe per rafforzare la propria economia e frammentare la Russia in un caleidoscopio di parti.

Anche per gli straussiani la guerra fredda non è mai finita. Il mondo rimane binario: “noi e loro, il bene e il male”.

Ma il saccheggio neoliberale alla fine non ha avuto successo, con grande disappunto degli straussiani. Almeno dal 2014 (secondo un alto funzionario russo), il Grande Gioco si è spostato verso il tentativo degli Stati Uniti di controllare i flussi e i corridoi dell’energia – e di fissarne il prezzo. E, dall’altra parte, le contromisure della Russia volte a creare reti di transito fluide e dinamiche attraverso oleodotti e canali navigabili interni all’Asia – e a fissare il prezzo dell’energia. (Ora via OPEC+)

Quindi Putin, indicendo i referendum in Ucraina, mobilitando le forze militari russe e ricordando al mondo che è aperto ai colloqui, sta chiaramente “alzando la posta”. Se gli ucraini guidati dalla NATO dovessero spingersi in queste aree [della Novorussia e del Donbas] dopo la prossima settimana, ciò costituirebbe un attacco diretto al territorio russo. Questa minaccia di rappresaglia è sostenuta dalla mobilitazione di massicci dispiegamenti militari.

Dopo di che i gasdotti del Nord Stream sono stati fatti esplodere. In parole povere, si tratta di un gioco del pollo [Wikipedia] ad alto rischio incentrato sull’energia, e sui relativi punti di forza e di debolezza dell’economia occidentale e di quella russa. Biden libera 1 milione di barili al giorno dalle riserve strategiche e l’OPEC+ sembra intenzionata a tagliare 1,5 milioni di barili al giorno.

Da un lato, gli Stati Uniti sono un’economia ricca di risorse, ma l’Europa non lo è, e dipende molto di più dalle importazioni di cibo ed energia. E con lo scoppio definitivo della bolla del QE [Wikipedia], non è chiaro se l’intervento delle banche centrali, che hanno creato la bolla da oltre 30 miliardi di dollari del QE, sarà in grado di fornire una soluzione. L’inflazione cambia i conti in tavola. Un ritorno al QE diventa altamente problematico in un ambiente inflazionistico.

Un commentatore finanziario preveggente ha osservato che “Le bolle che scoppiano non riguardano solo la caduta di prezzi gonfiati, ma anche il riconoscimento che un intero modo di pensare era sbagliato”. In parole povere, hanno gli Straussiani riflettuto adeguatamente sulla loro recente esaltazione dell’interruzione del gasdotto? Blinken ha appena definito il sabotaggio del Nord Stream e il conseguente deficit energetico dell’Europa una “tremenda opportunità” per gli Stati Uniti [in inglese]. Curiosamente, il sabotaggio ha coinciso con le notizie che suggerivano l’esistenza di colloqui segreti [in inglese] tra Germania e Russia per risolvere tutti i problemi del Nord Stream e riavviare la fornitura.

Ma cosa succederebbe se la crisi che ne deriverebbe facesse crollare le strutture politiche europee? E se gli Stati Uniti si rivelassero non immuni dal tipo di crisi della leva finanziaria che sta affrontando il Regno Unito? Nella fretta di sanzionare la Russia, il team Biden e l’UE questa evidentemente non l’hanno pensata fino in fondo. Non hanno nemmeno pensato alle conseguenze della perdita della Russia per il loro alleato europeo.

Questi elementi di “fin-war” saranno probabilmente al centro dell’attenzione più che le vittorie o i rovesci sul campo di battaglia in Ucraina (dove la stagione piovosa è già iniziata), e non sarà prima dell’inizio di novembre che il terreno tornerà solido, a causa del gelo. Il conflitto si sta avviando verso una pausa, proprio mentre l’attenzione occidentale per la guerra in Ucraina sembra affievolirsi un po’ [in inglese].

Tuttavia, ciò che è “curioso” per molti è l’inquietante silenzio che si è levato dall’Europa ora che i suoi oleodotti energetici vitali giacciono danneggiati sul fondo del Mar Baltico, in un momento di crisi finanziaria. Questo è il “cane” che non ha abbaiato nella notte – quando ci si aspettava che lo facesse. Sulla stampa europea non si sente quasi una parola, o un mormorio, su questa vicenda – e niente dalla Germania… Come se non fosse mai successo. Eppure, naturalmente, l’euro-élite sa [in inglese] “chi è stato”.

Per comprendere questo paradosso, dobbiamo osservare l’interazione tra le tre principali dinamiche in atto in Europa. Ciascuna pensa di essere “vincente”, di essere “tutto quel che conta” del futuro. In realtà, queste due correnti non sono altro che “strumenti utili” agli occhi di chi “tira le leve” e “dà il tempo “, cioè controlla la guerra psicologica da dietro le quinte.

Inoltre c’è una forte disparità di motivazioni. Gli Straussiani, dietro il sipario, sono in guerra, una guerra esistenziale per mantenere il loro primato. Le seconde due correnti sono progetti utopici che hanno dimostrato di essere facilmente manipolabili.

Gli “straussiani” sono i seguaci di Leo Strauss, il principale teorico neocon. Molti sono ex trotzkisti passati da sinistra a destra (se preferite, chiamateli “falchi” neocon). Il loro messaggio è una dottrina molto semplice sul mantenimento del potere: “Non lasciarlo mai scivolare”; bloccare l’emergere di qualsiasi rivale; fare tutto il necessario.

Il leader straussiano Paul Wolfowitz scrisse questa semplice dottrina di “distruggere qualsiasi rivale emergente prima che sia lui a distruggere voi” nel Documento di Pianificazione della Difesa ufficiale degli Stati Uniti del 1992, aggiungendo che l’Europa e il Giappone in particolare dovevano essere “scoraggiati” dal mettere in discussione la supremazia globale degli Stati Uniti. Questa dottrina minima, sebbene sia stata rielaborata nelle successive amministrazioni Clinton, Bush e Obama, è rimasta invariata nella sua essenza.

E poiché il messaggio “bloccare qualsiasi rivale” è così diretto e convincente, gli Straussiani passano facilmente da un partito politico all’altro degli Stati Uniti. Hanno anche i loro “utili” ausiliari profondamente radicati nella classe d’élite statunitense e nelle istituzioni del potere statale. La più antica e fidata di queste forze ausiliarie è tuttavia l’alleanza anglo-americana su intelligence e sicurezza.

Gli “straussiani” preferiscono tramare da “dietro le quinte” e in alcuni think-tank statunitensi. Si muovono al passo con i tempi, “accampandosi”, ma senza mai assimilarsi a nessuna tendenza culturale prevalente “là fuori”. Le loro alleanze rimangono sempre temporanee, opportunistiche. Usano questi impulsi contemporanei principalmente per creare nuove giustificazioni per l’eccezionalismo americano.

Il primo impulso importante nell’attuale riorganizzazione è la politica identitaria liberal-woke, guidata dagli attivisti e orientata alla giustizia sociale. Perché il wokeismo? Perché il woke dovrebbe interessare la CIA e l’MI6? Perché è rivoluzionario. La politica dell’identità si è sviluppata durante la Rivoluzione francese per rovesciare lo status quo; per rovesciare il suo pantheon di eroi-modelli, e per spiazzare l’élite esistente e far ruotare una “nuova classe” al potere. Questo suscita sicuramente l’interesse degli Straussiani.

A Biden piace rivendicare l’eccezionalità della “nostra democrazia”. Naturalmente, Biden non si riferisce alla democrazia generica, nel senso più ampio del termine, ma alla giustificazione liberal per l’egemonia globale (definita come “la nostra democrazia”) dell’America. “Abbiamo l’obbligo, il dovere e la responsabilità di difendere, preservare e proteggere la ‘nostra democrazia’… È minacciata”, ha dichiarato.

La seconda dinamica chiave – la Transizione Verde – è quella che coabita sotto l’ombrello dell’amministrazione Biden, insieme alla filosofia molto radicale e distinta della Silicon Valley – una visione eugenista e trans-umanista che si allinea per certi versi con quella della folla di “Davos”, oltre che con gli attivisti dell’Emergenza Climatica.

Per essere chiari, queste due dinamiche distinte, ma che fanno compagnia alla “nostra democrazia”, hanno attraversato l’Atlantico per insinuarsi profondamente nella classe dirigente di Bruxelles. E, in parole povere, la versione europea dell’attivismo liberale mantiene intatta la dottrina straussiana dell’eccezionalismo statunitense e occidentale, insieme alla sua insistenza sul fatto che i “nemici” debbano essere rappresentati nei termini più estremi e manichei.

L’obiettivo del manicheismo (da quando Carl Schmitt ne parlò per primo) è quello di precludere qualsiasi mediazione con i rivali, dipingendoli come sufficientemente “malvagi” da rendere inutile e moralmente difettoso l’intraprendere un discorso con loro.

La transizione della politica liberal-woke da oltreoceano non deve sorprendere. Il mercato interno dell’Unione Europea, caratterizzato da una regolamentazione a “lacci e lacciuoli”, è stato concepito proprio per sostituire il dibattito politico con il managerialismo dei tecnici. Ma proprio la sterilità del discorso economico-tecnologico ha fatto nascere il cosiddetto “gap democratico”. Con quest’ultimo che diventa sempre più l’inconfondibile lacuna dell’Unione.

Le euro-élites avevano quindi un disperato bisogno di un Sistema di Valori per colmare il vuoto. Così sono saliti sul “treno” liberal-woke. Attingendo a questo e al “messianismo” del Club di Roma a favore della deindustrializzazione, le euro-élites hanno dato vita alla loro nuova setta scintillante di purezza assoluta, un futuro verde e inossidabili “valori europei” che colmano la lacuna della democrazia.

In effetti, queste due ultime correnti – la politica dell’identità e l’Agenda Verde – erano e sono ancora in testa all’UE, con gli Straussiani dietro il sipario, a tirare la leva dell’asse intelligence-sicurezza.

Negli anni Novanta i nuovi fanatici erano già profondamente radicati nelle élite europee, in particolare sulla scia dell’importazione da parte di Tony Blair della visione del mondo di Clinton, ed erano pronti ad abbattere il pantheon del vecchio ordine, per stabilire un nuovo mondo verde “deindustrializzato” che avrebbe lavato via i peccati occidentali del razzismo, del patriarcato e dell’eteronormatività.

Ciò culminò nella creazione di “un’avanguardia rivoluzionaria”, la cui furia proselitistica è diretta sia verso “l’altro” (che, guarda caso, sono i rivali dell’America), sia verso coloro che in patria [in inglese] (negli Stati Uniti o in Europa) sono definiti come estremisti che minacciano “la nostra democrazia (liberal)”; oppure, la necessità imperativa di una “Rivoluzione Verde”.

Ecco il punto: Sulla punta di “lancia” europea si trovano i fanatici dei Verdi [in inglese], in particolare il davvero rivoluzionario Die Grünen tedesco. Detengono la leadership in Germania, e sono al timone della Commissione UE. È il fanatismo dei Verdi che si fonde con “bisogna rovinare la Russia” – un mix intossicante.

I Verdi tedeschi si vedono come legionari di questo nuovo “esercito” imperiale transatlantico, che abbatte letteralmente i pilastri della società industriale europea, riscattandone le rovine fumanti e i debiti impagabili, attraverso un sistema finanziario digitalizzato e un futuro economico “rinnovabile”.

E poi, con la Russia sufficientemente indebolita, e con Putin compromesso, gli avvoltoi discenderebbero sulla carcassa russa per predarne le risorse – proprio come accadde negli anni ’90.

Ma hanno dimenticato… Hanno dimenticato che gli straussiani non hanno “amici” permanenti: La supremazia degli Stati Uniti ha sempre la meglio sugli interessi degli alleati.

Cosa possono dire i fanatici Verdi Europei? Volevano comunque abbattere i pilastri della società industrializzata. Ebbene, ci sono riusciti. Il Nord Stream, la “via di fuga” dalla catastrofe economica non c’è più. Non c’è altro da fare che borbottare senza convinzione: “È stato Putin”. E contemplare la rovina dell’Europa e ciò che può significare.

Quale sarà il prossimo passo? I falchi probabilmente giocheranno la loro prossima mano al gioco del “pollo” ad alta posta della terza guerra mondiale. L’impennata del dollaro è un vettore. La domanda è: chi ha le carte più forti? L’Occidente crede di avere la carta dell’Ucraina. La Russia ritiene di avere l’asso nella manica della sicurezza alimentare, energetica e delle risorse, e di avere un’economia stabile. L’Ucraina rappresenta uno spazio di battaglia completamente diverso: l’ambizione di lungo termine straussiana di privare la Russia della sua storica “cintura di sicurezza”, iniziata dopo la guerra fredda con la frammentazione dell’Unione Sovietica.

Molto dipenderà dalle conseguenze dello scoppio della bolla. Come ha detto un commentatore: “È arrivato il momento per i banchieri centrali di stringere e di sciogliere le loro varie distorsioni del mercato: l’impatto è già stato catastrofico”, ha dichiarato [in inglese] Lindsay Politi, gestore di un fondo. “E le banche centrali non hanno ancora finito. L’inflazione cambia i conti in tavola: Molte banche centrali semplicemente non hanno più la possibilità di tornare al QE”.

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Articolo di Alastair Crooke pubblicato su SCF il 10 ottobre 2022
Traduzione in italiano a cura di Confab per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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