Per l’Occidente, l’unica soluzione finale alla questione del Kosovo sarebbe che la Serbia lo riconoscesse come uno Stato indipendente – altri aspetti di “normalizzazione” di cui si parla sono solo trampolini di lancio.

Quando il mese scorso il Presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha incontrato Donald Trump  per firmare un accordo volto a normalizzare le relazioni con la sua provincia separatista del Kosovo, molti analisti hanno visto l’incontro come un cambiamento nella politica estera della Serbia, che è tradizionalmente vicina alla Russia.

In effetti, l’inviato speciale di Trump per i colloqui tra Serbia e Kosovo, Richard Grenell, ha affermato che l’accordo “allontanava la Serbia dalla Russia” tramite la “diversificazione delle fonti energetiche” definita nell’accordo.

All’inizio di questo mese, Vucic ha incontrato l’inviato speciale dell’UE per il Kosovo, Miroslav Lajcak, e ha presentato il piano per l’attuazione dell’“accordo sulla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina”. Significa che Vucic crede che Washington abbia più da offrire alla Serbia di Mosca, almeno per quanto riguarda la soluzione dello status del Kosovo?

Il Kosovo, che è stato sotto l’amministrazione dell’ONU sin dal bombardamento NATO del 1999 sulla Jugoslavia, è riconosciuto come uno Stato indipendente da gran parte dell’Occidente, nonostante la Risoluzione 1244 [in inglese] del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riaffermi che il Kosovo fa parte della Serbia.

Uno dei principali difensori di questa risoluzione e della posizione della Serbia sul Kosovo sulla scena internazionale è, infatti, la Russia, incondizionatamente. L’Occidente, d’altra parte, spera che la Serbia si unisca al suo carrozzone, e rinunci alla sua provincia meridionale con la prospettiva di essere considerata una parte dell’Occidente e vivere come fanno in Occidente.

Tuttavia, molti serbi ricordano ancora le promesse non mantenute fatte dall’Occidente sull’adesione della Serbia all’UE in cambio della piena collaborazione con il Tribunale dell’Aia, che ha in gran parte condannato i serbi per crimini di guerra degli anni ‘90, e per lo più ha lasciato tutti gli altri fuori dai guai.

Alla Serbia è stato detto che era sufficiente arrestare ed estradare l’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per aprire le porte dell’UE. Le porte sono rimaste chiuse, e sono state ancora chiuse dopo che simili promesse sono state fatte nei confronti dell’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic e del generale Ratko Mladić. Ora c’è una nuova “ultima condizione”: risolvere la questione del Kosovo.

L’unica soluzione che l’Occidente considera definitiva è che la Serbia riconosca il Kosovo come Stato indipendente. Ogni volta che l’UE o gli Stati Uniti parlano di altri problemi di normalizzazione, sono semplicemente un trampolino di lancio verso il “riconoscimento reciproco”.

Il Presidente della Serbia ha detto in diverse occasioni che non cederà alle richieste di riconoscimento occidentali, ma partecipa comunque ai trampolini di lancio, ovvero ai colloqui di normalizzazione, e ha già segnalato che se la Serbia riceve qualcosa in cambio, tutte le opzioni sono sul tavolo.

La “normalizzazione delle relazioni” tra Belgrado e Pristina è un eufemismo per il “riconoscimento reciproco”? O forse l’Occidente non ha davvero bisogno che la Serbia riconosca esplicitamente l’indipendenza del Kosovo, ma piuttosto ha bisogno che la Serbia taccia sul fatto che il Kosovo diventi uno stato membro delle Nazioni Unite, cosa che il Kosovo non può ottenere se Belgrado, e quindi Mosca, resiste.

La Russia ha frenato la Serbia sulla questione, ma molti serbi capiscono che i russi “non possono essere serbi più grandi dei serbi stessi” e spetta a Belgrado dare il tono a ciò che vuole per la Serbia.

Quando il presidente dell’ex repubblica jugoslava della Macedonia (o oggi Macedonia del Nord) Kiro Gligorov ha incontrato il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a Washington nel 1997, la Casa Bianca ha affermato che la Macedonia ha “fatto più progressi di altri nell’ex-Jugoslavia”. A differenza della sua vicina Serbia, la Macedonia non ha intrapreso la via della resistenza all’Occidente, ma ha piuttosto abbracciato la politica estera degli Stati Uniti, sperando di sfuggire al destino delle sue controparti ex jugoslave e vivere in pace e prosperità. Accontantare l’Occidente, non ha dato alla Macedonia nulla di tutto questo: il paese è caduto nella guerra civile nel 2001 ed è, fino ad oggi, tra i più poveri d’Europa.

Eppure, la narrativa secondo cui “ascoltare l’Occidente ti offre standard di vita occidentali” è popolare nei Balcani, specialmente nella Serbia odierna che è alle prese con una serie di questioni economiche e politiche.

La questione se la Serbia debba schierarsi con chi rispetta le sue decisioni o chi  sta facendo pressioni, sembra facile.

Ma l’opinione pubblica serba non è del tutto convinta che se ascolterà l’Occidente, il loro paese finirà come la Macedonia del Nord, che è stata persuasa a cambiare persino il suo nome per entrare a far parte dell’UE – e non fa ancora parte dell’UE.

I precedenti governi serbi sostenevano l’idea che l’UE avrebbe risolto tutti i problemi della Serbia. I media del nuovo governo promettono ai serbi che Trump potrebbe farlo. La Russia, invece, non fa promesse, ma sostiene la Serbia da decenni. Forse una soluzione per la questione del Kosovo non è all’orizzonte, ma ha più senso allinearsi con gli alleati in attesa di quell’opportunità, piuttosto che sperare che le potenze che hanno creato il caos possano ora risolverlo.

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Articolo di Boris Malagurskij pubblicato su Russia Today il 20 ottobre 2020
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

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