Nel 2017, la RAND Corporation ha pubblicato sul suo media associato Small Wars Journal un articolo dei ricercatori Marta Kepe e Jan Osburg, che delineava un piano di difesa strategica per i paesi baltici in caso di invasione russa. Gli autori affermavano che l’Estonia, la Lituania e la Lettonia gestiranno le loro debolezze per affrontare i russi, supereranno i loro deficit di popolazione e militare attraverso la partecipazione dei civili ai conflitti, che lavoreranno con le forze armate per creare un piano di “difesa totale” che renderebbe l’invasione troppo costosa e faticosa per la Russia.

Successivamente, l’articolo della RAND Corporation è stato citato in un articolo della rivista National Interest, scritto da Michael Peck, in cui l’autore studiava la strategia di difesa del Baltico, speculando sulla “difesa totale” e sulla sua efficacia in un possibile caso di invasione russa. Il ricercatore, infine, fa una conclusione pessimistica, affermando che, nonostante tutti gli sforzi, nulla cambierà il fatto che la Russia è un grande paese e gli Stati baltici sono piccoli e deboli.

Nel marzo dello scorso anno, la famosa rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un articolo di Mikheil Saakashvili, ex presidente della Georgia, che sosteneva che i prossimi “obiettivi” della Russia sarebbero state le nazioni europee. Nel testo, Saakashvili considerava la possibilità di un attacco russo ai paesi baltici, affermando che il presidente Vladimir Putin li vede come minacce reali perché sono “democrazie funzionali sul confine russo”. Dopo aver sviluppato il suo ragionamento, l’autore giunge alla conclusione che questa invasione non avverrà, indicando altri paesi come futuri “obiettivi” della Russia. Tuttavia, anche se Saakashvili non crede alla possibilità di un’invasione russa, le voci su un piano russo per invadere e annettere le nazioni baltiche hanno generato tensioni infondate nella regione.

L’apice dell’allarmismo mediatico riguardo alle relazioni tra Russia e Paesi baltici è stato, tuttavia, un articolo pubblicato dall’esperto americano Hall Brands sul sito web del Japan Times, il cui titolo è “Come la Russia potrebbe costringere ad una guerra nucleare nei paesi baltici”. Facendo nuovamente riferimento agli studi della RAND Corporation, l’autore considera la possibilità di un’escalation nucleare causata dagli attriti tra Mosca e la NATO nei paesi baltici, concludendo che le condizioni geografiche di questi stati ostacolerebbero una rapida azione da parte dell’Occidente in caso di azioni russe, aumentando i rischi di annessione forzata.

Apparentemente, i media allineati con l’establishment liberale stanno lavorando insieme per diffondere l’idea che vi sia un interesse russo nell’invasione e nell’annessione dei paesi baltici. Per queste agenzie, l’interesse è così grande da giustificare persino un’azione nucleare. Tuttavia, quando studiamo le ragioni di tale disperazione, non abbiamo trovato alcun argomento concreto per giustificare tali speculazioni. I grandi think tank occidentali, come la RAND Corporation, stanno diffondendo questo mito con lo scopo specifico di instillare paura e tensione negli stati baltici, in modo che, di fronte al “terrore russo”, si allineino sempre più con Washington e la NATO.

I dati concreti indicano esattamente l’opposto delle voci diffuse dagli analisti della RAND. Nel gennaio dello scorso anno, il Primo Ministro estone Juri Ratas ha espresso pubblicamente interesse a migliorare le relazioni tra il suo paese e la Russia, al fine di placare le tensioni bilaterali e prevedere un futuro di pace e cooperazione, nonostante interessi divergenti. Inoltre, la Lettonia rimane l’unico paese membro dell’Unione Europea a dipendere totalmente dal gas russo, una situazione dalla quale la Lituania è uscita solo di recente. Quindi perché Mosca sarebbe interessata ad invadere e annettere tali paesi, quando la minaccia che rappresentano per la struttura politica russa è assolutamente nulla? In un certo senso, è molto più logico pensare che per i paesi baltici sia più redditizio e interessante mantenere buone relazioni con la Russia piuttosto che intraprendere cospirazioni infondate da esperti occidentali che sono estremamente coinvolti ideologicamente. Tuttavia, esiste una seconda ipotesi.

È ancora probabile che gli stati baltici stiano semplicemente agendo così per accrescere il loro ruolo sulla scena internazionale. Incapaci di formare una solida forza politica, militare ed economica, anche se unita, in grado di affrontare le grandi potenze mondiali, questi stati potrebbero volersi ancorare all’apparato militare della NATO per cercare l’affermazione dei propri interessi in Europa e nel mondo. In base a questa logica, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia avrebbero adottato volontariamente i discorsi allarmisti dell’Occidente per, ribadendoli per aumentare la presenza militare occidentale ai loro confini, cercare di aumentare la loro influenza regionale e globale, passando da piccoli Stati europei a potenze nel gioco geopolitico globale.

In effetti, i paesi baltici stanno commettendo un grosso errore adottando una di queste due posizioni. A differenza di Mosca, per la quale l’interesse ad “invadere” il Baltico è nullo, Washington ha chiari interessi nell’occupare la regione, così da affrontare la Russia. Questo è il motivo principale della presenza delle truppe NATO nel Baltico previste per le esercitazioni Defender Europe 2020 – ora annullate dalla pandemia di coronavirus.

Gli stati baltici stanno aderendo al discorso dei think tank occidentali; tuttavia, in prospettiva, questa opposizione alla Russia non può essere affatto redditizia per loro. Seguendo gli interessi di Washington, Estonia, Lettonia e Lituania hanno troppo da perdere.

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Articolo di Lucas Leiroz de Almeida pubblicato il 20 marzo 2020 su Global Research
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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