Siamo stati contattati dalla redazione di Sputnik, che ha chiesto il nostro parere sul caso di Kirill Vishinskj, il capo redattore di Ria Novosti a Kiev arrestato ed accusato di alto tradimento dalle autorità ucraine. Vi proponiamo la versione integrale della chiacchierata del nostro Marco Bordoni (pubblicata per ampi estratti da Sputnik qui) che ha preso lo spunto del caso Vishinskj per spaziare parlando di Saker Italia, dell’Unione Europea, della Crisi Ucraina e di come avvicinarsi al mondo russo.

Come nasce Saker Italia?

Nell’ottobre del 2014 Andrei Raevsky, che con lo pseudonimo di “Saker” aveva fondato l’edizione inglese del blog già da qualche anno, fece appello ai lettori italiani perché aprissero una edizione nazionale del suo blog. Fra quelli che risposero, alcuni avevano già esperienze di militanza politica o di blogger, altri erano semplicemente preoccupati per lo scadimento della qualità dell’informazione. La data non è casuale: la crisi ucraina, allora alle sue prime battute, funzionò da innesco. Avevamo tutti l’impressione che stesse succedendo qualcosa di molto importante, eravamo indignati per la sfacciata parzialità dell’informazione ufficiale e sentivamo il dovere di fare qualcosa. Negli anni successivi tanti collaboratori, anche valentissimi, si sono succeduti; il “nucleo storico” però, è rimasto e, come naturale, nonostante noi non ci si sia mai incontrati di persona, si sono creati rapporti personali a volte molto profondi. Alcuni, come me, danno al blog il poco tempo di cui dispongono. Per altri, come il team leader Sascha Picciotto, si tratta quasi di un secondo lavoro, ovviamente svolto pro bono. Credo che il nostro impegno abbia un valore di testimonianza che va al di là dei risultati (peraltro non disprezzabili) raggiunti.

Quale è stata, finora, la recezione di pubblico e addetti ai lavori?

Molto diversa.  Il pubblico ci dà soddisfazione: abbiamo circa mezzo milione di visite mensili ed anche un nucleo piuttosto consistente di affezionati che partecipa commentando i post e seguendoci sui social. La reazione degli addetti ai lavori, intendendo con questa espressione gli esponenti dei media tradizionali, è stata tiepida se non ostile, il che è facile da spiegare. Fra noi e loro c’è una concorrenza ideologica (perché noi produciamo un frame, una narrazione, esplicitamente alternativa rispetto all’informazione ufficiale) ed anche economica (perché noi facciamo gratis quello che per loro è il pane quotidiano). Trovo quindi naturale che ci disprezzino o, quando proprio va bene, ci ignorino. Per quanto mi riguarda, io credo nel valore del giornalismo professionale, ma credo anche che in questo momento storico il nostro apporto sia altrettanto importante.

Il blog originario di Andrei Raevsky inizia a farsi notare nel 2013-14 con lo scoppio della crisi ucraina. Anche Saker Italia parte occupandosi della crisi ucraina. E anzi continua a occuparsene mentre i riflettori del mainstream si sono da tempo spostati altrove. Perché ll’Ucraina non fa più notizia? Cosa significa invece per voi continuare ad occuparvene?

Partiamo dal fatto che i nostri lettori non sono un pubblico “medio”. Sono generalmente persone informate, consapevoli, spesso con un inquadramento ideologico ben definito. Gente, insomma, che ha delle speranze e dei timori precisi sullo svolgimento dei fatti del mondo, che esulta se le cose sembrano andare nella direzione attesa, si indigna se invece ci sono battute d’arresto. Quando parliamo di minacce di guerra mondiale (magari con bel fungo atomico in copertina !), di operazioni militari vittoriose, di personaggi carismatici, registriamo regolarmente delle impennate nell’attenzione dei lettori.

In confronto, ad esempio, a quanto succede in Siria, la cronaca ucraina sembra oggi piuttosto monotona, se non deprimente: si tratta di parlare di negoziati fra il governo locale ed il Fondo Monetario Internazionale, di contratti per il transito del gas, di complesse riforme, il tutto sullo sfondo di una repressione politica e di uno stillicidio di vittime innocenti nel Donbass che sembrano non avere fine e che trasmettono nel pubblico un senso di impotenza.

Io sono tuttavia fermamente convinto che tenere l’Ucraina sotto i riflettori sia importante per molte ragioni. Mi limiterò a citarne una: l’Ucraina è un laboratorio, un paradigma in cui si verificano le stesse dinamiche che sono in atto nel nostro paese, solo in una scala di grandezza maggiore. Guardando l’Ucraina un italiano può  vedere cosa accade quando un paese governato da una classe politica senza senso delle istituzioni e cura per gli interessi della nazione si offre ai giochi imperiali di paesi più potenti, come gli Stati Uniti e la Germania. L’Ucraina e la Grecia potrebbero essere il nostro futuro, se continueremo a percorrere la pericolosissima china che abbiamo intrapreso dopo la fine della prima repubblica. Da loro possiamo imparare lezioni utili, anzi, vitali.

Kirill Vyshinsky, redattore di RIA Novosti a Kiev. Rischia 15 anni di carcere per “tradimento”

Saker Italia ha di recente pubblicato un articolo riguardo al fermo di un fotocorrispondente italiano all’aeroporto di Kiev. Può riassumerci – e magari aggiornarci su – la sua vicenda?

La disavventura successa a Giorgio Bianchi è praticamente identica a quella di cui fu protagonista esattamente tre anni orsono un altro bravo giornalista italiano, Franco Fracassi. Entrambi intendevano recarsi ad Odessa per assistere alle celebrazioni del massacro del 2 maggio. Entrambi avevano espresso scetticismo nei confronti della “versione ufficiale” del Governo Ucraino sul massacro della “centuria celeste” nel febbraio del 2014.

Giorgio Bianchi era addirittura presente in Piazza Maidan quando, secondo il suo stesso racconto, ignoti sparatori bersagliarono la folla dalle finestre Hotel Ucraina. In seguito, durante la sua permanenza in Donbass, aveva intervistato un odessita, al tempo del colloquio arruolato nelle milizie di Donetsk, testimone oculare della strage del Palazzo dei Sindacati.

Quest’uomo gli aveva detto di aver visto persone vicine all’attuale Presidente della Rada Paruby massacrare i dimostranti nel Palazzo dei Sindacati. Giorgio voleva probabilmente fare una inchiesta su questi fatti. Inoltre aveva ricevuto informazioni secondo cui l’ultradestra cittadina stava preparando azioni di disturbo contro i parenti delle vittime venuti a piangere i loro morti (il che poi è puntualmente avvenuto).

La strage del Maidan e quella di Odessa sono, per così dire, le fondamenta dell’attuale potere ucraino. Sono il momento in cui si è consumata la rottura della legalità democratica e la sospensione dei diritti costituzionali che hanno prodotto le tragiche conseguenze a tutti note. Il governo di Kiev, sospetto di essere implicato in entrambi i fatti, non può certo permettersi che gente come Giorgio o Franco vadano a ficcare il naso!

Nessuna sorpresa, quindi, che i nomi di entrambi figurassero nelle famose “liste di proscrizione” stilate dai servizi ucraini e che quindi, presentatisi alla frontiera,  siano stati dichiarati persone non gradite e rispediti a casa con il primo volo disponibile. Grazie al cielo incolumi, essendo in fin dei conti cittadini di paesi “amici”. Fossero stati ucraini o russi non avrebbero avuto certamente la stessa fortuna.

Un altro caso di persecuzione nei confronti di giornalisti in Ucraina è l’arresto Vishinksky, per il quale l’agenzia Rossiya Segodnya ha lanciato una campagna di sostegno sui social network con l’hashtag #TruthNotTreason

Bisogna dire che la perquisizione negli uffici di RIA Novosti Ucraina e l’arresto del direttore dell’agenzia Kirill Vishinskj con l’accusa di “tradimento” è solo l’ultimo capitolo della storia di illegalità istituzionalizzata inaugurata, come ho detto, dalle due stragi del 2014.

Mi lasci fornire qualche specifica per il pubblico italiano, che forse non ha seguito la vicenda: il giornalista di RIA Novosti non è accusato di condotte tipiche del gravissimo reato di tradimento come, poniamo, fornire piani militari o segreti di stato al nemico. Nulla di tutto questo. L’accusa è di aver partecipato alla cosiddetta “guerra ibrida” della Russia contro l’Ucraina.

Ovviamente la “guerra ibrida” non è una fattispecie giuridica (nessun codice, in nessun paese del mondo, conosce la “guerra ibrida”!), ma una astrazione teorica parto di stragteghi militari, commentatori e analisti di politica internazionale.

Giocare su questo equivoco è utile al governo di Kiev perché consente di trattare come “nemici” alcuni bersagli indifesi senza trovarsi nella scomoda situazione di fare una guerra “vera” con la Russia, ed anzi senza nemmeno abrogare il trattato di amicizia del 1997.

Visto con le lenti deformanti di questa forzatura legale anche il comportamento più banale, come ricevere un riconoscimento onorifico dalle Russia, una medaglia per l’attività giornalistica svolta, o esprimere la propria opinione nell’esercizio della stessa attività, diventa “tradimento”.

Chiunque abbia familiarità con la cronaca ucraina non ha, comunque, difficoltà a rinvenire una triste striscia di episodi simili, in occasione dei quali lo stato ha perseguito penalmente i propri cittadini sulla base di meri reati di opinione (di solito per violazione del famigerato art. 110 del codice penale) condannandoli a pesanti pene detentive.

Ovviamente i giornalisti “scomodi” fruiscono, per così dire, di attenzioni preferenziali da parte delle procure. Mi limito a ricordare due episodi fra tanti: la perquisizione della redazione di strana.ua e dell’abitazione suo capo redattore Igor Gushva il 23 giugno 2017 e quella negli uffici di Vesti dello scorso 8 febbraio, alla fine della quale l’appartamento “perquisito” sembrava essere stato saccheggiato dai Visigoti.

Quando, poi, non è possibile fare rientrare queste attività repressive in una cornice legale, nemmeno nella accezione fantasiosa che si suole dare del concetto di legalità a quelle latitudini negli ultimi anni, si fanno intervenire i bravi ragazzi delle bande paramilitari o accadono “misteriosi incidenti” che tolgono di mezzo i personaggi scomodi. Ad esempio il canale TV “Inter”, una emittente vicina al blocco di opposizione, è stato assaltato dai facinorosi di ultra destra il 4 settembre 2016 (al tempo cercarono di dagli fuoco e ci furono 5 feriti) e poi ancora il 10 maggio scorso (lancio di bottiglie molotov). In questa seconda occasioni una comitiva di esaltati ha cercato anche di fare la pelle al proprietario, il deputato di opposizione Liovochkin (il locale ordine dei giornalisti ha aggiunto alla vicenda un tocco di comicità involontaria intervenendo per condannare non i vandali, ma… il lavoro dei colleghi di Inter in quanto “divisivo”!). Poi, come dicevo, ci sono i giornalisti e gli intellettuali critici verso Poroshenko e “morti di dissenso”. Facciamo due nomi: Pavel Sheremet, ammazzato nella sua macchina esplosa il 20 luglio 2016 e Oles Busina, freddato sotto casa il 16 aprile dell’anno prima. In tutti questi casi il ruolo delle autorità è omissivo: le indagini ed i processi finiscono su di un binario morto o addirittura prendono di mira le vittime assicurando impunità a picchiatori ed assassini.

Cos’è l’Ucraina della ”rivoluzione della dignità”, dopo il sospirato “trattato di associazione”, dopo l’ottenimento del “regime senza visti”? Un paese in cui sono cronaca quotidiana “omicidi extralegali, sparizioni con movente politico nel contesto del conflitto in Donbass, torture, prigioni in cui i detenuti vengono trattati con crudeltà che ne minacciano la sopravvivenza, arresti arbitrari, giudici non imparziali. Altri abusi comprendono diffusa corruzione governativa, censura, blocco di siti, incapacità del governo di perseguire la violenza contro giornalisti ed attivisti anti corruzione, violenza contro le minoranze etniche e le persone della comunità LGTB.”. Cito un documento non  certo sospettabile di partigianeria filo russa, ovvero il rapporto, pubblicato il 20 aprile scorso, dell’Ufficio per la Burocrazia, i Diritti Umani ed il Lavoro del Dipartimento di Stato USA, nel quale gli “alleati” ucraini vengono ritratti in questi,  memorabili termini.

Quindi quello è accaduto non è un episodio eccezionale, è solo più grave degli altri: nessuno aveva mai pensato di imputare di un reato punito con 15 anni di reclusione un giornalista per aver fatto il suo lavoro! Perché questa recrudescenza proprio adesso? Credo che dobbiamo rispondere tenendo conto sia della situazione politica interna che di quella estera.  Il giorno dell’arresto di Vishinskj il Presidente russo Putin inaugurava il Ponte di Crimea, un evento storico, la cui grandezza è certificata dal vero e proprio esaurimento nervoso che ha provocato a tutti gli avversari della Russia, che hanno passato la giornata divorarsi il fegato perché il 15 maggio 2018 sono definitivamente svaniti tutti gli strumenti di ricatto (idrico, energetico, logistico) che Kiev aveva nei confronti degli abitanti della Crimea. Arrestando Vishinskj il governo ucraino ha semplicemente voluto comunicare ai russi di potersi procurare altre “leve” per mantenere un potere negoziale.

Poi c’è la chiave interna: sono certo che avrà presente Igor Kolomojsky, uno dei massimi responsabili della tragedia ucraina, ad un livello di coinvolgimento che a mio avviso lo pone alla pari di Poroshenko, Avakov e a Paruby, i suoi complici che in seguito lo scaricarono mettendo le mani sul pezzo più pregiato del suo impero, Privatbank. Ora Kolomojsky sta in Svizzera, o a Londra, e rilascia interviste ai media occidentali facendosi passare per moderato, forse cercando di placare i fantasmi che ogni notte vanno a tirargli le lenzuola. La settimana scorsa, rispondendo alle domande di Zhanna Nemtsova della Deutsche Welle ha dichiarato, in sintesi: “Poroshenko ha solo una speranza di vincere le elezioni del 2019: impadronirsi di tutta l’informazione”. Diciamo che un giornalista scomodo che rischia 15 anni è un ottimo monito per quanti avessero in mente di opporsi alla rielezione del Presidente.

Ucraina: il ruolo dell’ Europa: Steinmaier, il ministro degli esteri tedesco, garantisce l’ accordo fra il governo e l’ opposizione, poche ore prima del colpo di stato.

Perché un paese che a spron battuto si autoproclama “figlio dei valori europei”, limita fortemente la libertà di stampa?

“L’Ucraina è Europa” è uno degli slogan più noti delle proteste del Maidan. Sentiamo istintivamente che in questo slogan c’è una menzogna, eppure l’insidia è più sottile di quanto non appaia a prima vista. Certo, sarebbe facile mettere alla berlina la violenza, la corruzione e il degrado che dilaga nella società ucraina, e dire che quel paese è lontanissimo dal raggiungere gli standard “europei”: ma cosa otteniamo facendo questo? Convalidiamo la narrativa secondo cui l’Unione Europea rappresenterebbe un modello di democrazia, di sviluppo, di prosperità, in una parola, di civiltà, la sommità di un monte che tutti i popoli d’Europa devono faticosamente scalare.

E’ questa la verità? E’ questo che rappresenta l’Unione Europea? A mio avviso: no e no. Questa rappresentazione non è vera in assoluto e non lo è per l’Ucraina. L’Unione Europea non ha svolto, in Ucraina, il ruolo di benevolo simpatizzante dei ragazzi del Maidan: al contrario. Germania e Polonia hanno partecipato con deliberata aggressività, ciascuna per i propri fini, al finanziamento della propaganda antigovernativa prima e delle manifestazioni poi (Lady PESC e Gianni Pittella erano sul Maidan, al pari di Victoria Nuland). L’Ucraina doveva stipulare il Trattato di Associazione, e doveva farlo in modo da essere costretta a recidere i legami con la Russia. E’ per questa omissione che le sono stati scatenati contro i demoni della rivolta. Polonia e Germania, questa volta assieme alla Francia, hanno garantito la “pacifica transizione” di Yanokovich il 21 febbraio 2014 per poi rimangiarsi ogni fideiussione nel giro di una notte, riconoscendo le nuove autorità illegali ad inchiostro ancora fresco.  Oggi, tre anni dopo, le stesse Polonia e Germania dissanguano l’Ucraina attirando milioni di lavoratori che vanno a riequilibrare il loro precario bilancio demografico e, cosa che non guasta dal punto di vista di una istituzione liberista come la UE, a “raffreddare” il costo del lavoro ponendosi in competizione con la manodopera locale. Sotto il ricatto della cessazione dei “programmi di aiuto” gli occidentali pretendono che Kiev svenda i principali assetti strategici del paese (gasdotti, terreni agricoli, financo le foreste… le cosiddette “privatizzazioni”) e consegni i destini della politica nazionale ad organi speciali controllati da Strasburgo (le famose corti “anticorruzione”).  Nel frattempo il Trattato di Associazione sta facendo il suo lavoro: desertificando l’industria nazionale riducendo il paese a mercato di sbocco e produttore di componenti a basso costo per la manifattura tedesca. La ricompensa di tutto ciò? Quando va bene la miseria, quando va male, una pallottola in fronte in una trincea del Donbass.

Tutto questo non è lo sfortunato di risultato di una “storia di successo” (cit. Federica Mogherini) finita male perché gli Ucraini non si sono dimostrati all’altezza del radioso futuro europeo che gli era stato offerto. Al contrario: è il risultato voluto e previsto di un disegno che si è ripetuto puntualmente ad ogni progressiva  espansione ad est e a sud della NATO e della nuova Grande Germania, dall’ Anschluss della DDR in avanti.

Vorrei quindi esprimere un giudizio netto: se devo scegliere fra gli Ucraini, che vengono raggirati ed indotti ad inseguire un’utopia in nome della quale seguono, d’accordo, un governo illegittimo e criminale e gli intellettuali occidentali che, messi di fronte alle conseguenze ovvie dell’imperialismo europeo e statunitense storcono il naso scrivendo “questa Ucraina non è degna dell’Europa” (cit. Umberto Galimberti) sono i secondi a sembrarmi incivili, barbari e culturalmente sottosviluppati.

Del resto (e torniamo così al giornalismo) la tendenza ucraina alla sospensione delle garanzie costituzionali e dello stato di diritto ed alla persecuzione di crimini di opinione (gli “psicoreati” per citare una felice intuizione di Orwell) trova un preciso riscontro nella cosiddetta civile Unione Europea, dove la lotta alle “Fake News” ed agli “Hate Speech” non è altro che un paravento per silenziare il dissenso. Le leggi che già esistono,  le altre misure annunciate  e le misure arbitrarie adottate contro le testate giornalistiche russe, scolpiscono una situazione che è quantitavamente, ma non qualitativamente diversa da quella ucraina. Esiste quindi una assoluta continuità fra l’Unione Europea e l’Ucraina.

Conosce le tre leggi dell’Unione Europea,  formulate dall’enturage dell’economista Alberto Bagnai? Eccole: 1) quello che l’Unione Europea dice di averti dato lo avevi già prima che arrivasse; 2) quello che l’Unione Europea dice perderesti senza di lei lo stai già perdendo con lei; 3) quello che l’Unione Europea sostiene faccia Putin ai suoi cittadini è quello che si prepara a fare  a te.

In conclusione: l’Ucraina fa già parte del sistema Europa a tutti gli effetti. Nel senso che ne è la cavia.

Perché in Italia non si è avuta nessuna reazione a questi due casi? Mi riferisco sia a livello istituzionale, nel primo caso, sia a livello della comunità dei giornalisti.

Mi consenta un excursus. Nei giorni scorsi, come tutti sanno, i due partiti che hanno vinto le elezioni italiane si sono impegnati in  uno sforzo per determinare un programma di governo condiviso. In tale circostanza il Presidente della Repubblica italiana è intervenuto per stabilire i confini di ciò che un governo votato dai rappresentanti del popolo può o non può fare. Quello che può fare è “avviare la riscoperta dell’Europa come un grande disegno”. Quello che non può è indulgere in “narrative sovraniste capaci di proporre soluzioni tanto seducenti”. E, tanto per essere chiari, ha aggiunto che bisognam combattere chi “di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000”. Ovvero precisamente quelli che gli italiani hanno votato due mesi fa. Siamo di fronte al famoso “pilota automatico” (cit. Mario Draghi, 2013) ed alla sanzione del fatto che l’Italia non è più un paese indipendente. Si può discutere se questo sia un bene o un male, ma che siamo una provincia, o una colonia a seconda delle preferenze, è a mio avviso un dato di fatto. I paesi sovrani possono rinegoziare o denunciare gli accordi internazionali, le province e le colonie no: sono soggiogate al vincolo costituzionale stabilito con il paese sovrano a cui appartengono.

Credo che sia chiaro dove voglio andare a parare: le istituzioni italiane sono attualmente commissariate e non possono esprimere una linea politica rispettosa degli interessi nazionali. Vedremo se le cose cambieranno in futuro, al momento stanno in questi termini. Questo, come è accaduto in Ucraina, è stato determinato da una classe dirigente non all’altezza e da centri di potere economico non leali all’interesse nazionale. Questi centri sono poi gli stessi che pagano giornali e televisioni che danno il pane ai giornalisti i quali, come categoria, attraversano anche per motivi di contingenza tecnologica la più grande crisi della loro storia, il che li rende particolarmente vulnerabili e dipendenti. Aspettarsi una reazione, in queste condizioni, è del tutto illusorio.

Mi limito ad un esempio: il quotidiano Repubblica ha una corrispondente  a Mosca, Rosalba Castelletti, una che è riuscita a commentare le presidenziali russe del 19 marzo dicendo che 56 milioni di voti per Putin erano un “obiettivo raggiunto a metà”. Il giorno in cui la redazione di RIA Novosti veniva buttata all’aria e Kirill Vishinsky tratto in arresto, la Castelletti ci informava dello sciopero della fame di un dissidente ucraino, condannato a 20 anni dalle autorità russe per aver preparato attacchi terroristici in Crimea.  Ovviamente non una parola né su VIshinsky, né sull’“eroina” Nadya Savchenko,  trasformata in icona dai media quando stava in un carcere russo con l’accusa di aver ammazzato giornalisti a cannonate, ed ora dimenticata da tutti e costretta a valersi di un difensore d’ufficio (“non voglio rovinare la mia famiglia con i costi di un avvocato”) mentre marcisce nelle galere di Kiev in sciopero della fame da due mesi e incastrata in un processo che puzza di trappola lontano un miglio dopo aver pubblicamente sfidato Poroshenko.

Questi sono gli standard della nostra informazione: la loro professionalità si riduce nell’utilizzare con un minimo di sapienza le regole della comunicazione in modo da trasmettere un messaggio ideologicamente condizionato senza incorrere (quasi mai) negli errori più marchiani in cui cascano le realtà amatoriali online (i famosi “bufalari”). Ma chiunque si sia occupato di comunicazione sa che un inquadramento malizioso dei fatti è tanto grave quanto una balla, anzi lo è di più, visto che la balla spesso è facilmente riconoscibile, l’omissione molto meno.

Chiunque si discosti oggi dalla narrativa dominante viene immediatamente bollato con epiteti quali “complottista”, “dietrologo”, “troll di Putin”, ecc. Avete la stessa impressione?

Conosce il trilemma di Roderik? E’ impossibile avere assieme democrazia, sovranità e globalizzazione. La globalizzazione (che in Italia si presenta con la faccia dell’Unione Europea) impoverisce le classi medie, l’impoverimento crea scontento, che in condizioni di democrazia funzionante provoca dissenso elettorale e cambio della rotta politica. Quindi se si vuole la globalizzazione bisogna smobilitare la democrazia affidando il governo a tecnocrati ligi alle elite o, se ci si vuole fermare al gradino prima, creare allarme e sindromi di accerchiamento per spaventare la popolazione scontenta inducendola a stringersi alle autorità invocando protezione dalla minaccia del “nemico alle porte”. La psicosi da “nemico interno”, sposata a quella della “minaccia esterna” (la russofobia) è un grande classico dei governi assoluti. Il paradosso divertente è che indulgano in queste pratiche autoritarie proprio gli esponenti di una struttura che ha fondato sulla lotta agli –ismi (totalitarismi, fascismi, nazionalismi, e chi più ne ha più ne metta…) la propria legittimazione ideologica.

Bersaglieri in Crimea. E’ il 1856.

Che impressioni hanno gli italiani sulle tensioni tra Occidente e Russia? Se non addebitano tutte le responsabilità a Mosca, a quali altri attori addebitano quali altre responsabilità?

Vorrei ricordare che, negli ultimi 200 anni, gli italiani ha partecipato a ben tre campagne militari contro la Russia: nel 1812, nel 1856 e nel 1941-43. Ogni volta si trattava di “pagare” la nostra sudditanza e dipendenza verso un centro di potere straniero, che è poi esattamente lo stesso motivo per cui oggi i nostri caccia ed i nostri soldati stanno sul Baltico: è evidente che l’Italia non ha alcun interesse in quell’area. So bene che i Russi nutrono una certa simpatia per il nostro paese ma credo non si facciano, a ragione, illusioni sul nostro conto: è la nostra debolezza a renderci una minaccia per loro.

I sentimenti degli italiani verso la Russia sono generalmente positivi e possiamo dire che la furiosa campagna propagandistica finalizzata ad impiantare nel nostro paese la rabida russofobia del nord Europa sia fallita: credo che sia proprio la famosa “ignoranza” degli Italiani, il fatto che leggono meno libri e giornali, abbiano minor accesso agli studi superiori, siano distratti verso  l’attualità politica internazionale a proteggerli, per così dire, dalla russofobia.

La stragrande maggioranza del nostro popolo non sa nulla della Russia, la conosce solo per stereotipi: il freddo, il colbacco, la vodka, le belle donne, Lenin, i cosacchi del Don e poi, recentemente Vladimir Putin, che è visto come modello di politico forte e decisionista. Tutto ciò suscita una vaga, reverenziale, simpatia.  Bisogna anche dare atto però di un’altra Italia, quella che geograficamente, culturalmente  e socialmente si situa vicino ai gangli del potere: quella che legge qualche libro e magari un quotidiano, ha fatto l’università e trae da vivere (mi scusi la metafora) raccattando le briciole sotto il tavolo del grande banchetto della globalizzazione. Costoro, che sono meno numerosi dei primi ma molto più influenti, coltivano una russofobia rabbiosa, epidermica, che inconsapevolmente sconfina in un vero e proprio razzismo. C’è poi un terzo gruppo, quello a cui appartengono i lettori di Saker, che cerca di raccogliere gli istinti della pancia del paese e di tradurli in un vocabolario politico accettabile. Se le va di usare una immagine popolare che richiama alla società medioevale potremmo chiamarli: il popolo, i chierici e gli eretici.

Nella sua timeline di Twitter sta scritto, come in esergo “L’altra Europa esiste. Da 1000 anni. Si chiama Russia.” – cosa non sa, o cosa non comprende, e cosa deve invece sapere il cittadino medio di questa altra Europa?

Ho inserito quella annotazione per sfottere gli “altreuropeisti”, ovvero quella nutrita categoria di politici e intellettuali secondo cui è vero che “questa” Europa è una iattura, e tuttavia ne esiste, chi sa dove, un’“altra” metafisica, impalpabile ed eterea, massimo ideale per cui battersi, facendosi andare bene, nel frattempo, proprio questa. L’unica che esiste nella realtà.

A costoro volevo dire: “non c’è nessuna “altra” Europa in occidente, ma ce n’è una ad oriente che a differenza della vostra esiste veramente (sebbene voi, in genere, la odiate) e può rappresentare qualcosa per le nostre vite. E’ la nostra civiltà gemella, con cui condividiamo lo stesso continente e che, nonostante i nostri ripetuti tentativi fratricidi di sbarazzarcene, ancora vive ed ancora potrebbe avere qualcosa da insegnarci.

Veniamo alla sua domanda: credo che la cosa più difficile da capire non solo per il cittadino medio, ma anche per tanti intellettuali occidentali, sia che la Russia è veramente qualcosa di affine ma sostanzialmente diverso da noi. Per questo non possiamo giudicarla con le nostre stesse categorie morali, politiche ed etiche. Tanti commenti (sia denigratori che encomiastici) sulla Russia utilizzano schemi come democrazia e dittatura, liberalismo ed assolutismo, destra e sinistra, fascismo ed antifascismo, razzismo ed antirazzismo, che a volte sono ambigui anche alle nostre latitudini e che, trapiantati in Russia, o sono fuorvianti (perché lì hanno un significato diverso) o non hanno senso alcuno. Il “cittadino medio” dovrebbe sapere, come prima cosa, che ogni lettura della Russia semplice e perentoria è anche, probabilmente, sbagliata e deliberatamente ingannevole.

Stabilito questo, credo che la cosa più saggia che una persona interessata alla Russia potrebbe fare sia sgombrare la testa da qualsiasi pregiudizio positivo e negativo (ma non dal rispetto che si deve a qualunque realtà cui ci si avvicina) e, per citare il famoso proverbio, prima di giudicare, camminare nei mocassini di chi si sta osservando per tre lune. Per fare questo è indispensabile visitare il paese, ma è molto utile anche sbirciarne l’informazione, cosa che oggi, grazie ai traduttori automatici, è molto più agevole di quanto non fosse una volta. Alla fine di questo percorso ciascuno potrà farsi una rappresentazione della Russia. Quello che ho visto io è una grande civiltà destinata dalla propria stessa collocazione geografica e conformazione a salvare periodicamente il resto dell’Europa dai propri demoni.

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Intervista di Daniele Pozzati a Marco Bordoni pubblicata su Sputnik in estratto il 21 maggio 2018

 

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