Diego Angelo Bertozzi, bresciano, laureato in scienze politiche, si occupa di Cina, di politica internazionale e di storia del movimento operaio, ed è autore di varie pubblicazioni sull’argomento. Collabora con Marx 21 e con L’Antidiplomatico, per il quale gestisce il blog Tanxia.

Nel suo ultimo libro che si intitola Cina, da “sabbia informe” a potenza globale (ed. Imprimatur), Diego Angelo Bertozzi svela al lettore occidentale la Cina moderna e contemporanea partendo dagli episodi chiave della storia degli ultimi secoli, mostrando la continuità del percorso che ha condotto il paese dalla dominazione imperialista europea alla sua affermazione come potenza economica globale.

La dirigenza cinese del dopoguerra, impegnata, secondo Bertozzi, in un progetto coerente di emancipazione nazionale

Saker Italia La Cina appare, agli occhi di un osservatore occidentale, coacervo di contraddizioni: il capitalismo di stato, con evidente richiamo a Lenin e al NEP, la manodopera a basso costo (che però sembra non essere più “risorsa nazionale”), il miglioramento di tutti gli indici di benessere e la solo parziale affermazione dei diritti umani e sociali, il profondo legame con la tradizione, ma anche una stupefacente proiezione nel futuro in progetti di lunghissima durata (il paese ha una pianificazione per la ricerca scientifica che arriva al 2060). Queste contraddizioni sono solo apparenti?  C’è una coerenza in questo percorso, che si concretizza soprattutto con l’adattamento della teoria marxista alla pratica?

Diego Angelo Bertozzi La Cina popolare è senza dubbio un Paese che vive ancora di contraddizioni: parliamo della seconda potenza economica mondiale che deve ancora affrontare il problema della povertà in cui vivono milioni di persone. Nel quadro di un impegno di fuoriuscita dalla condizione di paese in via di sviluppo, non si può non sottolineare la profondo coerenza dell’impegno della dirigenza cinese -a partire dalla famosa dichiarazione maoista del 1949 “la Cina si è alzata in piedi” per giungere al “sogno cinese” di Xi Jinping- nel perseguire un obiettivo fondamentale (che accompagna la sperimentazione socialista): il ritorno della Cina a riconosciuta potenza mondiale  lasciandosi alle spalle il cosiddetto “secolo delle umiliazioni”.

Certo questo percorso contrassegnato dalla volontà, manifestatasi fin dalle prime basi rosse negli anni ’30, di adattare il marxismo alla concreta realtà cinese, non è stato esente da tragedie e fallimenti (pensiamo al Grande Balzo in avanti) ed ha visto un profondo cambiamento nei mezzi scelti per raggiungere l’obiettivo che abbiamo segnalato: la svolta denghista degli anni 70, con l’apertura al mercato e agli investimenti stranieri, se da un lato chiude con lo sforzo volontaristico e ideologico tipico della Rivoluzione culturale (1966-1976), dall’altro avviene nel solco della maoista “ricerca della verità nei fatti”, nella consapevolezza che il cammino nella costruzione di una realtà socialista è ancora lungo (Mao stesso ipotizzò una lunga marcia di almeno mezzo secolo!) e necessità di un poderoso sviluppo delle forze produttive e di un continuo adattamento.

Così oggi la manodopera a basso costo, alla base dello sviluppo a doppia cifra cui abbiamo assistito dagli anni ’80 fino ad anni più recenti, non è più la “risorsa nazionale”: la Cina popolare punta ad un modello di crescita più equilibrato e qualitativamente qualificato, allo sviluppo di un mercato interno potenzialmente senza limiti, concedendo garanzie sociali (si pensi alla nuova legislazione sul lavoro introdotta nel 2008) e redditi crescenti alla propria popolazione e puntando ad una scalata nella catena mondiale del valore. Non c’è più solo la fabbrica di magliette e gadget a basso costo, c’è sempre più una potenza tecnologica all’avanguardia in settori strategici quali quelli delle infrastrutture e della tecnologia informativa. Si apre ormai il nuovo sentiero di una industrializzazione con elevato contenuto scientifico e tecnologico, con basso consumo di risorse e poco inquinamento ambientale.

Lo skyline di Shangai: il simbolo della modernizzazione della Cina

S.I. Rispetto al dibattito sui diritti, in Cina le libertà di tipo economico sono concesse in cambio di una delega assoluta sul piano politico. In occidente ci restano ormai solo battaglie per i diritti civili, che non a caso i nostri governi concedono di buon grado, essendo ormai stata abbandonata ogni rivendicazione sul piano dei diritti sociali. In entrambi i casi, se pure partendo da presupposti molto diversi, la libertà individuale sembra contrapposta alla libertà dal bisogno. Dobbiamo concludere che questa contrapposizione è inevitabile? Ha ragione Luciano Canfora quando dice che democrazia e libertà sono perennemente in conflitto, e al trionfo della libertà individuale corrisponde sempre un grave impoverimento dei principi democratici?

D.A.B. Partiamo da una notizia recente che, per quanto poco evidenziata sulla stampa occidentale, segnala un cambiamento non di poco conto in tema di diritti umani, anche grazie al ruolo che su questo piano sta svolgendo la Repubblica popolare cinese: la risoluzione “The Contribution of Development to the Enjoyment of All Human Rights”, adottata su iniziativa cinese dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU grazie all’appoggio di 70 paesi, ci racconta di una crescente propensione ad affrontare il tema dei diritti umani in una prospettiva globale, non limitandola ai soli diritti politici (spesso oggetto di scontri ideologici e giustificazione di interventi militari nell’ambito dell’interventismo umanitario) e ampliandola al riconoscimento di quelli economico-sociali e al livello di sviluppo economico raggiunto.  Si tratta, come detto, di un successo della posizione cinese in materia, vale a dire di un Paese che ha riconosciuto – ed ancora è impegnato a riconoscerlo – grazie allo strabiliante sviluppo economico il principale diritto umano a milioni di persone (65 milioni nel periodo 2015-16): quello alla vita. Al contempo, stiamo parlando di un Paese socialista che si pone come obiettivo anche quello di costruire nel lungo periodo uno stato di diritto e di riformare anche il proprio modello basato su quella che viene definita “democrazia consultiva”. Se in Occidente assistiamo da tempo ad una vera e propria de-emancipazione sul piano dei diritti democratici nei luoghi della produzione ed un restringimento crescente degli spazi democratici, la Cina pare mostrare che uno sviluppo e un riconoscimento su entrambi i fronti possa essere possibile.

S.I. Recentemente, subito dopo l’elezione di Trump, quando ancora la stampa mainstream percepiva il presidente americano come uno spauracchio protezionista, abbiamo letto dell’incontro di Davos, con  Xi Jinping descritto, con malcelato sollievo, come nuovo alfiere della globalizzazione. Qualche anno fa era molto in voga la teoria “chimerica” (i centri del potere economico mondiale si sarebbero trasferiti da Cina ad USA senza confronti politici e militari), ma nel frattempo abbiamo assistito a un rallentamento della crescita cinese. Inoltre, all’egemonia economica può non corrispondere, e in questo caso non corrisponde, un’eguale egemonia politica e militare. C’è qualcosa di reale nella suggestione di un trasferimento concordato del centro del potere dagli Stati Uniti alla Cina?

D.A.B. La contraddittoria, altalenante e poco chiara politica dell’amministrazione Trump ha certo permesso alla Cina di presentarsi sulla scena mondiale sempre più come potenza “responsabile” e affidabile in campi come quelli della lotta al cambiamento climatico, al terrorismo e per l’integrazione economica. Certo  la Cina ha fatto sentire la propria influenza, da un lato facendosi portavoce delle esigenze di partecipazione dei Paesi in via di sviluppo, dall’altro dando vita a nuovi organismi e iniziative internazionali (AIIB, Banca di sviluppo dei Brics e il Fondo della nuova Via della Seta).

Gli ultimi avvenimenti mettono in crisi la lettura di una transizione concordata. Anzi, parrebbe di trovarsi di fronte ad una sorta di escalation della tensione tra Pechino e Washington su diversi fronti, per quanto il Pivot to Asia obamiano non goda di ottima salute: si pensi al dispiegamento del sistema antimissilistico (Thaad) in Corea del Sud, alla ripresa delle missioni navali Usa in acque rivendicate dalla Cina e all’annuncio della vendita di forniture militari a Taiwan. E anche sul fronte più ideologico non mancano le provocazioni da parte statunitense su un tema sensibile come quello della integrità nazionale cinese, provocazioni che si concentrano sulla particolare condizione di Hong Kong, storica finestra sul mondo della Cina e luogo della sperimentazione del principio “Un paese due sistemi” che dovrebbe portare alla riunificazione con Taiwan e, quindi, alla conclusione del processo di liberazione nazionale. Ancora una volta la Cina è accusata come forza repressiva, come nemico della libertà e della democrazia che si dovrebbe sviluppare nella ex colonia britannica. Qui si sta sviluppando un movimento “indigeno”, chiaramente indipendentista, con stretti legami internazionali e un patrocinio economico che vede in prima linea Washington. Perdere Hong Kong per la Cina significa mettere in discussione il ruolo di guida del Partito Comunista come forza rivoluzionaria e del riscatto nazionale, innescare un processo di disintegrazione che da Taiwan toccherebbe periferie sensibili e strategiche come il Tibet e lo Xinjiang.

Vertice di Mosca fra Putin e Xi del 3 luglio

S.I. I rapporti tra la Cina e la Russia sono storicamente basati su una generale diffidenza: il trauma storico del giogo mongolo e il timore per l’esuberanza demografica della Cina, in relazione soprattutto alla Siberia, presidiata da una popolazione russa esigua, sono al centro della cautela della Russia nei confronti di una partnership strategica che pure, negli ultimi anni, è sembrata rafforzarsi. A che punto sono le relazioni tra Cina e Russia?

D.A.B. Quello tra la Cina popolare e la Russia è un rapporto politico ed economico che si mostra sempre più solido e che poggia su un pilastro ritenuto fondamentale per i due Paesi: la fine della deriva unipolare a guida Usa del sistema internazionale in nome del pieno rispetto di principi quali la sovranità, l’integrità nazionale e il diritto alla scelta di una autonoma via di sviluppo economico e sociale. E’ altresì indubbio che il rapporto si è fatto sempre più stretto in conseguenza al clima da guerra fredda che l’Occidente ha alimentato nei confronti di Mosca, avviando un embargo economico che lascia poche scelte alla dirigenza russa. La collaborazione tra le due potenze passa attraverso l’impegno di stabilizzazione in Siria, in opposizione ad ogni ipotesi di cambio di regime imposto dall’esterno (in stile Libia), la messa in opera nelle regioni di confine in Siberia di progetti infrastrutturali comuni che svincolano i due Paesi dall’utilizzo del dollaro e dal recente annuncio di una vera e propria “road map” di esercitazioni militari. Dal vertice bilaterale di inizio luglio sono usciti la messa a disposizione, da parte di Pechino, di un finanziamento di 10 miliardi di dollari (denominato in Renminbi) destinato a supportare iniziative economiche, per dare respiro al settore economico privato russo colpito dalle sanzioni occidentali, il completo accordo contro il dispiegamento del sistema Thaad in Corea del Sud, che compromette gli equilibri militari nella regione e che è passibile di utilizzo contro Mosca e Pechino, e la volontà di proseguire sulla via del dialogo per risolvere l’annosa questione dello sviluppo nucleare della Corea popolare. E, infine, c’è da sottolineare la volontà di avviare una solida collaborazione sul piano dell’informazione, un fronte di lotta sul quale si valuta necessario fronteggiare la “potenza di fuoco” occidentale: ben 17 accordi in questo settore, accordi che coinvolgono le maggiori realtà informative dei due Paesi e che prevedono una condivisione delle risorse, un nuovo canale televisivo per la trasmissione di programmi in lingua russa in Cina, la cooperazione sulla pubblicazione di riviste, lo scambio di notizie e assistenza reciproca sul giornalismo multilingue.

il famoso “ragazzo di Tienanmen”: una foto entrata nell’immaginazione collettiva del pubblico occidentale

S.I. Un’ultima domanda sui fatti di piazza Tienanmen, rispetto ai quali lei ha parlato di “terrorismo dell’indignazione”. Quei fatti, che ebbero un impatto enorme sull’opinione pubblica mondiale e giustificarono un tentativo di isolamento della Cina da parte delle potenze occidentali, si svolsero in maniera molto diversa da come vennero raccontati. Anche la foto simbolo, quella del ragazzo che si oppone al carro armato, avrebbe potuto essere l’emblema di qualcosa di assai diverso: cambiando prospettiva, il carro armato che si ferma piuttosto che schiacciare lo studente rappresenta la precisa volontà delle autorità cinesi di non spargere sangue innocente. In tempi più recenti, in Medio Oriente con le primavere arabe ma soprattutto in Ucraina col Maidan, abbiamo visto la “piazza” utilizzata in modo molto simile, per giustificare colpi di stato e cambi di regime. Ci troviamo di fronte allo stesso schema? E’ cambiato qualcosa, oppure oggi i nuovi media rendono più difficile (o più facile…) organizzare questo tipo di operazioni ibride?

L’espressione “terrorismo dell’indignazione” che ho utilizzato è il frutto delle riflessioni dello storico e filosofo Domenico Losurdo che proprio sui fatti di Tienanmen ha prodotto interessanti studi.

Quanto accadde nel giugno del 1989 a Pechino è senza dubbio il frutto delle contraddizioni che lo sviluppo economico, la liberalizzazione e la riforma cinesi avevano aperto. Da una parte c’era una classe operaia che doveva fare i conti con l’impennata dell’inflazione e la riforma delle aziende statali, che avevano ridotto pesantemente le garanzie sociali fino ad allora godute, una classe operaia che, in definitiva, chiedeva di essere tutelata sul luogo di lavoro; dall’altra c’era una agguerrita e giovane classe imprenditoriale che spingeva per maggiori liberalizzazioni, privatizzazioni e riduzione del ruolo statale in economia e che, al contempo, appoggiava e finanzia in prima persona nuovi e indipendenti organismi di rappresentanza di intellettuali e studenti, che chiedevano una profonda riforma del sistema politico in nome della democrazia e della fine del regime.

Differenze sostanziali che impedivano la nascita di un fronte comune, ma che riescivano a mettere seriamente in discussione la tenuta del sistema politico imperniato sul partito comunista. Pur fallendo di fronte alla repressione, i manifestanti hanno spinto la dirigenza comunista verso ulteriori riforme, aperture e adeguamenti ideologici al fine di governare la trasformazione economica e sociale in atto e controllare, ampliando la capacità di rappresentanza del sistema, le forze sociali che sono emerse e che possono diventare politicamente pericolose.

In questa situazione – e non dobbiamo stupircene – l’imperialismo a guida Usa ha fatto il suo mestiere: si è inserito in quelle contraddizioni per sostenere, o cercare di sostenere, una delle parti in conflitto (ed anche l’ala più liberista, ma non certo democratica, del Partito comunista cinese) per porre fine al dominio del partito comunista, disintegrare un futuro avversario strategico e mettere le mani sulle ricchezze e sul patrimonio economico cinesi. Va ricordato che è proprio in quei giorni che, su diversi giornali – anche italiani – si fece strada quello che oggi richiudiamo nell’etichetta di “interventismo umanitario”: sono diversi i giornalisti e gli opinionisti che chiedevano un sostegno alla ribellione contro una gerontocrazia destinata al fallimento, che bloccavano lo sviluppo del Paese e che si rammaricavano dell’impossibilità di mettere in atto una nuova politica della cannoniere.

Indubbiamente, in riferimento alle rivoluzioni colorate e al caso di Maidan, la piazza e le proteste (frutto – ripetiamolo – di contraddizioni interne ai singoli Paesi e non di un complotto eterodiretto dall’estero) possono essere utilizzate per rovesciare governi e giustificare interventi militari. E in parte questo è stato messo in moto anche a Tienanmen attraverso il sostegno mediatico ai manifestanti, la selezione del racconto  e delle immagini (chi ha visto i corpi bruciati e straziati dei soldati cinesi?), e l’azione diretta della stessa ambasciata Usa a supporto di parte dei manifestanti.

A Taiwan il comitato permanente centrale del Kuomintang approvò una risoluzione che invitava il governo e il popolo della isola ad essere “più intraprendenti” nell’aiutare gli studenti cinesi ad ottenere “più velocemente la democrazia e la libertà”. C’era poi l’attività senza sosta dell’attaché militare all’ambasciata Usa Jack Leide che istituì posti di ascolto in diversi luoghi della capitale, equipaggiò i suoi uomini con radiotelefoni portatili “contrabbandati all’estero”, mentre lo staff diplomatico stabiliva solidi rapporti con membri dell’esercito, del movimento studentesco e diversi intellettuali.

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Intervista a cura di Barbara Oioli per SakerItalia.it

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