Il Prof. Evgeny N. Pashentsev, dell’ Istituto di Studi Contemporanei Internazionali della Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, autore di numerosi saggi e monografie aventi ad oggetto i sistemi politici russo ed europeo ed il ruolo della comunicazione nelle relazioni strategiche, ha visitato l’ Italia per un ciclo di conferenze, in occasione delle quali ha presentato il suo ultimo libro: Strategic Communication in EU-Russia Relations: tensions, challenges and opportunities. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo a margine dell’ appuntamento bolognese, ed abbiamo così potuto intrattenere con questo studioso, la cui opinione gode, in Russia, della massima considerazione, una interessante chiacchierata di cui vi proponiamo la trascrizione.

S.I. Professor Pashentsev, vorremmo iniziare con il ruolo dei nuovi protagonisti sulla scena politica internazionale, soggetti non statali come le ONG, i contractor, media tradizionali e quelli sociali. Tutti questi nuovi protagonisti sembrano cambiare profondamente il precedente assetto delle relazioni globali. Ebbene, crede che questo cambiamento sia semplicemente un aggiornamento, che queste innovazioni sociali e tecnologiche si riducano a nuovi strumenti dati agli attori tradizionali, o piuttosto che siano protagonisti che sostituiscono i vecchi attori in uno scenario radicalmente diverso e nuovo?

E. P. Ovviamente i nuovi soggetti portano nuovi dettagli al quadro complessivo delle interazioni globali, fra attori statuali nazionali ed internazionali. Oggi la globalizzazione, che è iniziata, naturalmente, il secolo scorso, è arrivata al livello in cui gli stati nazionali (con l’eccezione parziale delle potenze più forti in termini militari ed economici) sono molto più deboli degli attori internazionali fra i quali indicherei, in primo luogo, le multinazionali, le società e le banche transnazionali, poi alcune organizzazioni non a scopo di lucro che tuttavia fanno affari, come ad esempio le organizzazioni ecologiste, le organizzazioni non governative. Questo avviene a causa dei legami oggettivi fra gli stati, che sono oggi più vicini di quanto non lo fossero 50 anni fa. Prima di tutto molti più merci prodotte nei singoli stati sono destinati oggi ai mercati internazionali, quindi oggettivamente, sotto il profilo economico, i singoli stati sono più dipendenti dagli altri. C’è poi il cambiamento climatico: la produzione di merci in un dato paese ha effetti negli altri. Sono solo due delle ragioni per cui l’ interdipendenza è un fattore oggettivo. E oggettivo è il ruolo giocato da questi attori internazionali.

Il problema è, per i cittadini dei diversi paesi, assicurarsi che questi organismi multinazionali non agiscano esclusivamente nel proprio interesse, ma nell’ interesse dei popoli. Dirò di più: nell’ interesse dei popoli, su piede di parità, nelle diverse regioni: in Africa, nell’ America Latina e nelle regioni sviluppate. Si può facilmente notare una differente disposizione degli attori internazionali nei paesi sottosviluppati ed in quelli sviluppati. Il senso di responsabilità sociale delle organizzazioni internazionali ha un livello comunque basso e produce danni sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati: queste struttura transnazionali, che pure sono necessarie, spesso creano problemi invece di risolverli. Mi riferisco a problemi economici, sociali, morali e alle tensioni geopolitiche. Il comportamento degli attori internazionali, specialmente quelli economici, con le loro bolle speculative, la loro competizione per la conquista dei mercati, produce uno scenario che in alcuni tratti evoca quello precedente la prima guerra mondiale, ma con una molto maggiore interconnessione degli interessi di una singola nazione con quelli delle altre. E separare gli interessi delle diverse nazioni talvolta è molto difficile. Quindi l’ impegno è sincronizzare, combinare (ed alle volte è molto difficile) gli interessi degli stati nazionali e di queste strutture internazionali, e per farlo dobbiamo ovviamente cambiare il nostro approccio sia al livello nazionale che a quello internazionale.

In alcuni casi parrebbe è necessario creare nuove strutture internazionali al posto di quelle esistenti, totalmente screditate. Ad esempio alcune “reliquie internazionali” eredità del periodo della guerra fredda, partecipano attivamente alla creazione di tensioni in Europa e in tutta l’Eurasia. Al contrario vi sarebbe necessità di consolidamento le forze di pace e di progresso da Brest a Vladivostok e Shanghai. La pace in Eurasia è una garanzia di rimozione delle minacce di Terza Guerra Mondiale. Contro un’ Eurasia ricca di diversità ma unificata nella sua ricerca di pace, nessuno oserà iniziare una guerra. Il blocco eurasiatico, comunque, non dovrebbe essere votato allo scontro con qualcuno, ma dovrebbe fornire la base per una pace globale, aperta, votata all’ interazione pratica di tutti i popoli e di tutti gli stati. Le due guerre mondiali sono iniziate in Europa. Questo ci ha insegnato qualcosa, ma a quanto pare tutti sono disposti ad imparare. Tuttavia, c’è un grande rischio che il mondo possa non sopravvivere ad una “terza lezione” e sicuramente l’ Europa non sopravviverebbe. Di fronte a noi, comunque, non c’è solo il rischio della guerra, ma anche la necessità di affrontare altri problemi urgenti: la disoccupazione di massa, l’ inquinamento, il riscaldamento globale e le sfide poste dalle nuove tecnologie, che sono quasi impossibili da risolvere solo all’interno dei confini nazionali. Siamo legati l’uno con l’altro, a partire da Internet. Il livello di questi legami è molto più vario, più profondo di quanto non lo sia mai stato. E questo crea opportunità e pericoli che dobbiamo considerare nel confronto e nell’ iterazione con gli altri.

S.I. Dopo la vittoria di Trump negli USA, la Brexit, ed il successo di Putin nel consolidare il ruolo della Russia nel mondo, sentiamo spesso parlare di rinascita degli stati nazionali. Crede che la risposta a questi nuovi problemi si trovi negli stati nazionali o altrove?

E.P.: Naturalmente negli stati. Ma allo stesso tempo gli stati devono comprendere che trovare soluzioni ad alcuni problemi comuni, come ad esempio l’ inquinamento, le varie tematiche ecologiche, la salute: molti di questi problemi non possono essere risolti all’ interno di un singolo paese. Ad esempio la produzione degli strumenti medicali avviene in diversi paesi. Se ad esempio uno ferma la fornitura di un dato strumento medico a questo o a quel paese, anche il paese più sviluppato scopre immediatamente che non può produrre tutto. Quindi noi siamo interconnessi. E’ per questo che abbiamo bisogno di introdurre un qualche parametro morale alternativo al profitto. Questo parametro dovrebbe essere la natura sociale dello stato, del corrente ordine mondiale, a livello statale ma anche sovranazionale.

Quindi non si può semplicemente tornare ai tempi passati, che non ci possono fornire tutte le risposte: per esempio prendiamo l’ esperienza sovietica ovvero quella della Germania nazista (non che io voglia fare un paragone fra queste, non voglio nemmeno compararle, so che alcuni vogliono farlo, ma io no): queste esperienze mostrano che non possiamo semplicemente tornare indietro, ad un sistema di relazioni incentrato sui soli stati nazionali. Certo, io capisco questi slogan, perché attualmente le relazioni globali avvengono nell’ esclusivo interesse dei gruppi transnazionali. Ecco perché io comprendo bene lo spirito di difesa dell’ interesse nazionale, ma la sua semplice rivendicazione, nella situazione attuale, avrebbe effetti molto peggiori di quelli che ebbe in passato, perché l’ intera situazione economica e sociale globale crollerebbe in polvere. Questo è il motivo per cui bisogna liquidare gli sbilanciamenti dell’ ordine globale, ma con una idea di come costruire, con sforzi congiunti, un nuovo ordine globale, che rispetti gli interessi nazionali: questa è la sfida.

In quest’ ottica gli estremismi nazionalisti giocano la stessa partita degli estremisti globalisti: questi secondi alimentano i desideri di rivolta nelle nazioni, il rifiuto di risolvere i problemi comuni, mentre poi l’ ascesa dei primi fomenta la paura ad esempio di un ritorno del nazismo. Se noi paragoniamo i programmi dei gruppi nazionalisti più estremi in Europa, se paragoniamo le mappe degli stati nazionali disegnate secondo le loro aspirazioni, scopriamo che servirebbe una estensione territoriale pari a cinque, sei volte quella dell’ intera Europa. Ovvio che, potenzialmente, tutti loro stanno preparando conflitti simili a quelli che ci hanno portato nella prima e nella seconda guerra mondiale. Ciascuno rivendica apertamente il fatto che i diversi territori gli appartengano, e proclama che per ottenerli, per difendere l’ interesse nazionale, sia opportuno l’ uso diversi mezzi, fra cui la forza. Quindi se l’ Europa non riuscirà a risolvere questi problemi, questi nazionalisti possono fare parecchi danni.

S.I. Vorrei parlarle ora di nuovi strumenti di influenza e di comunicazione. Come giudica il ruolo dei media sociali nell’ influenzare la politica internazionale, e quanto è importante per uno stato possedere un proprio sistema di media sociali (ad esempio: la Russia ha Vkontakte ed Odnoklassniki, e anche la Cina ha degli strumenti equivalenti, mentre in Europa usiamo strumenti statunitensi). Crede sia importante, per un paese o per un blocco di paesi, avere dei social media locali?

E.P.: Ovviamente se volete sviluppare un progetto europeo dovete sviluppare dei media locali e tutte le istituzioni necessarie per questo tipo di unità. Diversamente questa unità sarà solo uno strumento di vassallaggio nei confronti di un attore più importante. Nello stesso tempo sarebbe, a mio avviso, una cattiva soluzione sostituire ad una egemonia esterna una struttura burocratica finalizzata a risolvere tutti i problemi a danno degli interessi nazionali. Noi abbiamo vissuto in Unione Sovietica. Sento spesso parlare qui di “Unione Sovietica Europea”. Sembra una battuta divertente, anche se per me non lo è molto, visto che il collasso dell’ Unione Sovietica è stato una vera tragedia per tutti i popoli dell’ URSS: qualcuno voleva la “libertà” e come prodotto di questa “libertà” sono morti milioni di persone per i conflitti nazionali e gli altri problemi provocati dalla dissoluzione. Ed era il vecchio mondo. Ora il mondo è molto più pericoloso e l’ Unione Europea è molto più grande dell’ Unione Sovietica. Se cercate solo il “collasso” di quello che avete, senza una idea di ciò che volete avere al suo posto, ci saranno grandi problemi. Serve qualcosa di molto più moderno del semplice “indipendenza a tutti i costi”. Non è che pretenda di dare consigli, ovviamente, penso solo alla nostra terribile esperienza del collasso dell’ Unione Sovietica. Al collasso dell’ Unione Sovietica a dispetto della decisione dei suoi cittadini di rimanere nello stesso stato: ci fu un referendum al quale la maggioranza delle persone votò per la conservazione di un’ unione rinnovata, e a dispetto di ciò le elite dichiararono l’ indipendenza. Al posto di un organismo burocratico occorre una soluzione che soddisfi la necessità di indipendenza, ma anche, al contempo, quella di una futura cooperazione necessaria per la prosperità della nazioni europee. Alle volte alcuni movimenti politici introducono l’ idea di indipendenza senza nessun progetto sociale equivalente, necessario ai bisogni della gente che vive nel ventunesimo secolo, ed ai bisogni di una collaborazione che deve essere, a mio avviso, molto più efficace, molto più profonda di quanto non sia ora. Ecco perché non sono per l’ isolazionismo totale. Sono favorevole all’ indipendenza nell’ interesse delle nazioni e per la cooperazione nell’ interesse dell’ Europa nel suo complesso e della futura unità del genere umano. Quindi bisogna procedere passo dopo passo, ed il primo passo non è concentrarsi sulle differenze fra le nazioni, ma sulla cooperazione fra i popoli, per un futuro comune nel contesto di un modello veramente innovativo. Certo, è abbastanza complesso. Oggi, quando quasi ovunque in sono in crescita le differenze patrimoniali e la polarizzazione sociale, le nuove tecnologie devono lavorare in modo efficiente per tutta l’umanità, e non prevalentemente per i più benestanti. Questo deve essere il principio guida nella creazione di un progetto sociale per il ventunesimo secolo.

S.I. Beh in effetti il dibattito pubblico italiano non si concentra tanto sulla necessità di distruggere l’ Unione Europea, quanto su quella di apportare alcuni correttivi, di azzerare alcune decisioni che hanno provocato squilibri e incomprensioni. In ogni caso, per tornare ai media: che giudizio dà della decisione della Russia di creare alcuni complessi mediatici in inglese, tipo Russia Today, crede che questo esperimento sia stato un successo?

Credo che fosse necessario per difendere il nostro interesse nazionale, perché senza media russi è impossibile difendere l’ interesse nazionale. In ogni caso non si tratta solo di Russia Today, ma di un know how tecnologico. Ci sono altre dimensioni importanti, per affermare la propria autonomia, come quella dei social media, di cui abbiamo parlato. E’ una combinazione di fattori politici e tecnologici che rende l’ indipendenza di un paese reale. Bisogna preservare questi fattori.

In definitiva posso dire che abbiamo avuto successo in questo senso, ma con alcuni limiti relativi non solo ai media, ma ai problemi irrisolti nella stessa Russia, in particolare quelli derivanti dalla decadenza dell’ economia iniziata nella tarda Unione Sovietica. Mi riferisco, principalmente, alla burocratizzazione, che è davvero un problema per la Russia di oggi. Il sottosviluppo dell’ industria ad elevato apporto tecnologico è parte del problema dell’ insoddisfacente sviluppo dei media: se, in alcuni rami, la tua economia non è sufficientemente sviluppata, non puoi sviluppare in maniera appropriata neppure il settore dei media. Poi, ovviamente, è necessario risolvere i problemi sociali. Me lo lasci ripetere di nuovo: un modello sociale attraente può produrre media più efficaci. Noi abbiamo raggiunto il punto in cui abbiamo bisogno non solo di rinnovare le basi sociali del periodo sovietico, ma raggiungere nuovi standard, e la Russia è in transizione verso questi nuovi standard, e ovviamente in questo processo sono possibili errori e vicoli ciechi: è tutto nuovo e imprevedibile. In questa prima parte del ventunesimo secolo abbiamo utilizzato le risorse organizzative della vecchia Russia, quelle dell’ Unione Sovietica. Ora abbiamo bisogno di nuove soluzioni, come il nuovo cosmodromo costruito nell’ est del nostro paese. Abbiamo bisogno di sperimentare qualcosa di diverso di quanto avevamo prima. Prendiamo l’ esempio delle nuove tecnologie militari: abbiamo esaurito l’eredità dell’ Unione Sovietica in questo ventunesimo secolo, ed ora produciamo nuovi tipi di tecnologie, non esclusivamente  per la sfera militare. Stiamo superando gli errori degli anni novanta, quando ad un modello di produzione pseudo socialista ne subentrò uno oligarchico, che riconosceva i lavoratori salari da 50 dollari al mese, o il loro equivalente in rubli. Ora ci volgiamo non al passato, ma al futuro: paghiamo molto di più per avere risultati migliori. E questo è un grande successo, ma purtroppo il clima internazionale in cui si compie questo sforzo non è molto favorevole. Questo è il motivo per cui la Russia è favorevole ad un contesto pacifico di sviluppo del genere umano, perché, per rinforzare questo processo ,abbiamo bisogno della pace. Senza la pace non possiamo realizzare velocemente ed in pieno le riforme che ci servono. In questo momento abbiamo davanti dei bivi e ci stiamo interrogando su quale strada percorrere, ma tutte le strade sono precluse se la situazione internazionale è tale per cui bisogna pensare esclusivamente alla difesa.

S.I. Il nostro tempo sta purtroppo per finire, ma vorrei porre un’ ultima domanda. Crede che l’ evoluzione da un modello di relazioni internazionali unipolari verso un modello multipolare porterà ad un mondo più pacifico e interconnesso o all’ incremento delle frizioni fra i diversi gruppi di stati che emergeranno?

E.P. Non siamo condannati all’ una o all’ altra di queste alternative. Siamo liberi. Ecco perché entrambe le possibilità sono aperte. Come Lei, e come, credo, la maggioranza di chi ci segue, io sostengo l’ idea che le persone collaborino alla soluzione dei problemi attuali, ma se non lo si farà in maniera efficace l’ ipotesi peggiore, di un mondo in guerra, sarà possibile. Mi riferisco, ad esempio, agli effetti della automazione, della intelligenza artificiale, innovazioni che portano nuove opportunità, ma anche nuovi problemi, connessi, ad esempio, alla distruzione dei posti lavoro, che secondo diversi studi cancellerà a metà di posizioni nei prossimi 20 anni solo in Europa. Quindi metà della tradizionale forza lavoro sparirà, e l’ altra metà sparirà di lì a poco. Dunque, questi sono problemi comuni. E se non li risolviamo ora provocheranno grandi tensioni sociali: pensi al problema delle migrazioni. Come risolverlo, se non c’è lavoro nemmeno per la forza lavoro nazionale? Quindi questi problemi si avviano a diventare ancora più complessi, ecco perché abbiamo bisogno di cooperazione.
Solo sviluppando la capacità creativa dell’uomo insieme con la sua responsabilità civile, raggiungendo il più alto livello di auto-organizzazione della società umana, non saremo schiavi delle nostre eccezionali creazioni (intelligenza artificiale, robot, ecc.) che, al contrario, ci aiuteranno a moltiplicare il potenziale creativo dell’umanità. Questa alternativa progressiva in Europa può, e deve, essere costruita assieme.

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Intervista di Marco Bordoni per Saker Italia

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