14 maggioLa crisi Ucraina non è risolta, ma solo congelata. Entrambe le parti sono scontente dell’esito e quindi le possibilità che nel medio periodo si verifichi una escalation sono reali. Tuttavia, per altri versi, il tempo trascorso dalle prime avvisaglie (autunno 2013) e la mole di eventi e di riflessioni che questi eventi hanno prodotto sono già abbastanza considerevoli, e tali di meritare una prima sistematizzazione ed interpretazione complessiva.

A questa meritoria impresa si è accinto Giacomo Gabellini, che negli ultimi anni si è occupato di fornire degli utili compendi dei cambiamenti della strategia USA (La Parabola. Geopolitica dell’ unipolarismo statunitense, Anteo, 2012) della crisi economica dei subprime (Shock: l’evoluzione del capitalismo globalizzato fra crisi, guerre e declino statunitense, Anteo, 2013) e delle tensioni che attraversa l’ eurozona (Eurocrack. Il disastro politico, economico e strategico dell’Europa, Anteo, 2015). In uscita a giorni nelle librerie, questa volta per Arianna Editrice, Ucraina, un conflitto per procura, che abbiamo letto con interesse  e che giudichiamo strumento utile al fine di ripercorrere gli ultimi anni e di individuare le principali linee di tendenza. Il volume verrà presentato a Bologna il prossimo 14 maggio, ad un incontro pubblico in cui interverrà anche Marco Bordoni, uno dei nostri autori. Abbiamo chiesto a Giacomo Gabellini di potere parlare di questi argomenti, e ne è nato in confronto interessante.

Saker Italia: Giacomo, Ucraina, un conflitto per procura, ripercorre gli ultimi 30 anni di storia d’Europa. All’inizio del libro troviamo una Unione Sovietica in difficoltà, alla fine una Russia ritornata sulla scena della grande politica. Vorremmo chiederti di paragonare Urss e Russia: vedi più motivi di continuità o di cesura fra questi due soggetti di politica internazionale?

Giacomo Gabellini: nonostante Hillary Clinton abbia parlato di “spinta a ri-sovietizzare” l’Asia centrale e l’Europa Orientale, la prassi operativa adottata dal Cremlino negli ultimi anni suggerisce che Mosca stia semplicemente cercando di rafforzare i legami politici ed economici con il proprio “estero vicino” attraverso progetti come L’Unione Doganale Eurasiatica, Razvitie, Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Pur non intendendo in alcun modo allargare i propri confini (a parte il caso del tutto eccezionale della Crimea), la Russia ha però mostrato una volontà irremovibile di tutelare i propri interessi all’estero trattando coi vicini su un piano paritario e impiegando prevalentemente gli strumenti del soft power, come la diplomazia. L’Unione Sovietica era invece molto più disinvolta nel gettare la spada sul piatto della bilancia per imporre la propria egemonia. Si tratta di una differenza che non può essere ridotta al mero campo metodologico, poiché esprime una visione del mondo profondamente diversa da quella che determinava gli orientamenti sovietici. Consolidando i legami tra i Paesi che si estendono lungo la massa territoriale eurasiatica in epoca di incipiente multipolarismo, la strategia russa rischia comunque di originare un sistema integrato in grado di accreditarsi come struttura portante del potere sul pianeta, di cui gli Stati Uniti diverrebbero un satellite. Di qui le accuse della Clinton e lo scatenamento della cosiddetta “geopolitica del caos” lungo le frontiere calde della Federazione.

SI: La crisi Ucraina ha colpito duramente non solo l’Ucraina stessa, ma anche la Russia, che attraversa alcune ovvie difficoltà, e l’Unione Europea, i cui paesi sono colpiti da sanzioni e contro sanzioni. Paradossalmente gli Stati Uniti, che appaiono i maggiori responsabili di quanto è successo, hanno subito danni solo marginali. Possiamo dire, quindi, che gli Usa sono i veri vincitori di questo complesso confronto?

GG: Non credo proprio, specialmente alla luce del carattere estremamente vago che da qualche tempo ha assunto il concetto di vittoria. Secondo il mio parere, la crisi ucraina rappresenta l’ultimo capitolo di una strategia finalizzata, almeno da un secolo a questa parte, al medesimo obiettivo, vale a dire mantenere una netta separazione tra Russia ed Europa. Il golpe di “Euro-Majdan” ha innescato una pericolosissima escalation culminata con il crollo del commercio bilaterale dopo anni di crescita costante. Germania e Italia hanno subito le conseguenze peggiori, mandando in fumo decine di migliaia di posti di lavoro e qualcosa come un punto percentuale di Pil. La Russia ha subito anch’essa forti ricadute interne, che però Putin ha cercato di sfruttare per dare un impulso allo sviluppo dei settori in cui la Russia concentra tradizionalmente il proprio import. Mosca, per di più, ha colto l’occasione per stringere i legami con la Cina – non va dimenticata la strategia elaborata di concerto da Mosca e Pechino che ha permesso alla Russia di stroncare l’ondata speculativa contro il rublo nel dicembre 2014 – nonché per sostenere tutti i partiti europei contrari alle sanzioni. Più passa il tempo più cresce il malumore nei confronti dell’Europa a guida tedesca e di un modo di fare politica che finisce per tutelare solo ed esclusivamente gli interessi statunitensi. Putin è consapevole di avere il tempo dalla propria parte e attende pazientemente il giorno in cui l’Europa si vedrà costretta a revocare le sanzioni e ad accettare il verdetto del campo di battaglia sia in Ucraina che in Siria. Anche nel caso siriano, infatti, il leader del Cremlino ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative con il verdetto favorevole del campo di battaglia già in tasca, così da assicurarsi un potere negoziale notevolmente accresciuto. E non a caso, la decisione di affiancare l’iniziativa diplomatica alle operazioni militari ha permesso alle forze di Assad di guadagnare terreno attorno ad Aleppo esattamente come un anno prima aveva assicurato ai separatisti ucraini di ottenere il controllo della città strategicamente importantissima di Debaltsevo. Senza dimenticare che sia per quanto concerne la Siria che l’Ucraina, Putin è riuscito a sottrarre agli Usa tanto l’iniziativa militare quanto quella diplomatica per risolvere conflitti che non è stata la Russia ad istigare. Le difficoltà economiche in cui il Paese si sta imbattendo sono temporanee, perché il petrolio a prezzi così bassi rappresenta una clamorosa anomalia destinata prima o poi a concludersi.

Quasi tutti i recenti sondaggi indicano invece che presso tutte le opinioni pubbliche europee sta crescendo l’irritazione nei confronti degli Stati Uniti, ritenuti giustamente i principali responsabili del caos in Medio Oriente e in Europa orientale.

1922: Walther Rathenau per la Repubblica di Weimar e Georgij Vasil'jevič Čičerin per l'URSS siglano il Trattato di Rapallo

1922: Walther Rathenau per la Repubblica di Weimar e Georgij Vasil’jevič Čičerin per l’URSS siglano il Trattato di Rapallo

SI: Durante il secolo scorso la Germania si è trovata ripetutamente a raggiungere un elevato livello di integrazione economica e politica con la Russia. Vorrei citare il trattato di controassicurazione russo tedesco del 1887, i cospicui investimenti economici tedeschi in Russia alla vigilia della Prima Guerra Mondiale ed il Trattato di Rapallo del 1922. Nonostante questi sforzi il ripetuto tentativo tedesco di creare una sfera di egemonia in Europa è ripetutamente entrato in contrasto sia con l’Occidente anglosassone che con la Russia, cosicché la Germania si è trovata per due volte soverchiata da impegni eccessivi assunti ad est e ad ovest. Il tuo libro rappresenta una Germania che da un lato si offre agli americani quale strumento antirusso, dall’altro resiste ai tentativi di Washington di rendere più penetrante il controllo sull’Europa. L’incubo del “doppio fronte” è destinato a ripetersi per la terza volta?

GG: La Germania è il Paese che fatica maggiormente a fare i conti con il proprio passato, cosa che lo porta ad oscillare continuamente tra Washington, cui è legata dal vincolo atlantico e da una classe politica cresciuta all’ombra del Muro di Berlino, e Mosca, verso cui è orientato il poderoso sistema industriale tedesco affamato di energia e materie prime russe. Un’ambiguità che ha contrassegnato la vita politica della Germania soprattutto dai tempi di Gerard Schröder, vecchio cancelliere atlantista nominato presidente del consorzio che gestisce il gasdotto  russo-tedesco (Nord Stream), a quelli della Merkel, che reclama sanzioni contro la Russia, partecipa al sabotaggio del South Stream mentre le imprese tedesche raggiungono un accordo con Gazprom per potenziare il Nord Stream. Non solo: la Merkel si è prestata alla strategia statunitense volta a strappare l’Ucraina alla sfera egemonica russa in base alla convinzione che favorendo l’insediamento di un regime russofobo a Kiev avrebbe avuto modo di allargare il blocco geoeconomico germano-centrico – comprendente Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia – che rifornisce il complesso industriale tedesco della componentistica dallo scarso valore aggiunto. Secondo il calcolo del Cancelliere, la Russia avrebbe incassato il colpo senza reagire, ma le cose sono andate in maniera ben differente. Il golpe di “Euro-Majdan” ha infatti innescato una pericolosa escalation che ha risucchiato la Germania forzandola ad allinearsi alla posizione oltranzista degli Usa e della cosiddetta “nuova Europa” conformemente alle leggi non scritte della Nato. Caldeggiando l’applicazione delle sanzioni, la Merkel ha notevolmente deteriorato il rapporto con la Russia e indotto Mosca sia ad imporre contro-sanzioni sia a minacciare un radicale riorientamento della propria strategia energetica (accordo con la Cina del maggio 2014). L’impatto delle sanzioni e della rappresaglia economica russa si è tradotta in un crollo del commercio bilaterale (con forti ricadute anche per l’Italia) ripercossosi violentemente sull’apparato produttivo tedesco, attirando sulla Merkel forti critiche da parte di Die Linke, dotato di consolidati legami con il lavoro organizzato, e degli esponenti socialdemocratici del suo stesso governo vicini alla grande industria nazionale.

La strategia del piede in due staffe adottata dal governo tedesco (recentemente impegnato in una tragicomica missione diplomatica in Turchia in cui si è di fatto ceduto al ricatto “migratorio” di Erdogan) ha notevolmente ristretto lo spazio di manovra della Germania e spinto la Merkel nell’angolo. Attualmente, il Cancelliere deve fronteggiare una profonda crisi di popolarità sia sul piano interno che a livello europeo proprio a causa delle politiche scriteriate di cui si è fatto promotore il governo tedesco. Prima o poi, la Germania sarà costretta a prendere una posizione ben precisa se vorrà evitare di rimanere stritolata da un’ambiguità strategica che appare sempre meno sostenibile.

SI: Negli ultimi anni, specialmente alla luce della crescita a due cifre cinese, si è parlato molto del prossimo declino statunitense e dell’emergere del polo alternativo rappresentato dai BRICS. Le convulsioni degli ultimi tempi, tuttavia, hanno fatto emergere la scarsa armonia di questo supposto “secondo blocco” che ha reagito in maniera molto poco coesa. Inoltre anche le dinamiche economiche di Cina e Russia sembrano appannate. Entrambi i paesi paiono avere abbandonato un modello di sviluppo (incontrato sulla manifattura di base per la Cina, e sulle materie prime per la Russia) ma faticano a trovare delle formule alternative per una crescita matura ed avanzata. L’impressione che si ha è che “declino e caduta dell’impero americano” siano, se non proprio una bufala, almeno una faccenda molto meno lineare e netta di quanto non paresse anche solo cinque anni fa. Tu che ne pensi?

GG: Non bisogna mai dimenticare che quello dei Brics è un agglomerato molto giovane che riunisce al proprio interno Paesi alquanto diversi a livello politico, economico e culturale. Nemmeno la Nato, con quasi 60 anni di storia, riesce ad esprimere una vera comunanza d’intenti da parte dei Paesi che ne fanno parte. In poco più di dieci anni, i Brics sono invece riusciti a gettare le basi per una propria istituzione finanziaria e un proprio sistema di comunicazione a prova di spionaggio.

E se da un lato è indubbiamente vero che la congiuntura economica particolarmente problematica, il pesantissimo deprezzamento delle materie prime e le crescenti tensioni sociali – fomentate ad arte dall’esterno – hanno costretto Brasile e Sud Africa a concentrare gli sforzi sulla politica interna e ad uscire momentaneamente dalla scena internazionale, d’altro canto è innegabile che la crisi ucraina abbia dato un fortissimo impulso al consolidamento dell’alleanza tra Cina, Russia, India ed anche Iran. Cina, India ed Iran stanno facendo incetta di sistemi d’arma russi per ammodernare i propri arsenali; Russia e Cina hanno siglato un mega-contratto energetico che copre i prossimi 50 anni e favorito il raggiungimento dell’accordo relativo al nucleare iraniano; Russia ed Iran sono impegnate direttamente – con il discreto appoggio cinese – nella lotta contro il fondamentalismo islamico in Medio Oriente. Senza contare che tutti questi Paesi stanno acquistando enormi quantità di oro, limitando progressivamente l’uso del dollaro nei loro scambi commerciali e appoggiando in maniera piuttosto decisa il progetto cinese della Cintura Economica della Via della Seta.

Gli Usa, di converso, si sono visti costretti ad intervenire a gamba tesa nel dibattito relativo al cosiddetto Brexit, che minaccia di modificare l’architettura del sistema di difesa euro-atlantico, dopo aver aspramente criticato la decisione di Londra di aderire all’ Asian Infrastructure Investment Bank, il progetto lanciato da Pechino in grado di gettare le basi per la trasformazione della potentissima piazza finanziaria della City nel mercato di riferimento della moneta cinese al di fuori del contesto asiatico. Il che favorirebbe il decollo definitivo del progetto di “internazionalizzazione del renminbi” perseguito con grande tenacia da Pechino, che ha recentemente ottenuto (grazie proprio all’appoggio di Brasile, Russia, India, Sud Africa) l’inclusione dello yuan nel meccanismo dei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp) del Fmi, un evento di enorme importanza regolarmente ignorato in Italia.

Con tutti i loro limiti, i Brics esprimono inoltre la visione del mondo alternativa a quella imperante, saldamente incardinata sul dominio del libero mercato, sull’occidentalizzazione del pianeta e sull’avanzata dell’influenza atlantista.

I leader dei BRICS nel 2014: da destra a sinistra Putin, Modi, Rousseff, Xi and Zuma.

I leader dei BRICS nel 2014: da destra a sinistra Putin, Modi, Rousseff, Xi and Zuma.

SI: Il tuo libro sembra guardare alla realtà della Russia odierna con una certa simpatia. I giudizi su questo paese sembrano, in effetti, spaccare gli osservatori. La Russia di oggi, a quanto pare, o si odia o si ama. Secondo te per quale motivo l’uomo della strada italiano, o meglio – vogliamo essere ancora più precisi – il disoccupato, il pensionato o il precario italiani, dovrebbero guardare con simpatia un paese in cui, nonostante le correzioni di tiro degli ultimi anni, il modello delle relazioni sociali sembra essere ancora più competitivo e serrato che in Occidente?

GG: La Russia ha raggiunto un livello di coesione interna che non si vedeva da decenni. L’accerchiamento cui la Nato l’ha sottoposta ha unito attorno a Putin una popolazione storicamente incline a sopportare enormi difficoltà, e che anche in questo caso riuscirà – almeno credo – a resistere alla pressione esterna. In Europa ed anche negli Stati Uniti – si dia un’occhiata all’oscena campagna elettorale Usa – si assiste ad un progressivo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, assimilate ogni giorno di più a cerchie oligarchiche ed autoreferenziali incuranti degli interessi nazionali. L’aumento esponenziale dei casi di corruzione e la crescita costante dei flussi di denaro che i grandi finanziatori privati fanno piovere sulla politica in tutto l’Occidente fa da contraltare ad una classe media sempre più in difficoltà a tirare avanti. In Russia, dove la corruzione non è certamente assente, le istituzioni sono invece riuscite a garantire un sensibilissimo miglioramento del tenore di vita dei cittadini, colato a picco all’epoca di Eltsin.

Grazie al lavoro di Putin, la Russia è tornata a vestire i panni di attore geostretegico di primissimo piano, il cui operato è visto generalmente con favore da buona parte degli Europei. Nonostante la campagna diffamatoria montata da tutti i principali organi di informazione occidentali, i cittadini del “vecchio continente” stanno accorgendosi che l’arretramento del fronte jihadista in Medio Oriente è stato possibile solo grazie all’intervento risolutore di Mosca. Un fronte che affonda peraltro le radici nell’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e nella successiva opera di destabilizzazione di Libia e Siria, di cui la crisi migratoria è una conseguenza diretta. Agli Europei sempre più alla canna del gas non è sfuggito l’approccio arrendevole con cui Angela Merkel (la quale tende ogni giorno di più a rivelarsi un politicante di basso livello) si è presentata al cospetto del triplogiochista Recep Tayyp Erdoğan, cedendo alla politica ricattatoria di Ankara che usa gli immigrati come arma per estorcere denaro e concessioni in materia di ingresso della Turchia nell’Unione Europea. In parole povere, le cancellerie europee hanno dapprima cercato di spacciare l’ondata migratoria che ha investito l’Europa come un mezzo necessario per conservare i sistemi di welfare europei, e successivamente – quando le popolazioni hanno iniziato a sollevarsi – accettato di foraggiare uno dei maggiori responsabili della disastrosa situazione venutasi a creare, che d’ora in poi sarà incentivato ad alzare continuamente la posta in gioco per strappare condizioni migliori ai propri passivi interlocutori.

C’è veramente da stupirsi se Putin continui a macinare gradimento sia in patria che all’estero?