A.B. Abrams ha pubblicato da poco il suo ultimo libro intitolato “Guerra mondiale in Siria – Conflitto globale nei campi di battaglia mediorientali”. Si può ordinare [in inglese]  su ClarityPress o su Amazon.

Per chi non si ricordi chi sia A.B. Abrams, qui e qui ci sono due dei suoi precedenti contributi [in inglese] al blog del Saker.

Il libro ha già riscosso UN SACCO di apprezzamenti, che ho raccolto qui [in inglese].

Piuttosto che offrire il mio proprio apprezzamento o scriverne un’intera recensione, ho deciso di intervistare Abrams sul suo libro e sull’aggressione internazionale alla Siria. Spero vi piaccia e, sì, comprate il libro!

The Saker

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Ci presenti il suo nuovo libro! Qual è il suo scopo principale e a chi, a quale pubblico, è rivolto?

Ho scritto questo libro per ricordare i dieci anni della guerra in Siria da quando è iniziata nel 2011, e vuole essere una delle prime pubblicazioni onnicomprensive su quella guerra. La guerra è posta nel contesto sia del conflitto tra la Siria e gli interessi occidentali, lungo ormai decenni e che è iniziato nei tardi anni ‘40, sia in quello dei più ampi obiettivi geopolitici dell’Occidente in quella regione, e oltre. Il titolo ‘World War in Syria [Guerra mondiale in Siria] riflette un inquadramento del conflitto principalmente non mediante il paradigma della guerra civile come avviene comunemente in Occidente, bensì come conflitto globale che vede opposti il blocco occidentale con i suoi alleati regionali, a Damasco e i suoi di alleati, cioè la Russia, l’Iran, la Corea del Nord e Hezbollah. La guerra ha visto l’impiego di forze speciali e di altre risorse sul suolo siriano, con un notevole dispiego di forze militari e di guerra informativa da parte dell’Occidente, della Turchia, degli Stati del Golfo e di Israele allo scopo di abbattere il governo siriano.

Il libro racconta la guerra in Siria come parte di una tendenza più ampia che riguarda i paesi indipendenti dalla sfera d’influenza occidentale, vale a dire quella minoranza di paesi in cui non c’è una presenza militare occidentale, paesi che sono oggetto di destabilizzazione e sovvertimento. Là dove c’è una rilevante presenza musulmana, si è comunemente verificata una cooperazione tra Occidente ed elementi islamisti radicali a sostegno di quegli obiettivi, come già accaduto, tra gli altri, in Indonesia (negli anni ‘50 e primi ‘60), in Cecenia, in Afghanistan (1979-92) e in Jugoslavia. Questi precedenti storici sono affrontati all’inizio del libro, in modo da fornire il quadro dell’impiego di questi mezzi da parte dell’Occidente anche in Siria.

Il libro non si rivolge a un pubblico specifico, bensì a chi è più in generale interessato alla guerra siriana, alle politiche estere occidentali, russe, iraniane o turche, alla politica nel Medio Oriente, alle questioni militari contemporanee, all’insorgenza o al terrorismo. Segue il libro pubblicato nel 2020 [in inglese] sulla storia dell’ormai settantennale guerra tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, con una simile ampia analisi del conflitto tra il blocco a guida USA ed uno specifico paese tra quelli presi di mira. L’analisi riguarda anche il modo in cui l’Occidente conduce simili guerre e come si avvale della guerra economica e informativa.

Crede che Putin stia “permettendo” (o addirittura aiutando!) Israele a bombardare la Siria? Oppure si tratta della totale inefficacia delle difese aeree russe e siriane? Come spiega tutti questi raid israeliani?

La posizione russa sui bombardamenti israeliani è interessante ed ha scatenato accesi dibattiti controversie. Ho valutato che l’intervento militare russo in Siria nel 2015 avesse avuto obiettivi limitati al supporto anti-guerriglia e al contenimento dei tentativi di occupazione illegale del territorio siriano da parte della Turchia e dell’Occidente, mediante l’imposizione di aree sicure e interdette al volo. La presenza russa è servita anche come deterrente agli attacchi occidentali e turchi, come dimostra la differenza tra le massicce azioni pianificate nel 2013 pianificate dall’amministrazione Obama per rovesciare il governo da una parte, e dall’altra i limitati attacchi sotto Trump nel 2017 e 2018. Un obiettivo più a lungo termine si è recentemente manifestato nel consolidamento della presenza militare a Latakia, sulla costa siriana, dove l’unica base russa nella regione è stata ampliata diventando sempre più una risorsa strategica contro la NATO piuttosto che contro obiettivi strettamente in chiave anti-guerriglia.

L’attesa che molti si erano fatti sulla presenza russa, cioè impedire i raid israeliani, potrebbe essere un’idea che deriva dalla politica sovietica degli anni ‘80. In quel periodo, infatti, l’URSS minacciò di intervenire nel caso di attacco israeliano alla Siria. Questa posizione, in quel decennio, si è poi concretata nel confinamento degli scontri israelo-siriani ai confini del vicino Libano. Tuttavia, diverse circostanze fanno pensare che una simile posizione oggi non sia realistica. Diversamente dagli anni ‘80, Israele non è la minaccia più immediata alla sicurezza siriana, mentre il cambiamento comparativo nelle capacità militari vede Israele rafforzato. Con Netanyahu in carica, la Russia ha costruito legami più stretti vedendo in Israele un partner importante e con un certo grado di indipendenza politica dall’Occidente, con il potenziale di ottenere tecnologia sensibile occidentale, come già accaduto con il drone Forpost, o con la tecnologia americana di difesa aerea ceduta alla Cina. La capacità israeliana di agire con un certo grado di autonomia rispetto agli interessi egemonici occidentali ha rappresentato una risorsa a vantaggio del rafforzamento sia per Mosca sia per Pechino nei confronti dell’Occidente, attraverso la cooperazione. Perciò, il rapporto tra Mosca e Tel Aviv è molto differente dagli anni ‘80, così come quello con Damasco. Questo significa che Mosca è molto meno incline ad adottare una linea dura contro gli attacchi israeliani.

Un fatto forse di ancor più di rilievo, l’avere evitato una linea più dura per difendere la Siria dagli attacchi israeliani, riflette la diminuzione del potere russo, rispetto a quello sovietico, di influire sugli eventi al di fuori dei propri confini. L’intervento in Siria è stato la prima azione militare di rilievo fuori dall’area ex URSS dopo gli anni ‘80, e si tratta di un’impresa notevole se si tengono a mente le condizioni delle forze armate russe sette anni prima, durante la guerra con la Georgia. Comunque sia, la Russia è già impegnata nel proteggere le proprie forze in Siria e nel contenimento delle intensificazioni occidentali o turche, il che è un compito tutt’altro che semplice se si considera la distanza dal suolo russo. A differenza della tarda epoca sovietica la Russia non ha più la seconda economia mondiale né l’ampia sfera d’influenza e alleati con economie sviluppate, né una flotta oceanica, né 55.000 carri armati e 7.000 caccia/intercettori. Le sue forze armate sono molto capaci, ma se dovessero essere impegnate contemporaneamente con Israele, la Turchia, l’Occidente e la guerriglia jihadista i rischi d’intensificazione sarebbero rilevanti e distrarrebbero risorse ingenti dalla propria difesa, anche queste molto più scarse di quelle dell’URSS di 40 anni fa.

In ogni caso, la Russia ha utilizzato i suoi caccia migliori, i Su-35, e, almeno in un’occasione i Su-34, per intercettare gli F-16 israeliani prima che attaccassero la Siria, azioni che combinate con il rafforzamento delle difese aeree siriane hanno reso i raid israeliani più difficili. La Russia certamente non ignora gli attacchi israeliani, ma questi non rappresentano una priorità immediata. Anche se danneggiano in particolare gli interessi iraniani, i raid non sono un serio pericolo per la stabilità della Siria e generalmente prendono di mira obiettivi molto limitati. Mentre nel passato Israele ha invitato l’Occidente ad un maggiore interventismo in Siria, le limitazioni che Tel Aviv s’impone dimostrano che non intende rovesciare il governo siriano da solo. È una posizione molto diversa da quella della Turchia, il cui presidente ha più volte affermato, più di recente anche nel 2020, che manterrà l’occupazione e delle relazioni ostili fino al rovesciamento del governo di Damasco. Questo è anche un obiettivo a lungo termine dell’Occidente, perseguito con la guerra economica, con il saccheggio del greggio siriano e con la devastazione dei raccolti.

Dal febbraio 2018 i velivoli israeliani si sono affidati largamente ad attacchi con missili a lungo raggio, che consente di mantenere una distanza di sicurezza fuori dallo spazio aereo siriano. Questo comporta che le forze di terra siriane e quelle di difesa aerea devono limitarsi ad intercettare i missili nel loro tragitto anziché affrontare gli aerei stessi. La Siria è conscia dei propri limiti e, sia nel caso dei raid israeliani che di quelli turchi, ha evitato una intensificazione impiegando i propri caccia/intercettori contro gli aerei nemici. Al contrario, gli aerei siriani ottimizzati per il combattimento aereo sono stati risparmiati per l’eventualità di attacchi su larga scala, come quelli che gli USA e i loro alleati pianificavano nel settembre 2013. Con il miglioramento delle difese siriane dovute alla consegna di nuovi caccia da parte della Russia nel 2020, la riallocazione delle risorse della contro-guerriglia, oltre al possibile schieramento di nuovi sistemi S-300 controllati dalla Siria, lo spazio aereo siriano potrebbe venire di nuovo rispettato com’era prima dell’inizio della guerra. Lo schieramento di unità di caccia per la difesa aerea potrebbe riflettersi in un rinnovato senso di fiducia nella sicurezza del paese, anche se sarebbe la Turchia, e non Israele, il principale obiettivo, considerato quanto calda sia la questione dell’occupazione di Idlib da parte turca e della maggiore vulnerabilità della loro aviazione.

Ho sempre sospettato che l’ex regime siriano (di Assad senior) fosse pieno di agenti israeliani. Le mie prove? L’impossibilità di organizzare l’omicidio di Imad Mughniyeh senza una complicità di alto livello (a proposito, anche la sua vedova crede in questo, lei è in Iran ora) o la corposa lista di disertori/traditori e altri ufficiali/funzionari che hanno preso i loro soldi e si sono uniti alla guerra internazionale in Siria. Questo è ora cambiato, sente che il governo sia stabile e abbia il controllo?

Basandomi sulla mia conoscenza della Siria e in generale delle repubbliche nazionaliste arabe, mentre solide quinte colonne sono state certamente prevalenti, esse hanno difficilmente un orientamento pro-Israele; piuttosto sono più facilmente pro-occidentali. Sebbene il governo baathista della Siria si sia allineato molto vicino all’URSS, in particolare dal 1982, la maggior parte delle élite e della popolazione ha mantenuto sentimenti fortemente pro-occidentali. Questo include anche l’attuale presidente nei suoi anni iniziali che, secondo le fonti occidentali citate nel libro, stava cercando di far svoltare il paese verso un allineamento più vicino all’Occidente lasciando in secondo piano la Russia, l’Iran e il Partito Ba’th. Molti nel mondo arabo, anche in paesi che sono formalmente allineati con gli interessi occidentali, aspirano a un’integrazione e ad un livello di occidentalizzazione, il che è stato a lungo un punto debole rispetto agli sforzi degli stati arabi nazionalisti di stabilire se stessi come poteri indipendenti.

Fin dalla metà dell’ultimo secolo, l’eredità del colonialismo occidentale ha fornito una forte base per coltivare un potere morbido considerevole nel mondo arabo. A questo forse alludeva chiaramente Mohamed Heikal, un intellettuale di riferimento del movimento dei paesi non allineati e Ministro dell’Informazione per la Repubblica Araba Unita, il quale, a proposito delle élite politiche e militari delle repubbliche arabe degli anni ‘50, ‘60, ’70, notò: “Tutte le influenze formative nelle vite dei nuovi leader, i libri che hanno letto, la storia che hanno imparato, i film che hanno visto, provengono dall’Occidente. Le lingue che conoscono, oltre alla loro madrelingua, sono inglese e francese. Il russo era, e rimane, un mistero per loro, era una società chiusa, la soppressione del pensiero, il ‘terrore stalinista’… da cui volevano prenderne la distanza”. Heikal evidenzia che molti di questi leader si sarebbero rivolti per assistenza all’Occidente in maniera “abbastanza automatica”, poiché la psicologia del colonialismo persisteva. Molti di quelli che cambiarono verso un’alleanza con i sovietici lo fecero solo perché non avevano altra scelta, essendo stati rifiutati dall’Occidente.

Questo rimane largamente vero fino ad oggi a molti livelli della società siriana. Forse uno dei più impressionanti esempi è stato documentato da un giornalista che stava accompagnando l’esercito arabo siriano verso le linee di fronte per scontrarsi contro i rivoltosi sostenuti dall’Occidente. Mentre l’Occidente stava facendo la guerra contro la Siria, era chiaro che i sentimenti fortemente suprematisti occidentali persistevano nella popolazione come un risultato del potere morbido dell’Occidente, con i soldati siriani al fronte che esclamavano, come riportato, “guarda com’è bella questa terra! È bella quasi come l’Europa!”. Questi sentimenti erano comuni anche in tempo di guerra. L’idea di un primato e di una supremazia occidentali, a lungo radicata su larga parte del mondo attraverso il dominio coloniale, è rimasto una chiave di debolezza che ha reso il mondo occidentale facilmente in grado di coltivare una quinta colonna pro-occidentale. Secondo molte fonti, incluso il giornalista Patrick Seale, ciò coinvolgeva anche il fratello del presidente Hafez Al Assad che era innamorato di tutte le cose americane e amava le feste con danzatrici in stile occidentale. In questo modo la Siria e gli stati nazionalisti arabi risultano in forte contrasto rispetto agli avversari dell’Occidente come la Corea del Nord, che ha riposto molta enfasi nell’educazione politica e nell’assicurare che le nuove generazioni non crescano guardando il mondo attraverso i paradigmi promossi dalla supremazia occidentale (si veda i capitoli 18 e 19 del mio precedente libro [in inglese] che riguarda questo argomento).

Riguardo a Israele, mentre ci sono sentimenti fortemente pro-Occidente nella Siria e nel mondo arabo, ci sono anche forti sentimenti anti-israeliani, i quali combinati con la mancanza da parte di Israele di un qualsiasi potere morbido comparabile rendono molto più difficile la coltivazione di una quinta colonna pro-Israele. È molto possibile, comunque, che gli elementi pro-Occidente in Siria possano essere guidati a perseguire azioni che, mentre portano avanti gli interessi dell’Occidente, portino anche beneficio a Israele come hai suggerito tu.

Com’è iniziata veramente la guerra in Siria? Può fornirci un riassunto della storia vera (quella completa è nel suo libro) di come ciò che iniziò come alcune proteste locali sia (quasi) finito con i takfiri che controllavano Damasco?

È difficile rendere giustizia a questa domanda con una risposta sommaria poiché ci sono molti fattori in gioco. Di uno si potrebbero rintracciare le origini indietro al 2007, quando a seguito di un inaspettato successo militare contro Israele l’anno precedente, l’amministrazione Bush cominciò a percepire l’Iran, la Siria e Hezbollah, come i suoi avversari primari, al posto di Al-Qaeda. Questo ha anche portato alle prime formulazioni della possibilità di manipolare gruppi jihadisti simili ad Al-Qaeda con l’aiuto degli alleati regionali (Turchia, Qatar e Arabia Saudita in particolare) per concentrarsi sull’attaccare la Siria e gli altri partner iraniani. Dal 2009 i militanti hanno cominciato a ricevere addestramento dall’Occidente per le operazioni in Siria. Gli attivisti pro-occidentali in Siria e negli altri paesi arabi stavano anche ricevendo addestramento in USA con il supporto del Dipartimento di Stato, Google, Facebook e altri su come suscitare disordini usando strumenti come i social media. Le reti dei media e soprattutto Al Jazeera, che aveva una lunga storia di pesanti influenze da parte dei servizi segreti occidentali, cominciarono nel 2011 ad essere utilizzate per diffamare il governo siriano, e la monarchia del Qatar dopo poco avrebbe lanciato un appello per un assalto dell’Occidente in stile Libia.

Nelle settimane iniziali della guerra, il governo siriano affrontò sul campo incursioni su larga scala di militanti ben armati e addestrati penetrati attraverso i confini con Turchia e Giordania, e contemporaneamente alcune proteste largamente pacifiche contro le condizioni di vita in alcune grosse città. La confusione era stata seminata e la situazione presto ebbe un’intensificazione fino ad andare fuori controllo. La privatizzazione massiccia delle proprietà pubbliche, anni di fallimenti dei raccolti, disparità tra la popolazione musulmana conservatrice e lo stile di vita molto più liberale delle maggiori città, erano alcuni fra una moltitudine di fattori particolari che alimentarono i disordini e fornirono alle potenze straniere una porta d’ingresso per destabilizzare il paese. Questi dettagli sono completamente documentati nello stesso libro così come una spiegazione più elaborata della moltitudine di preparazioni e incidenti che hanno aperto la strada alla guerra.

Potrebbe per favore paragonare e mettere in contrasto come l’intervento russo e quello iraniano si sono manifestati, cosa queste forze hanno fatto per cambiare le sorti del conflitto, e poi ci dica quali erano i piani russi e iraniani per la Siria e quali sono ora. Questi due attori vanno, più o meno, in accordo o hanno differenti visioni sul futuro della Siria?

Le posizioni iraniane e russe verso la Siria sono state in contrasto sin dall’inizio della guerra, in particolare con l’amministrazione russa di Dmitry Medvedev, apertamente rassegnata a vedere lo stato siriano rovesciato e offrendo a Damasco poco supporto nelle cruciali fasi iniziali del conflitto. Nonostante l’aiuto russo sia aumentato, in pratica da subito quando la nuova amministrazione è giunta al potere, con vendite di armi e il blocco degli sforzi occidentali per prendere di mira la Siria attraverso le Nazioni Unite, ci sarebbero voluti tre ulteriori anni prima che la Russia sentisse la necessità di schierare le proprie forze. Lo sforzo iraniano verso Mosca per motivare un intervento russo, in particolare tramite il comandante delle forze Quds, Soleimani, che ha incontrato il presidente Putin nel 2015, è stato un fattore importante.

L’Iran, di contro, insieme a Hezbollah e alla Corea del Nord, ha uomini sul terreno dal 2012-2013, impegnati nel sostenere gli sforzi contro gli insorgenti e nel preservare lo stato siriano. Per l’Iran, la caduta della Siria nelle mani degli jihadisti sostenuti dall’Occidente, come successo all’Afghanistan nel 1992, era visto come inaccettabile. Come il famoso ecclesiastico anziano Mehdi Taeb ha notoriamente affermato “Se il nemico ci attacca e vuole prendersi o la Siria o il Kuzistan [provincia iraniana al confine con l’Iraq, sul Golfo Persico], la priorità è mantenere in piedi la Siria. Se manteniamo in piedi la Siria, potremmo riavere il Kuzistan indietro anche, ma se perdiamo la Siria, non possiamo nemmeno tenerci Teheran”. L’Iran ha quindi investito più pesantemente nella guerra di quanto non abbia fatto la Russia.

Ci sono state similarità nel sostegno fornito alla Siria da parte di russi e iraniani. Entrambi hanno sostenuto l’economia siriana, con l’Iran che è emerso come il maggior partner commerciale appena dopo l’inizio della guerra, nonostante sia stato da allora scalzato dalla Cina, mentre la Russia ha mostrato un forte interesse negli investimenti nel dopoguerra. Entrambi hanno cercato di evitare di affidarsi troppo allo schieramento del proprio personale sulle linee del fronte come i sovietici avevano fatto in Afganistan, e si sono invece concentrati nell’armare e addestrare le forze ausiliarie. La Russia, ad esempio, ha supervisionato la creazione del Quinto Corpo siriano e ha fornito carri armati T-62 M e T-72 B3 dalle proprie riserve, mentre l’Iran ha facilitato lo schieramento di truppe paramilitari alleate, come le Hazara Fatemiyoun afgane.

L’intervento militare russo era fortemente mirato al mostrare le proprie nuove capacità alla NATO, con molti bombardamenti come dimostrazione di forza. Un esempio è stato nel novembre del 2015, quando l’aviazione russa ha fatto volare i propri bombardieri supersonici TU-160 dall’Artico, volando attorno all’Irlanda e attraverso lo stretto di Gibilterra per lanciare missili da crociera dal Mediterraneo verso gli insorgenti in Siria, prima di tornare in Russia, che fu ampiamente sminuito come opera di fantasia dai rappresentanti occidentali prima di essere confermato svariate ore dopo. L’intervento iraniano è stato significativamente più silenzioso e ha ricevuto meno fanfara nei media locali, ma è stato più persistente e tenace, dovuto alla posta in gioco molto maggiore che il conflitto rappresenta per Teheran.

Le campagne di Iran e Hezbollah hanno coinvolto inoltre scontri maggiormente significatici con Israele e con la Turchia nel caso di Hezbollah, mentre le unità russe raramente hanno sparato o sono state sotto fuoco di forze dei paesi coinvolti. Esiste un numero rilevante di altri contrasti principali tra gli interventi russo e iraniano, ma per brevità restringerò gli esempi a quelli sopra citati.

Nonostante entrambi condividano l’obiettivo di restaurare l’integrità territoriale siriana e di sostenere Damasco, la Russia e l’Iran hanno certamente differenti visioni in accordo con le loro assai differenti visioni ideologiche, esse stesse in contrasto con la visione del partito-Stato socialista baathista, che è molto più vicina all’URSS, alla Cina o alla Corea del Nord, che ad alcuno dei due. L’influenza iraniana ha portato alla crescita di gruppi paramilitari sciiti, che sono stati forti sostenitori dell’Esercito Arabo Siriano sul terreno, ma la loro presenza contrasta con la lunga storia siriana di secolarismo e separazione della religione dallo Stato e dagli apparati di sicurezza.

Questa influenza potrebbe avere un impatto sulla cultura e sulle politiche politiche siriane come ha avuto nel vicino Iraq. La Russia, sotto l’attuale sistema capitalistico liberal democratico, o liberalismo occidentale con caratteristiche russe, come alcuni l’hanno classificato, ha anche un divario ideologico molto più grande di quanto aveva in epoca socialista con l’URSS. La Russia è nota per avere cercato di influenzare gli stati a muoversi in questa direzione con le riforme, il più noto è il caso della Bielorussia, e potrebbe benissimo cercare di avere una simile influenza sulla Siria. Il partito al potere in Siria, da parte sua, probabilmente tenterà di resistere ad entrambe le influenze, ma cercando di venire incontro agli interessi russi e iraniani sul proprio suolo in cambio di un continuo sostegno economico e militare.

Come vede il futuro della Siria, di Israele e il futuro del Medio Oriente? Che cosa ha cambiato quella guerra?

La guerra siriana e l’assalto della NATO alla Libia, iniziato quasi contemporaneamente nel marzo 2011, hanno profondamente rimodellato il mondo arabo e il Medio Oriente, rimuovendo in un caso e indebolendo seriamente nell’altro, i due stati arabi che si erano opposti più a lungo e con insistenza all’egemonia occidentale. Dalla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, mentre l’Iraq e l’Egitto si muovevano per allinearsi con l’Occidente, la Siria e la Libia, insieme allo Yemen del Sud e all’Algeria, rimasero gli unici paesi che non erano stati assorbiti nella sfera di influenza occidentale.

Il conflitto siriano ha segnato un punto di svolta in diverse tendenze negli affari regionali. Il rifiuto degli Stati Uniti di investire pesantemente nel conflitto, in particolare nel 2013, quando era atteso un assalto su vasta scala, ha segnato un passo importante nell’iniziativa Pivot to Asia dell’amministrazione Obama. Da allora questa è stata portata avanti da Trump e Biden per concentrare le risorse sulla lotta specificamente alla Cina e alla Corea del Nord e per ridurre gli impegni in Medio Oriente. La guerra siriana ha stabilito un precedente importante su come il blocco occidentale potrebbe seriamente erodere un avversario ad un costo molto basso. La campagna ha evitato la necessità di decine di migliaia di scarponi occidentali sul terreno come in Iraq, e invece si è affidata a gruppi militanti jihadisti, con gran parte dei finanziamenti per sostenerli provenienti dagli stati del Golfo e dalla Turchia. Mentre la CIA era responsabile dell’organizzazione e della logistica e del coordinamento tra gli sponsor dell’insurrezione allineati con l’Occidente, il bilancio del Pentagono non è stato seriamente influenzato dalla guerra. Una modalità simile di attacco è stata adottata in Libia, anche se i jihadisti sono stati meno efficaci e avevano una base di sostegno molto più piccola, mentre la potenza aerea occidentale è stata impiegata molto di più per compensare. I tentativi di replicare questo mezzo a basso costo per neutralizzare gli avversari occidentali avverranno con molta più probabilità.

Altri importanti punti di svolta sono stati osservati in Turchia, dove il proprio tentativo di svolgere un ruolo di primo piano nel forzare il rovesciamento del governo siriano ha segnato l’inizio di una posizione di politica estera più assertiva e interventista, che si è recentemente concretata nel suo intervento contro l’Armenia nel 2020. In Egitto, il sostegno occidentale ai jihadisti in Libia e Siria, e i legami tra questi jihadisti e i Fratelli Musulmani a livello nazionale, hanno contribuito ad alienare l’esercito egiziano dall’Occidente dopo aver preso il potere nel 2013. La regione ha visto anche la Russia riemergere come un attore principale con le sue prime operazioni di combattimento importanti dai primi anni 1970. Mosca ha cercato di utilizzare la forte impressione che il suo intervento aveva fatto per capitalizzare il malcontento tra i clienti occidentali tradizionali come gli stati del Golfo e l’Egitto e formare nuove collaborazioni proprie.

Per la Siria stessa, poiché la guerra è in gran parte alla fine, il mondo nella terza decade degli anni 2000 è molto diverso da quando la guerra è iniziata, con la Cina che da allora è emersa come l’economia leader mondiale e la Russia che apparentemente ha abbandonato le sue speranze di integrazione in Occidente per perseguire una politica estera molto più indipendente. Questo cambiamento ha seriamente smorzato gli impatti delle sanzioni occidentali su Damasco, con Huawei che ricostruisce le sue reti di telecomunicazioni e la Cina che fornisce di tutto, dagli autobus ai generatori di energia, come aiuto che rende molto più facile la sopravvivenza della Siria e di altri obiettivi occidentali in posizioni simili. Tuttavia, la continua occupazione nel nord da parte delle potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti e a Idlib dalla Turchia, continuerà a rappresentare una seria minaccia fino a quando non sarà ripristinato il controllo del governo siriano. Secondo quanto riferito, le aree occupate detengono il 90% della produzione petrolifera siriana, che continuerà ad essere espropriata illegalmente per minare gli sforzi di ricostruzione di Damasco. Idlib nel frattempo, il più grande rifugio sicuro di Al Qaeda che il mondo ha visto dal settembre 2001, continua ad essere un trampolino di lancio per gli attacchi jihadisti in Siria. Sia Idlib che le regioni settentrionali potrebbero costituire le basi per la spartizione della Siria in stile kosovaro imposta dalla NATO, e per Damasco sarà quindi una priorità principale prevenire questo e imporre costi continui alle forze occidentali e turche. Un esempio di come potrebbe essere fatto è stato l’attacco missilistico balistico del governo siriano su un impianto petrolifero gestito da militanti sotto la protezione turca nel marzo 2021.

Ultimo, ma non meno importante, qual è, secondo lei, l’obiettivo finale degli Stati Uniti per la Siria (e il Libano)?

L’obiettivo primario è la rimozione del partito Baath e della dirigenza militare siriana, essendo organizzazioni che possono impostare la loro politica interna ed estera e la loro sicurezza con una grande indipendenza dall’Occidente, e sono quindi in grado di opporsi all’egemonia occidentale nella regione. La loro continua esistenza è stata per decenni una spina nel fianco degli sforzi occidentali per modellare il Medio Oriente in linea con i propri interessi. In Libano lo stesso vale per Hezbollah. Questo non è certo un obiettivo esclusivamente statunitense, ma è condiviso dai principali membri della NATO come Gran Bretagna, Germania, Francia e Turchia ed è nell’interesse comune di promuovere l’egemonia globale occidentale.

Se l’Occidente dovesse raggiungere il suo obiettivo, ciò che segue potrebbe essere una guerra civile come quella vista in Libia dopo la morte di Gheddafi, in cui le potenze della NATO sostengono entrambe le parti per garantire che qualsiasi risultato sia favorevole agli interessi occidentali, o la creazione di un governo cliente come l’Occidente ha recentemente ottenuto in Sudan con un colpo di Stato nell’aprile 2019. Mentre cinque principali motivazioni per fare la guerra alla Siria sono esplorate in dettaglio nel libro, il centro di tutte loro è che il governo siriano non faceva parte dell’ordine guidato dall’Occidente, non si allineava con gli obiettivi politici occidentali contro l’Iran, la Cina ed altri, e non ospitava soldati occidentali sul suo suolo. Ciò ha reso l’esistenza dello Stato inaccettabile per l’Occidente, così come la sua stretta cooperazione in materia di sicurezza con l’Iran, la Corea del Nord e Hezbollah. Che l’esito dell’intervento occidentale sia una spartizione, una Siria unificata rifatta come stato cliente o una guerra civile indefinita, l’obiettivo primario di neutralizzare la Siria come attore indipendente sarebbe raggiunto. Una volta che l’obiettivo, di distruggere il partito, lo Stato e l’esercito, è stato sventato, ed è diventato chiaro dal 2016 che il governo siriano avrebbe mantenuto il potere, l’obiettivo occidentale e turco è cambiato in quello di prolungare il conflitto, creando enclave di tipo kosovaro sotto il controllo della NATO e mettendo pressione al ribasso sugli standard di vita siriani e l’economia. Potrebbero così impedire la ripresa postbellica e il ritorno alla normalità per garantire che la Siria rimanga indebolita e un peso per i suoi alleati.

Grazie!!

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 Intervista a A.B. Abrams pubblicata su The Saker il 12 settembre 2021
Traduzione in italiano di Pappagone, DS, Michele Passarelli, Eros Zagaglia per SakerItalia

  [le note in questo formato sono dei traduttori]

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