- Marco Bordoni -

Ho conosciuto Sara Reginella all’ inzio del 2014 quando le premesse della guerra civile ucraina erano già tutte sul tavolo, ma ancora il conflitto non aveva mostrato la sua faccia più terrificante. Ci consultavamo e ci confrontavamo spesso, sulle reti sociali, entrambi storditi dalla schiacciante inadeguatezza mostrata dai media tradizionali, che evidentemente non avevano né la capacità né la voglia di raccontare quello che stava succedendo in modo obiettivo e comprensibile, ed entrambi sentivamo un impulso morale a fare qualcosa per cambiare questa situazione (Sara si chiedeva spesso, facendo ironia su questa “chiamata” che aveva ricevuto: “Ma chi me lo fa fare? Tu almeno hai la moglie russa… E io?”).

Una cosa che condividevo con Sara era la necessità di “combattere” la battaglia su di un piano mediatico, culturale ed estetico, prima ancora che etico. Il consenso si forma in gran parte a livello emotivo e se il tuo avversario ha il monopolio dei mezzi di espressione e di comunicazione, se, per dire, l’ascoltatore che si dispone ad approfondire una questione di attualità come quella ucraina ha già assorbito a monte certi pregiudizi (ad esempio guardando serie TV come House of CardsHomeland, o leggendo certi reportage su Repubblica o su La Stampa) sarà quasi impossibile, pur fornendo le migliori evidenze argomentative a favore delle genti del sud est, ottenere la sua approvazione. Spesso ci scambiavamo desolate osservazioni su quanto subdola, infida e sottile fosse la propaganda atlantica e di quando, di converso, il flusso informativo che proveniva da est, che già doveva superare una pesante barriera linguistica, fosse ingenuo, grossolano, spesso mal calibrato e banale. Sara era alla disperata ricerca di buona musica russa, perché diceva (centrando il problema meglio di tanti teorici delle “guerre ibride”) che “al giorno d’ oggi non si può vincere le guerre facendo musica di merda.”.

Nei mesi seguenti, poi, i nostri percorsi si sono differenziati. Io ho fatto un passo indietro, limitando il mio impegno alla collaborazione con Saker, cercando di offrire un approccio obiettivo, non dogmatico, ma emotivamente coinvolgente. Sara, invece, dopo avere (auto)prodotto il primo video virale, I’m Italian, ha visitato le regioni teatro del conflitto (qui l’intervista che ci rilasciò a suo tempo) e ha studiato cinematografia per lanciare, nel giugno del 2015, la sua prima opera professionalmente matura, “Voci”, che unisce la sua esperienza nel Donbass  e la crisi del manifatturiero  che ha colpito (a causa delle sanzioni) le Marche, la sua regione.

Oggi Sara Reginella presenta un video intervista, “Stagioni del Donbass” che contiene tre testimonianze: dello scrittore Nicolai Linin, del reporter Eliseo Bertolasi e del vignettista Vauro, corredate di filmati originali. Lo spirito dell’opera è quello che Sara ha sempre sostenuto (ed io con lei): un approccio non dogmatico, senza connotazioni ideologiche, con la verità esposta semplicemente nella sua evidenza ed in presa diretta. Gli intervistati sono altrettanti Virgilio che conducono uno spettatore che, magari, non sia nemmeno in grado di trovare l’Ucraina in un carta muta dell’Europa, nell’inferno della guerra civile del sud est. Per la chiarezza, per il coinvolgimento emotivo che suscita, per la fluidità narrativa “Stagioni del Donbass” è il film documentario ideale da mostrare all’amico o al parente che nulla sa del conflitto e che vuole farsene una prima idea.

Come presentazione ho chiesto a Sara Reginella di rispondere a qualche domanda. Mi ha cortesemente accontentato:

Sara, il 21 febbraio prossimo sarà il secondo anniversario dei torbidi del Maidan. E’ passato parecchio tempo e la guerra civile è congelata da quasi un anno. Cosa ti spinge a dedicarti ancora a questa vicenda? Come trovi le motivazioni?  

Le motivazioni sono legate alla consapevolezza del fatto che in Europa stiamo attraversando un periodo cupo per la libertà di informazione e quindi per le nostre democrazie. Il conflitto nel Donbass, così come molti altri, è stato ignorato o deformato a livello mediatico. La maggior parte delle persone in Europa non ha ancora realizzato che a Kiev c’è stato un colpo di stato nazista e che, nel Donbass, sono morti migliaia di civili. Tutto questo è inaccettabile, di qui la motivazione di ordine morale che mi porta ad attivarmi in prima persona. Come psicologa sono abituata a considerare con attenzione ciò che si cela dietro ad ogni comportamento umano. Similmente faccio quando leggo o ascolto una notizia. Le spiegazioni ufficiali fornite dai media sono spesso esposizioni di facciata. Questo vale per la guerra nel Donbass, ma anche per altri conflitti che si consumano alle porte dell’Europa. Quindi, tentando di scalfire le interpretazioni ufficiali, cerco, attraverso i miei documenti video, di aiutare le persone a comprendere più punti di vista, stanando i meccanismi occultati dietro ad un conflitto bellico. Ritengo importante innanzitutto comunicare chiaramente il fatto che le guerre condotte dagli Stati Uniti e appoggiate dall’ Europa sono vere e proprie azioni di terrore contro popolazioni inermi. Questo aspetto viene difficilmente compreso da molti. A tal proposito, anche se non sono una giornalista, credo che George Orwell avesse ragione quando affermava che, se la libertà di stampa significa qualcosa, essa coincide con il diritto di dire alle persone ciò che esse non vogliono sentirsi dire. Così il mio lavoro si è concentrato sulla situazione ucraina, in cui gli Stati Uniti hanno chiaramente sostenuto un golpe nazista, a seguito del quale è scoppiata la guerra nel Donbass. Ma orrori simili li troviamo anche in Afghanistan, in Iraq, in Libia o in Siria.

Questo impulso di ordine morale si è poi trasformato in una esperienza umanamente coinvolgente. Qual è la persona, fra tutte quelle che hai incontrato, che ti ha lasciato un’impressione più profonda?

Mi hanno colpito le figure dei combattenti che difendono le regioni del Donbass. Durante la mia trasferta nel territorio di Lugansk, ho avuto modo di parlare con alcuni di essi e sono rimasta toccata dal coraggio di queste persone. Non ho incontrato militari ma persone comuni, uomini e donne di tutte le età ed estrazioni sociali, che hanno lasciato la normalità delle proprie vite per difendere, come affermano, i territori di Donetsk e Lugansk. Con la loro resistenza stanno scrivendo le pagine della storia.

Questi incontri hanno cambiato la tua vita?

Indubbiamente ho meno tempo libero a disposizione, dovendo dividermi tra la mia attività di psicoterapeuta e questo lavoro di sensibilizzazione che mi vede impegnata da parecchio. Ma grazie ad esso ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone di grande spessore che si occupano di questa vicenda. Infine, servendomi anche del linguaggio del video per divulgare informazioni, ho avuto la possibilità di approfondire e studiare maggiormente l’utilizzo di questo straordinario codice espressivo.

In ogni guerra c’è anche il nemico. C’è il nemico invisibile, il mandante, che manovra dietro le quinte. E poi c’è il nemico che è più difficile odiare, quello che uccide e che muore nella trincea, dall’altra parte della terra di nessuno, e quello che soffre nelle retrovie gli stenti e la povertà della guerra, nel nostro caso gli Ucraini dell’ovest. Cosa ne pensi di loro, che idea te ne sei fatta?

Pensando agli Ucraini dell’ovest la prima persona che mi viene in mente è la giornalista Elena Bojko di Lviv. Nei suoi articoli ha denunciato le persecuzioni verso i dissidenti politici in Ucraina da parte di alcune frange estremiste. Considerando l’importanza del suo lavoro, ho organizzato una video conferenza con lei durante uno dei miei eventi pubblici sul Donbass. Pochi giorni dopo, la giornalista è stata costretta a rifugiarsi in Russia, in seguito all’evidenza che i servizi segreti ucraini stavano preparando il suo arresto con l’accusa di “separatismo”. La Bojko è l’esempio di come in diverse aree dell’Ucraina, non solo nel Donbass, vi sono Ucraini che non condividono la linea del nuovo Governo. Nonostante ciò, va anche detto che nella stessa Lviv, i neonazisti ucraini hanno marciato con bandiere con svastiche. Come vedi, non è possibile generalizzare, ma è necessario conoscere e capire, al di là dei pregiudizi, ed è su questa linea che cerco di dirigere i miei lavori.

Lavori che vanno non solo visti, ma soprattutto promossi e condivisi, come espressione di gratitudine dovuta a chi, come Sara Reginella, ha dedicato al Donbass una stagione intera della propria vita.