“Start Up a War – psicologia di un conflitto”, quarto lavoro sulla guerra nel Donbass della documentarista italiana Sara Reginella, distribuito da Premiere Film, sta seguendo un percorso festivaliero iniziato all’European Film Festival di San Pietroburgo, dove è arrivato in finale, e proseguito, tra gli altri festival, al Virgin Spring Cinefest di Calcutta, premiato come Gold Award Documentary del mese di luglio.

Il nostro blog ha seguito Sara nel percorso di maturazione tecnica ed artistica che ha intrapreso, guidata dalla convinzione che, nel mondo contemporaneo, i conflitti si combattono sul piano comunicativo prima che sul campo di battaglia (e che, quindi, la scia di morte e distruzione che ogni guerra guerreggiata porta con sé, possa essere provocata, ma anche scongiurata, dall’esito della guerra informativa che si combatte a monte).

All’origine dell’impegno di Sara la sua formazione di psicologa e psicoterapeuta e la constatazione del fatto che, come nei rapporti fra persone, anche in quelli fra stati e fazioni del conflitto la radice del problema risieda spesso nella rimozione e nella negazione delle ragioni e degli interessi di una delle parti coinvolte.

È questo il “filo rosso” che lega le prime opere del 2015 (“I’m italian” e “Voci”), quella del 2016 (“Le stagioni del Donbass”, arricchita anche dalla maggiore conoscenza della situazione sul campo, maturata lavorando in loco) e l’ultimo documentario appena uscito nel circuito dei festival. Abbiamo chiesto a Sara, già a più riprese ospite di queste pagine, di fare il punto della situazione.


Saker Italia:
Cara Sara, la guerra nel Donbass è stata dimenticata da molti anche in Russia, figurarsi in Europa, dove sono pochissimi che hanno una conoscenza, anche sommaria, di quello che è successo. Perché invece tu continui ad interessartene? Perché questo conflitto è così importante?

Sara Reginella:
Sono stata in Donbass diverse volte, mossa inizialmente da una profonda indignazione per la censura che la maggior parte dei media occidentali avevano messo in atto nei confronti di un conflitto che, soprattutto all’inizio, ha avuto una valenza distruttiva inaudita. Poi sono tornata e ho cercato di approfondire, parlando e confrontandomi con la popolazione del posto. Ho maturato una visione personale della vicenda che ho poi strutturato in quella formulazione psicologica che è alla base del mio ultimo documentario “Start Up a War”. Tale formulazione, nei suoi cardini, può essere generalizzata: il caso ucraino rappresenta un prototipo, un modello accomunabile ad altre guerre e ad alcuni processi distruttivi propri dei conflitti tra individui. In tal senso, lo ritengo importante all’interno di un percorso di consapevolezza di un pubblico stanco di essere fruitore passivo delle notizie proposte dal mainstream media.

Saker Italia: In seguito alle varie visite a Donetsk e Lugansk immagino che tu abbia costruito una rete di relazioni e di contatti con gli abitanti del luogo. Cosa ti dicono della situazione attuale? C’è speranza, esasperazione, sfiducia? E’ in corso un inizio di normalizzazione o si vive ancora, dopo quattro anni, in una situazione di emergenza?

Sara Reginella: La situazione di gravissima emergenza che si era osservata nella prima fase della guerra è rientrata. Il conflitto continua a bassa intensità, ma la normalità è ancora lontana. Le persone sperano in un futuro di pace, ma purtroppo si osserva ancora una dimensione di stallo.

Saker Italia: Nei tuoi lavori l’aspetto psicologico del conflitto è dominante. E sotto il profilo psicologico, la guerra ucraina incominciata nel Maidan, ovvero nel momento in cui i valori del nazionalismo ucraino, fino a quel momento presenti ma limitati ad una minoranza della popolazione, per lo più concentrata in una zona geograficamente limitata, vengono inoculati alla maggioranza. Una componente importante, in questo processo, l’hanno svolta i media attraverso i quali è stata condotta una guerra ideologica. Faccio due esempi, per spiegarmi. Si è usata l’emulazione: si è additata l’Unione Europea (in una rappresentazione onirica del tutto slegata dai fatti) come esempio, come obiettivo verso cui tendere idealmente, accettando nel mentre tutti i “sacrifici” necessari a raggiungere questa “terra promessa”. Secondo esempio: si è accoppiata la causa che si voleva veicolare (quella nazionalista) e che non era condivisa dalle masse, ad una causa molto più popolare (quella della lotta alla corruzione). Questo accoppiamento ha prodotto il Maidan, salvo poi essere messo in soffitta quando non era più utile. Risultato: tante persone che avevano manifestato contro la corruzione hanno collaborato all’instaurazione di un regime se possibile ancora più corrotto, ed in più nazionalista, che ora perseguita gli stessi che avevano applaudito alla sua instaurazione. Queste strategie, secondo la tua esperienza di psicologa, sono elaborazioni casuali o sono state pianificate a tavolino?

Sara Reginella: Le persone che avevano manifestato contro la corruzione e per una Governo migliore, sono state essenzialmente state tradite e le loro istanze inascoltate; quanto accaduto non sembrerebbe affatto essere il frutto di un’elaborazione casuale. Come psicologa e psicoterapeuta sono abituata ad ascoltare, ma anche a decifrare e a riflettere su ciò che si cela dietro quanto appare in modo manifesto. Gli studi in campo video hanno ampliato la mia visione, fornendomi strumenti di lettura nell’area dell’immagine e della veicolazione dei messaggi attraverso i media. Grazie a queste lenti interpretative, nella prima parte del documentario propongo una lettura che fa luce sulle strategie utilizzate per manipolare la piazza durante l’Euromaidan, strategie che si basano su strumenti psicologici e mediatici, che sembrano essere stati applicati da una regia assai sapiente e affatto casuale.

Saker Italia: Spesso, nell’illustrare l’idea guida del tuo lavoro (quella, mi permetto di banalizzare, secondo cui la radice dei conflitti fra gruppi, come di quelli fra individui, si trova nella negazione delle ragioni di uno dei contendenti) tu sostieni che il Donbass è per te un caso di scuola, ma che la stessa idea potrebbe essere valida anche in altri contesti. Ti viene in mente qualche conflitto del presente o del passato che presenta tratti comuni?

Sara Reginella: Il mio lavoro ha lo scopo di supportare le persone nel diventare sempre più consapevoli del fatto che un sistema sociale dove solo un punto di vista è rappresentato, e l’altro è censurato o mistificato, è un sistema patologico, in cui più facilmente si radicano conflitti, tanto quanto in un sistema relazionale tra individui in cui mancano il confronto e la comunicazione, e i pensieri si polarizzano in visioni rigide. Le persone sono troppo spesso sollecitate al disprezzo, all’odio, alla paura, ma non vengono sempre adeguatamente informate. In tal senso, diventano facilmente manipolabili.

L’idea guida del lavoro però, è più complessa e i vari step del modello alla base della narrazione di Start Up a War, sono stati organizzarti anche in una formulazione che approfondisco all’interno di contesti seminariali, in modo da fornire maggiori strumenti di orientamento nell’ambito del sistema di informazione, in particolare sul tema bellico. Quello che posso anticipare, è che tale modello, in sintesi, applica ai conflitti geopolitici strumenti di lettura propri dei conflitti relazionali tra individui, ed è generalizzabile ad altri conflitti basati su meccanismi di manipolazione e destabilizzazione fondati su processi d’ingerenza esterna. Dimostrazioni di tali ingerenze si osservano, ad esempio, in contesti di caos scaturiti nell’ambito delle cosiddette rivoluzioni colorate. Per citare invece, casi più recenti, possiamo far riferimento a contesti come quello del Nicaragua: mentre la stampa occidentale dava, negli scorsi mesi, la notizia di decine di persone uccise durante gli scontri con il Governo di Ortega e la comunità internazionale condannava le presunte violenze di una polizia tirannica contro i manifestanti (proprio come durante l’Euromaidan), media latino americani come Telesur parlavano, al contrario, di giovani incappucciati della destra estrema armati e con molotov, che operavano in una protesta tutt’altro che pacifica. Dove sta la verità? Il Ministro Marin rilasciava dichiarazioni in cui parlava di tentativi di destabilizzazione dall’esterno. Nel documentario spiego come meccanismi di questo tipo si osservino non solo in ambito geopolitico, ma anche in processi di tipo relazionale tra individui.

Saker Italia: Quella del Donbass è una guerra a più livelli: ad un livello più basso è una guerra civile inter ucraina, fra persone che si sentono legate alla tradizione orientale del paese, che esprimono un senso di appartenenza ad una più grande comunità “russa” ed altre sedotte dalla prospettiva occidentale e nazionalista. Ad un livello superiore c’è un conflitto interno al mondo russo, fra liberali filo occidentali e slavofili patriottici: liberali cittadini della federazione russa espatriano a Kiev, mentre i dissidenti di cittadinanza ucraina, quando possono, cercano asilo a Mosca. Poi c’è la grande politica internazionale: perché il nazionalismo ucraino viene utilizzato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti per indebolire la Russia. Infine c’è il confronto sociale (popolo contro élite) e culturale (post-comunisti contro post-collaborazionisti). Quale di questi livelli prevale, secondo te? Qual è quello essenziale da cui partire per decifrare tutta la crisi?

Sara Reginella: Indubbiamente questo conflitto presenta numerosi livelli di lettura, come quelli che elenchi. Quello che però ho fortemente avvertito, anche parlando con le persone del posto, è l’idea che in Donbass sia in atto una resistenza verso quella che è stata vissuta come un’ingerenza imperialista occidentale, esplosa nell’ambito dell’Euromaidan. Il Donbass è una terra ricca e la reazione è stata immediata. Sappiamo bene come in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura all’Occidente, le popolazioni delle ex repubbliche sovietiche siano state affamate in seguito a privatizzazioni selvagge e ad un’economia che ha permesso il proliferare di un cinico sistema oligarchico. Il popolo del Donbass ha espresso attraverso il voto la volontà di costituire delle Repubbliche Popolari. Questo mi sembra un livello di lettura importante, non trascurabile. Mi auguro che le auto proclamate Repubbliche lavoreranno davvero per migliorare le condizioni di vita del popolo anche se, ad oggi, essendo ancora in corso il conflitto, la situazione appare quanto mai complessa. Un altro importante livello di lettura si basa sul fatto che a questo tipo di resistenza, si aggiunge la lotta al neonazismo. Sebbene io stessa denunci questa matrice estremista e pericolosa nel documentario, sottolineo l’importanza di essere comunque cauti: occorre sempre specificare che se il Governo ucraino attuale ha al suo interno rappresentanti della destra più estrema, ed è giunto al potere grazie ad estremisti che han fatto il “lavoro sporco” nella Piazza, non si deve mai parlare di nazismo con riferimento all’intero popolo. Si farebbe in tal senso una lettura propagandistica, scorretta e pericolosa.

Saker Italia: Come sempre nella sua storia l’Ucraina è oggi un confine. Come succede spesso nelle terre di confine le persone si trovano a sviluppare diversi sensi di appartenenza, talvolta opposti fra loro. In un saggio pubblicato in Italia da Einaudi e dedicato al Mar Nero, Neal Ascherson parla del mondo antico e racconta come i capi Sarmati che frequentavano le città greche sul Ponto si comportavano da perfetti cittadini greci entro le mura, dove assistevano alle tragedie di Euripide, per poi uscire dalla città e tornare comandanti dell’orda. Un protagonista dell’epica bizantina, Digenis Akritas, figlio di un emiro arabo e nipote di un generale greco, è l’archetipo di una stirpe abituata a vivere sul confine fra due mondi facendo convivere in una sola persona i punti di vista di entrambe le civiltà. Spero di essermi spiegato (del resto nella storia si potrebbero trovare centinaia di esempi simili): come è possibile questa cosa, sotto il profilo psicologico? Queste coesistenze sono destinate a risolversi con “l’omicidio” di una delle due identità o possono stabilizzarsi raggiungendo un equilibrio?

Sara Reginella: Per quanto riguarda la possibilità di coesistenze cui ti riferisci, il messaggio che ho cercato di trasmettere in “Start up a war” è proprio connesso all’idea che non ha senso pensare al prevalere di una parte su un’altra. Mi spiego meglio. In Ucraina c’è stato un golpe di matrice nazista che ha portato al Governo alcuni schieramenti politici come Pravy Sektor, il cui simbolo è la bandiera rosso nera dell’Ucraina collaborazionista, o Svoboda, il cui leader, presidente della Rada, fondò il partito nazional sociale ucraino, ispirato al partito nazional socialista di Hitler. Potrei fornire ulteriori dettagli in merito, ma mi fermo qui e mi limito a dire che non si può creare un’integrazione con chi s’ispira a teorie criminali, ciò sarebbe pericoloso per l’intera Europa.

Ma con quegli ucraini, che sono la maggioranza, che ad esempio protestavano durante l’Euromaidan contro la corruzione e per un sistema sociale migliore e più giusto, il problema non dovrebbe porsi. I cittadini del Donbass hanno i propri parenti a Odessa, a Kiev, essi stessi mi hanno sempre comunicato la sofferenza per questa lacerazione di un popolo i cui membri desiderano pace, giustizia. Il neonazismo va denunciato, è ovvio, ma parallelamente occorre andare anche oltre e rivolgersi alle persone. Se ci si sofferma solo su tale denuncia, s’incorre in un meccanismo foriero di odio: il golpe ha avuto una matrice nazista, ma non si deve generalizzare all’intero popolo.

Mi piace spesso citare le parole del comandante Mozgovoy della Brigata Prizrak, che definì il conflitto in Donbass come una guerra contro la propria immagine allo specchio, per sottolineare l’unione che c’è tra popoli fraterni che ora si combattono. Questa idea, sviluppata in “Start up a war”, era presente già nel primo short-video “I’m Italian”, creato come forma di risposta ragionata all’emotional viral video “I’m a Ukrainian”, diffuso come una sorta di “video spontaneo”, ma in realtà opera propagandistica tutt’altro che indipendente. Se in “I’m a Ukrainian” la protagonista supportava la rivolta di Euromaidan, mostrando un unico punto di vista, con “I’m Italian” avevo voluto “sdoppiare” metaforicamente l’attrice protagonista, facendole interpretare due ruoli, che esprimessero la scissione interiore di un popolo diviso dalla guerra e da visioni del conflitto opposte. Superando tale metafora del doppelgänger, ho cercato di sviluppare una teoria più complessa, espressa in “Start up a war” in una forma documentaristica, che fornisse un ulteriore livello di integrazione in risposta alle “scissioni” causate da conflitti e guerre.

Saker Italia: Cosa credi che succederà in Ucraina? Credi che il paese abbia delle speranze di ricomposizione o pensi che la secessione interiore sia ormai irrimediabile e destinata protrarsi per un lungo periodo di tempo? Quale sarebbe una strategia di riconciliazione efficace sotto il profilo psicologico?

Sara Reginella: A livello politico, gli accordi di Minsk hanno avuto un valore importante. Sebbene non siano rispettati in toto, hanno comunque favorito una riduzione dell’intensità del conflitto, che miete tuttora vittime, ma non con la stessa intensità rilevata all’inizio. Detto questo, sono scettica sulla possibilità di una ricomposizione. Dopo il golpe a Kiev e la repressione dei dissidenti, Donetsk e Lugansk hanno risposto con l’occupazione dei palazzi governativi, è scoppiata la guerra e le ferite sono ancora profonde. Spero si trovi una soluzione diplomatica e non bellica per quanto, il lavoro per limitare i dolorosi effetti di quella che chiami “secessione interiore”, a mio avviso dovrebbe basarsi su una ricostruzione di quanto accaduto, al di là delle mistificazioni mediatiche tutt’ora in atto. Solo ricostruendo gli eventi e osservandoli da più punti di vista, sarà possibile l’inizio di un processi di riconciliazione, al di fuori dei meccanismi di propaganda, che non fanno altro che intossicare le persone con odio e paura.

Nell’ottica di una tale ricostruzione di eventi, consiglio caldamente la visione di “Start Up a War”. Oltre ai festival che hai citato all’inizio, e alle selezioni ufficiali ai festival “Mediterranean” a Siracusa, “Maykop” in Federazione Russa, Uk Monthly Film Festival a Norwich e “Oniros” ad Aosta, ricordo che “Start Up a War” sarà proiettato in questo mese in Crimea e a Belfast, rispettivamente al “Feodosiya Film Festival” e al “Respect Human Rights Film Festival”. Invito i lettori di Saker che fossero da quelle parti, ad andare a vedere questo nuovo documentario, e a seguire le varie tappe dal mio profilo e dalla pagina ufficiale di “Start Up a War”.

*****
Intervista a cura di Marco Bordoni per SakerItalia.it

 

Condivisione: