_75319025_75319020Il caos, in cui i suoi diabolici autori hanno fatto precipitare numerose nazioni arabe, chiamandolo cinicamente “Primavera Araba”, fa capire come la sua crescita non sia ancora terminata e come altre nazioni mediorientali finiranno triturate in questa macina insanguinata. Sorto abbastanza all’improvviso in Tunisia (che era riuscita più o meno bene a sfuggire ai venti di primavera), questo caos, fomentato dalle forze armate dell’Occidente, si è rivolto verso la Libia, nazione un tempo prospera, ma che attualmente ha cessato di esistere come Stato unitario, dopo essersi divisa in tre diverse regioni: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Le ultime notizie apparse sui media di tutto il mondo evidenziano come l’organizzazione terroristica chiamata “Stato Islamico” (IS) stia pensando di far diventare la Libia il proprio “trampolino” per penetrare ed attaccare le nazioni europee. Nel Nord Africa, solo l’Egitto è riuscito a resistere; grazie alla grande esperienza politica del suo popolo e alla determinazione del suo esercito, è riuscito a rimettere le cose a posto, proprio nel cuore del mondo arabo.

La situazione è addirittura peggiore nella regione del Golfo Persico dove, ad un certo punto, il Bahrain è stato occupato dalle truppe saudite. Solo così queste ultime sono riuscite a reprimere la rivolta violenta degli Sciiti che, secondo diverse stime, comprendono il 70-80% di tutta la popolazione. Tuttavia la fiamma della ribellione non è completamente spenta e, di tanto in tanto, ci si ricorda di lei quando una scintilla incendia i sobborghi di Manama.

La situazione è spaventosa in Afganistan, Iraq e Siria. Le prime due nazioni sono state vittima di aggressioni gratuite da parte degli Stati Uniti, che hanno portato alla perdita dell’identità nazionale e alla distruzione delle infrastrutture. Come  dice il proverbio, da uno scemo ne nascono tanti, e così, i leaders dell’Arabia Saudita, accecati dalla loro incredibile ricchezza e da un’analisi sbagliata della situazione regionale, hanno cercato di insediare a Damasco un regime più bendisposto verso i loro voleri. Da allora il popolo siriano è stato portato letteralmente all’inferno, dovendo combattere contro orde senza fine di mercenari solo per difendere il proprio diritto a vivere e risolvere i propri problemi sul proprio, legittimo suolo siriano. La nazione è stata frammentata in diverse parti, molte città e centri abitati sono completamente distrutti, diversi milioni di cittadini siriani hanno dovuto abbandonare la loro terra e cercare asilo in altre nazioni. I leaders Wahabiti di Riyad però non sono ancora soddisfatti e fanno ancora di tutto per insediare a Damasco un regime di loro gradimento, che obbedisca solo a loro, e non importa se la Siria continuerà ad esistere come singolo Stato o verrà divisa in diverse “sotto-componenti”.

Comunque, se guardiamo alla storia delle cosiddette “primavere arabe”, il punto attualmente in questione è se la stessa Arabia Saudita continuerà ad esistere all’interno dei suoi vecchi confini o se nel territorio saudita nasceranno diversi stati, secondo la mappa stilata dall’ex tenente-colonnello Ralf Peters. A questo proposito bisogna ricordare che, nel giugno 2006 Ralf Peters, tenente-colonnello in pensione che aveva lavorato per la National Military Academy degli Stati Uniti, aveva presentato una mappa con i nuovi confini dei possibili stati di un Grande Medio Oriente nel suo articolo “Confini di sangue” pubblicato sull’Armed Forces Journal. [http://www.geocurrents.info/geopolitics/ralph-peters-thinking-the-unthinkable] L’ultimo incarico di Ralf Peters è stato presso l’ufficio del Vicecapo di Stato Maggiore dell’Intelligence al Dipartimento della Difesa americano. E’ uno degli autori più conosciuti che provengono dal Pentagono e ha pubblicato numerosi lavori sulla strategia e sulla politica estera degli Stati Uniti. Anche se la mappa di cui si è parlato non riflette il punto di vista ufficiale del Pentagono, è stata usata nei corsi di perfezionamento per gli alti ufficiali del Collegio della Difesa della NATO e può essere facilmente utilizzata, insieme ad altre mappe, nei programmi di simulazione bellica dagli specialisti militari della National Military Academy.

In questo periodo complicato della sua esistenza, probabilmente il più pericoloso da quando l’Arabia Saudita è stata creata da Abdulaziz ibn Abdul Rahaman ibn Faisal Al Saud (Ibn Saud), i suoi attuali leaders dimostrano di non avere assolutamente abilità, lungimiranza e pensiero politico. Inoltre, stanno facendo tutto il possibile affinché questa monarchia artificiale finisca per frantumarsi in diverse parti. Evidentemente, a causa dell’età e della mente fragile, l’attuale monarca saudita Salman ibn Abdulaziz Al Saud e suo figlio, Mohammad bin Salman Al Saud, il più giovane Ministro della Difesa del mondo, sono riusciti a impegnarsi contemporaneamente in tre guerre o, si potrebbe anche dire, hanno iniziato una guerra su tre fronti.

E’ cosa risaputa e storicamente provata, basta guardare alla storia europea, che una nazione può vincere solo se fa una guerra alla volta; con due fronti si perde. Nel 1870-1871 la Prussia (Germania) da sola aveva sconfitto la Francia e le aveva imposto una pesante indennità di guerra combattendo su un fronte solo. Però, durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, la Germania che all’epoca era già unificata, aveva combattuto su due fronti ed era stata pesantemente sconfitta in tutte e due le guerre, con conseguenze che sono visibili ancora al giorno d’oggi. Potremmo di certo essere  stupìti dal comportamento irragionevole dell’attuale Cancelliere Tedesco Angela Merkel, se non sapessimo che la Germania è ancora occupata dalle truppe americane e da tutte le loro basi dislocate laggiù.

Ma sembra che l’Europa sia troppo lontana dall’Arabia Saudita, dal momento che gli attuali leaders sauditi non conoscono le basi stesse della storia. Per questo motivo, non sorprende che siano riusciti a farsi coinvolgere contemporaneamente in tre complicate e sanguinose guerre.

La prima guerra è, naturalmente, il conflitto siriano, che è stato iniziato e alimentato in continuazione dai Sauditi, che hanno speso centinaia di milioni di dollari per creare e generosamente finanziare  formazioni terroristiche come lo Stato Islamico, Jabhat al-Nusra, al-Quaeda, ecc. Apparentemente, potrebbe sembrare strano che queste organizzazioni terroristiche solo raramente lancino qualche blanda critica al regime saudita, magari per un’osservanza non corretta di qualche norma del “vero Islam”, ma che oltre non vadano. Per qualche motivo, i terroristi non compiono mai azioni militari contro i Sauditi, anche se a questi guerriglieri, temprati dalle battaglie, non occorrerebbero più di tre giorni per attraversare il deserto al confine saudita-iracheno a bordo dei loro camioncini Toyota e occupare il grosso campo petrolifero di Al Hasa, sulle coste del Golfo Persico. Naturalmente questo non succede e i terroristi, senza nessun apparente motivo, non lasciano il territorio siriano e iracheno e preferiscono morire sotto i bombardamenti di precisione delle Forze Aerospaziali Russe. Evidentemente i leaders sauditi hanno sponsorizzato non solo le attività militari dei terroristi, ma anche la loro morte. Con l’attuale prezzo del petrolio però, le ricchezze saudite prima o poi finiranno e che cosa faranno allora gli infuriati terroristi?

Il secondo fronte dell’Arabia Saudita è quello dell’infruttuosa campagna militare nello Yemen, dove i ribelli Houti, scalzi, non solo resistono a testa alta ai Sauditi e ai loro alleati, ma sono anche in grado di infliggere pesanti perdite. E tutto questo capita contro ribelli armati solo di fucili. Dal 26 marzo (dell’anno scorso) l’Arabia Saudita, sostenuta dall’aviazione di Baharain, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, ha continuamente portato attacchi aerei contro i ribelli utilizzando le armi più moderne fornite loro dagli Stati Uniti. Alla coalizione si sono aggiunti anche Egitto, Giordania, Marocco e Sudan. Secondo i dati dell’ONU, durante tutta l’escalation del conflitto, sono morti 2.795 civili e 5.324 sono rimasti feriti. C’è da dire che Riyad fa un uso estensivo di armi americane proibite, in questo caso bombe a grappolo. Questo è stato riferito dall’organizzazione americana Humans Right Watch, che porta avanti un’indagine internazionale sui fatti molto accurata.

Gli esperti si stanno facendo una domanda abbastanza logica: che cosa succederà quando l’Iran comincerà a fornire ai ribelli armi moderne (dal momento che tutti i media sauditi suonano l’allarme su questo argomento)? Questo prima o poi capiterà. In queste circostanze, lo Yemen sarà in grado di riconquistare facilmente i territori contesi che attualmente fanno capo alle province saudite di Najran, Jizan e Ha’il. In questo modo, tutta la parte meridionale dell’Arabia Saudita moderna ritornerebbe a far parte dello Yemen, com’era nell’antichità e questo potrebbe fare da catalizzatore per la disintegrazione di tutto il regno.

Il terzo fronte, in cui i Sauditi stanno combattendo senza successo, è la tattica, assolutamente mal concepita, di abbassare il prezzo del petrolio. In questo caso i leaders di Riyad, accecati dalla loro stessa ricchezza e per cercare di impadronirsi di tutto il mercato petrolifero mondiale, hanno deciso di estromettere i maggiori produttori, come Stati Uniti, Russia, Iran, Venezuela, Nigeria e Norvegia. Ma il tempo passa e i concorrenti non si ritirano dal mercato petrolifero e il mondo si sta lentamente abituando ai prezzi bassi. Tutto questo ha dato un bel colpo alle finanze dell’Arabia Saudita, fino ad ora considerata “la riccona”. Ora la sua economia comincia ad incontrare alcune difficoltà causate dai bassi prezzi del greggio, dalle enormi spese per sostenere le guerre in Siria e nello Yemen e i costosissimi sussidi dello stato sociale interno. C’è un pesante disavanzo nella bilancia dei pagamenti. Le cose sono ormai arrivate a un punto tale che girano voci sulla privatizzazione della “vacca sacra”, la Saudi Aramco, la maggior benefattrice dell’economia nazionale.

Sembrerebbe che, in queste condizioni, la cosa giusta da fare sarebbe quella di tagliare le spese esterne e non indispensabili (gli oneri militari e il finanziamento delle organizzazioni terroristiche) e concentrarsi invece sull’economia. In ogni caso, i leaders sauditi hanno scelto di fare tutto da soli e hanno deciso di cercare la soluzione lanciandosi in nuove avventure. Alcuni media hanno riferito che l’Arabia saudita avrebbe preso la decisione di iniziare, in un prossimo futuro, un’operazione di terra in Siria, senza attendere la collaborazione degli altri alleati, come dice il Generale di Brigata Akhmed al Asiri. E tutto questo quando i Sauditi non sono nemmeno riusciti a vincere nello Yemen.

E’ anche possibile che Washington stia deliberatamente trascinando i Sauditi in ogni tipo di avventura, in modo che i cambiamenti nella struttura della Penisola Araba avvengano il prima possibile. Nelle banche americane sono depositati titoli di Stato dell’Arabia Saudita per più di un trilione di dollari [Adattamento consolidato nell’uso corrente, dell’inglese trillion, che vale 10 alla 12°, cioè mille miliardi- NdT], più mezzo trilione di dollari in depositi privati. Se l’Arabia Saudita dovesse disintegrarsi, è quasi impossibile che singoli cittadini sauditi riescano ad intentare cause finanziarie contro Washington. I capi di queste nuove nazioni sarebbero indubbiamente grati agli Stati Uniti e avrebbero bisogno della loro assistenza e della loro supervisione. Se, per esempio, il rappresentante della dinastia Hascemita, l’attuale re di Giordania Abdallah II, arrivasse a governare anche l’Hejaz, come i suoi antenati avevano fatto per secoli, e diventasse il Custode delle Due Sacre Moschee, desidererebbe di certo mantenere buoni rapporti con Washington e i suoi governi.

Al di là di ogni dubbio, queste nuove avventure e le iniziative sbagliate, all’estero come all’interno, dove le autorità devono ormai ricorrere alla repressione e alla pena capitale per tenere sotto controllo la popolazione, servono solo a ribadire un risultato storico e a portare la “Primavara Araba” più vicino all’Arabia Saudita. E’ anche possibile che saremo testimoni del fatto che l’ultimo figlio del grande Ibn Saud, che all’epoca aveva creato l’Arabia Saudita, sarà anche l’ultimo re di questa monarchia desertica della Penisola Araba.

*****
Articolo di Victor Mikhin, pubblicato da New Eastern Outlook il 24 Febbraio 2016
Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it