L’ondata di proteste scoppiata in Iraq il 1° ottobre, secondo diversi resoconti, ha provocato decine di morti civili e diverse centinaia di feriti tra i manifestanti. Secondo quanto riportato dalla stazione televisiva Al Arabiya, gli attivisti dei diritti umani affermano che almeno un centinaio di persone  hanno perso la vita nel corso delle proteste, e circa tremila sono rimaste ferite.

I disordini, innescati dalla frustrazione che gli iracheni condividono per la corruzione dilagante, gli alti tassi di disoccupazione, le frequenti interruzioni della corrente elettrica e le carenze idriche, potrebbero portare presto alla richiesta di dimissioni del governo in carica, e successivamente ad ogni sorta di altre richieste politiche. Malgrado il tentativo delle autorità locali di ristabilire l’ordine attraverso l’imposizione del coprifuoco, l’intensità delle proteste non si smorzerà. Pneumatici vengono ancora bruciati  nelle strade, e manifestanti assaltano aeroporti ed edifici governativi.

Il Sasapost egiziano afferma che in Iraq non si vedeva un movimento di massa così diffuso dai giorni in cui gli iracheni cercarono di respingere l’attacco degli Stati Uniti al loro paese. Le manifestazioni sono diffuse in tutte le grandi città del paese, ma con l’unica eccezione di quelle rimaste nelle mani dei terroristi dell’ISIS nelle zone settentrionali e occidentali del paese.

Anche se Al Jazeera sostiene che non c’è alcun leader a capo del movimento di protesta, diversi osservatori arabi hanno già espresso dubbi a riguardo. A loro avviso, una “ribellione di affamati”, non contempla assalti armati alla polizia o alle forze di sicurezza, mentre testimonianze riferiscono di  perdite subite da unità della polizia.

La maggior parte dei manifestanti sono giovani di età inferiore ai vent’anni. Difficilmente si può pensare a loro come a degli integralisti religiosi, ed è difficile sospettare che siano influenzati dal clero. Nel giro di poche settimane le loro richieste sono cambiate radicalmente, ed è chiaro che tale transizione è potuta avvenire solo attraverso una qualche di influenza esterna. Quello che era partito come un tentativo dei giovani di esprimere frustrazione per le attuali politiche sociali, è stato incanalato da un violento movimento di massa verso richieste politiche estreme, come ad esempio la sostituzione della repubblica parlamentare con una presidenziale, e le dimissioni di Adil Abdul-Mahdi al-Muntafiki al fine di sostituirlo con l’ex capo della sicurezza, il generale Abdul Wahab al-Saidi. Tutto questo viaggia in parallelo con gli slogan anti-iraniani dei manifestanti e con i roghi di bandiere iraniane. È degno di nota anche il fatto che le proteste sono iniziate nelle parti meridionali del paese che, come la stessa Baghdad, sono abitate principalmente da sciiti.

È chiaro che il tono sempre più anti-iraniano delle proteste è un ulteriore indicatore del possibile coinvolgimento di forze esterne negli eventi che si svolgono oggi in Iraq. In questo contesto, è degno di nota il fatto che il libanese Al Akhbar ricorda che la scorsa estate una fonte informata del dipartimento militare iracheno predisse ciò che stava per accadere, e affermò che Washington era estremamente preoccupata per la crescente influenza dell’Iran sul quel paese. A suo avviso, tali proteste rappresenterebbero un monito alle autorità irachene per cercare di impedire un ulteriore avvicinamento tra i due paesi.

È interessante il fatto che un paio di settimane or sono il Sottosegretario di Stato americano in carica per la Sicurezza Civile, la Democrazia e i Diritti Umani, Marshall Billingslea, ha annunciato che il popolo iracheno è diventato “vittima” degli stretti legami condivisi da Baghdad e Teheran.

Ma non ci sono solo gli Stati Uniti in campo per cercare di combattere l’influenza dell’Iran in Iraq, anche Israele ha cercato di raggiungere lo stesso scopo. Dalla metà dell’estate, aerei da combattimento e droni sia israeliani che statunitensi hanno fatto oltre due dozzine di sortite per bombardare una serie di obiettivi in ​​tutto l’Iraq, da quelli vicino al confine con la Siria nel Governatorato di Al Anbar a quelli al confine con l’Iran. Ma soprattutto, questi attacchi aerei erano indirizzati contro le basi della “milizia popolare” sciita irachena, che è già stata soprannominata “succursale iraniana” in Occidente.

In risposta a questo scenario, c’è stato un aumento visibile dei sentimenti anti-americani e anti-israeliani in Iraq, con conseguente attentato all’ambasciata americana costretta a sospendere il suo lavoro fino alla data della rimozione del coprifuoco.

Il momento scelto dagli “sbandieratori esterni” per provocare i disordini è particolarmente degno di nota, in quanto coincide con la preparazione per il Pellegrinaggio dell’Arba’een, a cui partecipano milioni di iraniani. Questo raduno commemora la memoria di Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto e terzo imam sciita, caduto in combattimento insieme ai suoi fedeli compagni d’armi nel 680d.C. per mano dei soldati del califfo Yazid, appartenente alla Dinastia Omayyade. Quest’anno il pellegrinaggio in Iraq inizierà tra due settimane. L’incontro pubblico annuale dei milioni di sciiti è paragonabile per importanza al normale pellegrinaggio alla Mecca di tutti gli altri musulmani del pianeta: secondo i media ufficiali iracheni, lo scorso anno oltre 22 milioni di credenti hanno preso parte alla cerimonia al termine dei 40 giorni di lutto seguenti  all’Ashura, rendendo questa adunata doppiamente numerosa rispetto all’Hajj dell’anno precedente. Per coordinare e facilitare il movimento dei pellegrini iraniani, Teheran ha inviato suoi rappresentanti in Iraq pochi giorni prima dello scoppio delle proteste. Questa collaborazione, assieme ad altri sempre più numerosi contatti bilaterali tra Iraq e Iran, vengono visti in maniera quanto meno invidiosa sia da Washington che da Tel Aviv.

Tuttavia, quando le proteste hanno iniziato a prendere una direzione anti-iraniana, Teheran è stata costretta a chiudere due checkpoint di frontiera con l’Iraq (Khosravi e Khazabekh), comunemente usati dagli sciiti per il viaggio verso l’Iraq in visita ai santuari degli imam sciiti.

Non c’è dubbio che, col sabotaggio del pellegrinaggio sciita di quest’anno, le forze nascoste dietro le proteste eleveranno il livello di frustrazione delle popolazioni dell’Iraq e dell’Iran. Ma questo è esattamente ciò a cui aspirano alcune forze anti-iraniane, principalmente negli Stati Uniti ed in Israele, per poter alzare la portata delle loro operazioni militari in Iraq mentre Baghdad è impegnata a gestire i disordini.

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 Articolo di Valery Kulikov pubblicato su New Eastern Outlook il 7 ottobre 2019
Traduzione in italiano di Pier Luigi S. per SakerItalia

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