Le prime misure prese contro il Covid-19 in Cisgiordania sono state adottate all’inizio di marzo dopo che sono stati confermati sette casi a Betlemme, collegati ad un gruppo di turisti greci. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha dichiarato lo stato di emergenza e imposto il lockdown della città, bloccando ogni ingresso e ogni uscita, e applicando il coprifuoco ai residenti.

L’ANP ha anche annunciato restrizioni in tutta la Cisgiordania, compresi i divieti di spostamento tra i governatorati e la chiusura degli spazi pubblici e delle strutture educative. Il 22 marzo, a seguito della crescita continua dei casi, l’ANP ha dichiarato il coprifuoco.

Nella striscia di Gaza, a metà marzo la autorità di Hamas e la UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente) hanno cominciato ad allestire le scuole come centri e cliniche per la quarantena in preparazione di una possibile epidemia. Il 21 marzo, due residenti di Gaza di ritorno dal Pakistan sono risultati positivi al virus e sono stati immediatamente ospedalizzati. Le 29 persone che sono entrate in contatto con loro, sono state identificate e messe in quarantena.

Nel momento in cui scrivo, il numero totale dei casi confermati sono 247 in Cisgiordania e 12 a Gaza. Sebbene i dati siano relativamente bassi, la paura è che la quantità disponibile dei kit di test non sia sufficiente rispetto agli infettati, il cui numero è di fatto molto più alto.

Covid-19 sotto occupazione

La Cisgiordania e la Striscia di Gaza stanno affrontando il Covid-19 con la realtà dell’occupazione militare israeliana, che indebolisce la capacità delle autorità palestinesi e dei Palestinesi di rispondere efficacemente al virus mortale.

Mentre molti sistemi sanitari nel mondo stanno combattendo per gestire la pandemia, un’occupazione che dura da 53 anni ha gravemente ridotto le capacità mediche in Cisgiordania e a Gaza. Il sistema, che dipende dalle donazioni, ha carenza di attrezzature, farmaci e personale, a causa di problemi come i raid militari e le restrizioni sulle importazioni.

In particolare, nella Striscia di Gaza – definita invivibile [in inglese] dalle Nazioni Uniti a causa di più di 13 anni di blocco e delle molte guerre – il sistema sanitario aveva difficoltà a gestire i casi medici già prima della pandemia. Gaza, infatti, ha attualmente solo 78 letti di terapia intensiva [in inglese] e 63 ventilatori per una popolazione composta da 2 milioni di abitanti.

Nel frattempo, persistono le manifestazioni quotidiane dell’occupazione, come la demolizione ininterrotta delle case palestinesi e i raid militari sui villaggi e le città palestinesi [in inglese].

Ci sono stati anche attacchi diretti degli Israeliani ai tentativi della Palestina di fronteggiare il virus, come la distruzione di una clinica per la cura del Covid-19 nella Valle del Giordano [in inglese] e l’arresto dei volontari palestinesi [in inglese] che tentavano di distribuire rifornimenti alle comunità povere di Gerusalemme Est.

Le autorità israeliane di occupazione non riescono neanche a prendere alcuna misura preventiva per proteggere i prigionieri politici palestinesi [in inglese], che sono incarcerati illegalmente all’interno di un sistema carcerario militare che non riesce nemmeno ad avere gli standard di base per la salute e l’igiene.

Manipolazioni politiche

Il muro in Cisgiordania

Il regime israeliano sta utilizzando questa crisi globale non solo per distogliere l’attenzione dalle sue continue violazioni dei diritti umani, ma anche come strumento politico per ottenere una leva diplomatica. Infatti, gli organi internazionali elogiano Israele per la sua “cooperazione” con l’ANP durante questa crisi. Il coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, in una recente dichiarazione ha definito “eccellente[in inglese] questo coordinamento.

In realtà, la “cooperazione” israeliana include il COGAT, il Coordinamento Israeliano delle Attività Governative nei Territori, che “permette” ad un minimo di forniture mediche donate a livello internazionale di raggiungere i territori occupati palestinesi, come nel caso di una spedizione [in inglese] di 3.000 kit per test e 50.000 mascherine provenienti dall’OMS destinata all’ANP. Questo è molto al di sotto rispetto alle necessità attuali in Cisgiordania.

Coloro che lodano la cooperazione sottolineano anche il tema delle migliaia di lavoratori palestinesi in Israele. Nel tentativo di prevenire movimenti di massa e la potenziale diffusione della malattia, Israele e l’ANP hanno raggiunto un accordo che, a partire dal 18 marzo, ha condizionato i lavoratori palestinesi a continuare a lavorare stando in Israele per diversi mesi senza poter tornare in Cisgiordania.

Anzi, i lavoratori sono stati non solo privati degli adeguati dispositivi di protezione ma, secondo quanto  riferito, le autorità israeliane hanno scaricato [in inglese] i lavoratori che sospettavano essere infetti ai check point di ingresso in Cisgiordania, senza informare l’ANP.

Il 25 marzo il Primo Ministro Palestinese Mohammad Shtayyeh ha annullato [in inglese] la decisione, ordinando ai lavoratori di tornare a casa. La paura è che l’ANP non avrà la capacità di fare i test sulle persone al loro rientro, e finora Israele non si è offerto di fare questi test.

Cambiare la narrazione

In effetti, il regime israeliano, che mantiene un’occupazione militare violenta e ha svuotato il sistema sanitario palestinese delle sue capacità, viene elogiato perché concede pochissime forniture mediche provenienti da istituzioni internazionali, anche se, come Paese occupante, è sua responsabilità secondo il diritto internazionale garantirle.

E’ fondamentale che gli attori internazionali non solo appoggino gli sforzi umanitari necessari per un immediato soccorso medico in Palestina, ma che insistano anche sulla responsabilità di Israele nel finanziare le necessità mediche della Palestina.

E’ necessario anche cambiare la narrazione della cooperazione, e mettere in evidenza l’occupazione israeliana come un strumento di comorbilità. In altre parole, non solo l’occupazione esacerba le condizioni che portano ad un aumento della vulnerabilità dei Palestinesi verso l’infezione, ma è anche direttamente responsabile per tali condizioni. E’ quindi da ipocriti sostenere che ora è il momento della cooperazione e del dialogo tra Israele e le autorità palestinesi per affrontare la pandemia.

Ora è il momento, come lo era prima, di esigere la revoca del blocco su Gaza e di porre fine all’occupazione militare in Cisgiordania.

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Articolodi Yara Hawari pubblicato su Consortium News il 15 aprile
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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