– Marco Bordoni –

Nella giornata di ieri ha fatto rumore la notizia, comparsa sull’edizione cartacea di The Moscow Times, secondo cui il Presidente Putin avrebbe strapazzato, nel corso di un incontro, l’ Ambasciatore della Turchia a Mosca. Il testo della sfuriata di Putin è stato rilanciato da decine di testate online, che hanno macinato migliaia di condivisioni sulle reti sociali. Ma si tratta di una notizia corretta? C’è ragione di dubitarne.

I fatti. Partiamo dal testo dell’articolo del giornale moscovita, ripreso da AWD NewsSecondo informazioni riservate ottenute da The Moscow Times [è lo stesso Moscow Times che scrive, n.d.r.], l’incontro fra il Sig. Putin e l’Ambasciatore turco è stato gravido di intenso risentimento reciproco, in conseguenza del fatto che il sig. Yardim ha respinto tutte le accuse russe, rivolgendo sulla Russia la colpa per la lunga e violenta guerra civile siriana. “Allora dica al Suo Presidente – Dittatore che può andare all’inferno con i terroristi dell’ ISIS, e io trasformerò la Siria in null’altro che una “Grande Stalingrado” visto che Erdogan e i suoi alleati Sauditi non sono meno malvagi di Adolf Hitler!” Avrebbe risposto Vladimir Putin nel corso di un incontro a porte chiuse di due ore con il rappresentante turco.“Quanto è ipocrita il Suo Presidente se da un lato chiede la democrazia e dall’altro promuove il colpo di stato militare in Egitto?” Ha aggiunto il Sig. Putin: “e nello stesso tempo chiude un occhio su tutte le attività terroristiche intese a rovesciare il Presidente della Siria!”

Valutazione di attendibilità. Non è ovviamente possibile, in senso assoluto, affermare con certezza se una conversazione “a porte chiuse” riportata addirittura in virgolettato è effettivamente avvenuta o meno. E’ possibile, però, tentare un giudizio di verosimiglianza, utilizzando dei criteri di critica delle fonti e giungendo alla probabile conclusione che la conversazione non può essere avvenuta in questi termini. Ecco perché.

1. Fonte inattendibile. The Moscow Times è la free press della comunità occidentale a Mosca. Il foglio gronda ostilità per l’attuale sistema di potere russo. Demyan Kudryavtsev, il proprietario che ha rilevato nel 2013 il giornale da una società finlandese, è un palese prestanome proveniente dall’ enturage di Boris Berezovskij. L’editorialista di Izestja Israel Shiamir, ha definito la testata “un foglio militante anti Putin, un riepilogo della stampa occidentale farcito di pregiudizi nella copertura della cronaca russa”.

Pur prendendo atto del fatto che la fonte non è affidabile potremmo comunque considerare la notizia come autentica se fosse imbarazzante per il giornale, ovvero se contraddicesse la linea editoriale. Ma, per le ragioni che esporremo nel punto 3) questa notizia non fa un buon servizio a Putin, anzi: il Presidente Russo ne esce come un macho aggressivo e fanfarone, protagonista di una politica che lo isola sull’arena internazionale. Una immagine che è esattamente il tipo di denigrazione funzionale agli intenti editoriali della testata. In altre parole: questa “notizia” è proprio il tipo di polpetta avvelenata che ci dovremmo aspettare da un foglio come The Moscow Times.

2. Incoerenza formale. Chiunque abbia familiarità con il registro espressivo di Putin sa che il Presidente della Russia non parla in questi termini, nemmeno quando è arrabbiato o teso. Ci sono dei filmati che ce lo mostrano arrabbiato, ad esempio con un funzionario poco competente o con un contraddittore. Quello che si vede è esattamente ciò che potremmo aspettarci da una personalità come Putin: quando si arrabbia non insulta mai l’interlocutore, non si abbandona mai all’isteria e all’invettiva. “Vada all’inferno!” non è una sua espressione. Al contrario diviene trattenuto, gelido e tagliente. Osservazione tanto più valida in quanto la conversazione si sarebbe svolta in un contesto diplomatico, ovvero al massimo livello di formalità: ed è ben noto che i Russi in generale e Putin in particolare sono molto attenti al rispetto dell’etichetta diplomatica, ritenendo, a ragione, che la forma sia un principio di sostanza. A questo possiamo aggiungere che il passaggio “dica al suo Presidente Dittatore” è ben poco nelle corde di Putin, che ha una concezione della rappresentanza politica assai disincantata e molto slegata dai canoni formali occidentali. Al contrario, una espressione di questo genere è esattamente il tipo di insulto che inventerebbe un redattore di un giornale liberale come The Moscow Times che stesse confezionando un falso.

Ancora: come Saker ha spiegato più volte la cultura russa non ama le minacce, considerandole una segno di debolezza. Se Putin intendesse davvero trasformare la Siria in una Stalingrado, non andrebbe certo a proclamarlo in giro ai quattro venti. Lo farebbe e basta. Al contrario questo è esattamente il tipo di discorso che verrebbe in mente ad un occidentale che dovesse inventarsi una reazione scomposta del Presidente russo.

3. Incoerenza Politica. Ma l’aspetto che rende più difficile credere a questa storia è la sua scarsa plausibilità politica. Quello che stiamo attraversando è un passaggio diplomatico estremamente complesso, in cui ogni accento può fare la differenza nei delicati equilibri internazionali. Le potenze con degli interessi in Medio Oriente stanno compiendo passi circospetti per ridefinire le proprie relazioni dopo il terremoto rappresentato dall’accordo sul nucleare iraniano. Il vistoso, per quanto cauto, riavvicinamento fra Russia e Arabia Saudita rende estremamente implausibile che Putin possa essersi espresso nei confronti di Ryad nei termini riportati dall’articolo. Questo vale mille volte di più per quanto riguarda la Turchia. Abbiamo reso conto ieri di come le trattative per la costruzione del gasdotto Turkish Stream stiano attraversando una fase di stallo molto delicata. Questa struttura rappresenta per la Russia una vera priorità, se davvero esiste l’intenzione, più volta annunciata da Gazprom, di non rinnovare il contratto con l’Ucraina per il transito sul territorio dell’inaffidabile vicino nel 2019. Anche senza contare le enormi ricadute politiche secondarie (gestione della minoranza Tatara in Crimea, stabilizzazione del Caucaso meridionale, possibile riallineamento alla NATO di un grande paese strategico che ultimamente ha condotto una politica estera molto spregiudicata ed indipendente) la sola questione economica rende assai improbabile che Putin abbia voluto mettere a rischio le relazioni con la Turchia per pagarsi la gloriuzza di maltrattare un ambasciatore.

C’è da scommettere che le mosse russe in Medio Oriente saranno estremamente caute, come dimostra la dichiarazione del portavoce Peskov che ieri ha escluso un coinvolgimento diretto della Russia in Siria, dopo che per tutta la giornata era girata una notizia confezionata in maniera davvero maliziosa, secondo cui un importante ufficiale delle truppe aviotrasportate russe avrebbe detto di essere pronto a partire per la Siria (“se verrà ordinato dal governo” “se vi saranno i presupposti politici” diceva il militare, ma questi incisi, che di fatto rendevano irrilevante la risposta, non erano riportati nei titoli). E’ molto probabile che anche i toni saranno cauti, così come le azioni.

Per l’ultima volta registriamo quindi che è molto più plausibile l’ipotesi del falso. Un falso confezionato ad arte, per diffondere tensioni in un passaggio delicato, in cui le trame del dialogo faticosamente intessuto fra Russia, Turchia e Arabia Saudita, potrebbero allentarsi e rompersi.

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