Il recente accordo sul nucleare tra Stati Uniti ed Iran potrebbe aver posto la parola fine ad un lungo braccio di ferro tra la superpotenza mondiale da una parte e la Repubblica Islamica dall’altra. Potrebbe, perché tra l’accettazione dell’accordo e la sua ratifica ufficiale passeranno novanta giorni in cui tutto è possibile.

Novanta giorni da adesso vuol dire circa Novembre e quindi sarà facile, per esempio, addurre l’elezione del nuovo presidente americano come pretesto per un ritardo nella sua ratifica. Senza contare il fuoco di sbarramento che alcuni parlamentari americani, Repubblicani ma anche Democratici, intendono attuare con decisione per impedire fin da subito proprio la ratifica del trattato. Negli Stati Uniti vi sono lobby a favore dell’accordo ed altre che gli sono semplicemente ostili e che preferirebbero piuttosto vedere l’Iran livellato sotto un uragano di bombe. Presumibilmente anche alcuni settori della politica iraniana sono contrari ma l’accordo è talmente favorevole all’Iran da ridurre di molto le loro chance.

Ho letto il testo del trattato, in tutta la bellezza delle sue 150 pagine e a prestar fede a quanto vi è scritto, l’Iran esce dalla disputa come vincitore a testa alta.

In primis, viene riconosciuta e confermata la piena sovranità della Repubblica Islamica sul proprio territorio attraverso il riconoscimento esplicito delle prerogative sia del Parlamento iraniano che del Presidente: “consisting with the respective roles of the President and the Majlis (Parliament)”. Per cui niente “protocollo Saddam Hussein” per il momento. E niente Annex B stile Rambouillet: non sono previste ispezioni indiscriminate in lungo e in largo per il territorio dell’Iran, anche in basi o installazioni militari che non hanno attinenza con il settore nucleare. Al contrario sono previste delle ispezioni congiunte, su base programmate e sempre nel rispetto della controparte.

25Nov2009Salta all’occhio che tutti i centri di ricerca nucleare saranno modificati ma non smantellati tout court. Il reattore di Arak sarà migliorato al livello “state of the art” per quanto riguarda la ricerca nucleare pacifica, per scopi industriali e medici. La calandra sarà rimossa e i suoi fori riempiti con cemento ma resterà conservata in Iran e non sarà trasferita all’estero per essere distrutta. Il numero delle centrifughe operative nei centri di Natanz e Fordow sarà diminuito a seconda del tipo ma le macchine restanti non saranno distrutte. Le centrifughe in eccesso saranno parzialmente smontate e conservate in un’ala dedicata presso ognuno dei due centri, sotto controllo della AIEA: serviranno a sostituire progressivamente quelle che si rovinano a causa dell’uso… o magari per essere rimesse in linea se l’accordo dovesse saltare. Chi lo sa?

Un po’ alla volta l’Iran si troverà a ricevere una vera e propria bonanza di tecnologia nucleare ultra moderna, tutta finalizzata allo sviluppo pacifico del nucleare: dispositivi rivelatori di ogni tipo, software, macchinari per la lavorazione dei radio isotopi sono solo alcune delle cose promesse dal trattato. Tutto “state of the art”. Sicuramente la medicina iraniana riceverà grande beneficio trovandosi nella possibilità di offrire terapie mediche che attualmente non sono facilmente disponibili. Ma non solo la medicina: il trattato prevede la revoca progressiva di tutte le sanzioni imposte all’Iran anche se alcune, quelle militari, su un periodo di tempo molto lungo. Non solo ma, qualora venissero imposte nuove sanzioni nel comparto nucleare, l’Iran può ritirarsi dal trattato unilateralmente. In altre parole, non sono ammesse sanzioni aggiuntive oltre a quelle che sono in fase di annullamento. Questa clausola compare almeno due volte: un altro riferimento esplicito all’indipendenza e sovranità della Repubblica Islamica.

Vi sono poi le conseguenze favolose per l’industria navale, aeronautica e per quella automobilistica. Agricoltura, ittica e tessile andranno alla grande. Saremo inondati di tappeti persiani, non so se volanti o meno. Il tappeto persiano sarà fashion, sarà must, sarà out non averne uno in casa. A loro preferisco di gran lunga il caviale ma dovrò accontentarmi dei pistacchi….

Insomma si prospettano dei bei tempi per il paese degli Ayatollah: lavoro, soldi, commercio estero, minerali preziosi, viaggi per turismo e studio. Una pacchia. E tutto questo in cambio della rinuncia ad un qualcosa che, almeno sulla carta, non esiste perché non è mai esistito: l’Iran ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare nel 1970 e anche dopo la rivoluzione islamica ha sempre dichiarato di non cercare la bomba atomica. Tutto bene quindi? Se fossimo in un film, questo sarebbe il finale in cui l’eroe stringe la sua donna stagliandosi sulla collina, al tramonto. Dissolvenza, titoli finali e buonanotte. Ma nella realtà? Nella realtà questo è un accordo talmente perfetto da lasciare l’amaro in bocca. Sappiamo bene tutti come Mr. Premio Nobel per la Pace ha trattato la Libia e subito dopo la Siria. Il carcere di Guantanámo è ancora aperto: qualcuno si ricorda dei suoi prigionieri? Mi è sempre sembrata ridicola l’affermazione che il Presidente Obama avrebbe bisogno di un successo in politica estera per chiudere il suo mandato in bellezza.

Guardando allo scenario locale, per alcuni commentatori l’ISIS è un problema che sta assumendo dimensioni sempre più grandi ma anche questa spiegazione è piuttosto debole. Gli scherani dell’ISIS arrivano in Siria dalla Giordania, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e da Israele. Cioè da Paesi che sono già nella sfera di influenza americana. Quindi se il problema fosse davvero l’ISIS, figlio di molti padri e della solita madre, basterebbe che le Nazioni di cui sopra vigilassero sui loro confini e il problema sarebbe risolto.

E allora perché gli americani si sono spinti così in là con le concessioni? Perché non rovesciare il tavolo e basta? Non sono certo i muscoli a mancargli. No, c’è qualche altra ragione. Trovo più logica la riflessione di Paul Craig Roberts che vede in Russia e Cina i veri bersagli della politica americana e conclude che, a causa della spesa enorme per sostenere le ultime guerre nel Medioriente, gli Stati Uniti non hanno le risorse per affrontare contemporaneamente anche l’Iran. Come dire: un’altra vittoria come questa e saremo sconfitti. Di mio aggiungo che i futuri scambi culturali e turistici porteranno ad un crescente via vai di persone da e per l’Iran. Dal momento che anche nella Repubblica Islamica esiste un buon numero di scontenti, niente di strano che molti di loro diventino agenti provocatori o spie in affitto. Si ripresenta quindi lo scenario delle rivoluzioni colorate che ben conosciamo e che è stato tentato altre volte in passato, anche in Iran.

Gli iraniani in realtà non hanno rinunciato solo al nucleare ma anche a commerciare in valute diverse dal dollaro. Il rial entrerà nel circuito SWIFT e ci saranno svariate facilitazioni economiche ma gli Ayatollah puntelleranno per un altro po’ gli accordi di Bretton-Woods, che sono di per se stessi sul malandato andante. Cioè il dollaro resterà la moneta di riferimento internazionale per gli scambi con l’estero e non ci sarà nessuna Borsa petrolifera in rial. E’ un risultato non da poco.

Democratic U.S. presidential candidate Hillary Clinton speaks in  Des Moines, Iowa.Voglio ricordare che la signora Clinton ha detto che attaccherà l’Iran qualora diventasse Presidente degli Stati Uniti. Giusto un paio di settimana prima dello storico annuncio. Quella donna mi da l’impressione di scrivere con l’inchiostro indelebile perfino quando parla per cui penso proprio che manterrà la promessa, trattato o non trattato. Ecco un buon motivo per ritenere che l’accordo non reggerà a lungo e si ritornerà alle tensioni degli anni passati. Non c’è solo Hillary Clinton. Ci sono altre personalità ostili all’accordo ed Israele sta facendo il diavolo a quattro per mandare tutto all’aria: il suo silenzio di questi giorni ne è la prova più evidente. E per essere sincero, credo che anche il presidente Siriano Assad si stia chiedendo quali novità ci siano in serbo per lui e la Siria: le rassicurazioni sulla continuità della politica estera iraniana possono anche non corrispondere necessariamente al vero.

Per concludere, questo accordo non è altro che un insieme di buone intenzione scritte in ottimo linguaggio diplomatico: è una buona base di partenza per relazioni internazionali più rilassate e pacifiche ma il fattore discriminante per la sua attuazione o meno, non è il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite o l’attuale Presidente Americano quanto il novembrino futuro prossimo POTUS. Che sia Hillary “inchiostro indelebile” Clinton o anche solo Jeb! è probabile che il trattato venga rimesso in discussione e si ritorni ai vecchi giochi, alle vecchie strategie. Fino a quando non tuoneranno i cannoni.

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Articolo di Costantino Ceoldo, pubblicato su english.pravda.ru il 27 Luglio 2015

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