Andando indietro almeno fino ai tempi della Rivoluzione Americana, tra gli schieramenti contrapposti è sempre stata in auge la regola non scritta di non uccidere il comandante nemico sul campo di battaglia. Questo è il motivo per cui i generali, seduti  sul loro cavallo dietro le linee del fronte, si potevano vedere mentre dirigevano le loro truppe malgrado fossero facili bersagli da eliminare per chiunque fosse stato equipaggiato con un fucile a canna rigata. La ragione della loro relativa sicumera nel fare così, era che entrambe le parti erano consapevoli che se i due comandanti fossero stati un bersaglio, e uno di loro fosse stato ucciso, non ci sarebbe stato nessuno a comandare la resa o il ritiro, e tutte le battaglie sarebbero state combattute fino alla morte.

Oggigiorno, il presidente Trump ha ribaltato questa logica, e ha ordinato direttamente l’assassinio, tramite missili lanciati da droni, del comandante delle forze iraniane Qassem Soleimani, che era in visita nel vicino Iraq.

Alcuni organi di stampa americani stanno prevedibilmente riportando che Soleimani era “il cattivo numero uno al mondo”, e stanno, di riflesso, lodando la risposta “risoluta” di Trump al presunto attacco iracheno, sponsorizzato dall’Iran, contro l’ambasciata americana a Baghdad. Ma, a parte il fatto che l’assalto all’ambasciata è stato in realtà una reazione popolare al precedente vergognoso bombardamento aereo illegale degli Stati Uniti contro un’unità combattente armata sostenuta dal governo iracheno, ed esso stesso una risposta all’uccisione di un “contractor” americano (soldato mercenario), cosa si ottiene, in pratica, facendo saltare in aria un leader militare iraniano mentre si trova in un altro paese, l’Iraq, in cui gli Stati Uniti hanno, in effetti, truppe operanti su richiesta? Trump e i suoi consiglieri hanno preso in considerazione a cosa porterà questa violazione oltraggiosa della sovranità irachena?

Cosa ancora più importante: il presidente Trump e quell’idiota di consigliere che lui ascolta attualmente, pensano davvero che decapitando il vertice dell’esercito iraniano abbiano messo fuori combattimento o intimidito l’Iran? E pensano che in qualche modo Trump e i suoi stessi generali siano immuni da una rappresaglia iraniana paritetica?

L’Iran potrebbe non avere i sofisticati droni lancia missili in grado di replicare esattamente l’azione americana, ma i suoi servizi militari e di intelligence hanno certamente abili cecchini, genieri, e altri tecnici della morte, tranquillamente capaci di far fuori semplicemente a comando un generale degli Stati Uniti o addirittura un presidente, se decidono che è quello che vogliono fare.

La bravata presidenziale di Trump, di cui di sicuro dovremo sopportare il vanto nelle manifestazioni pubbliche e in forma di tweet, ci sta guidando in una direzione incredibilmente pericolosa.

Gli Stati Uniti sono stati a lungo una nazione fuorilegge, conducendo guerre illegali a volontà e trattando l’intero globo come una zona di fuoco libero per decenni. Ma se ritornano alle politiche di assassinio usate abitualmente durante gli anni della Guerra Fredda (pensate al presidente vietnamita Ngo Dinh Diem e al Primo Ministro del Congo Patrice Lumumba, così come agli attentati alle vite di Fidel Castro, Slobodan Milosevic e Muammar Gheddafi, ecc.), è comprensibile il motivo per cui il presidente Ronald Reagan, in un raro momento di lucidità nel dicembre 1981, firmò l’Ordine Esecutivo 12333, che vietava l’assassinio di leader su ordine del governo. (Forse fu influenzato dalla sua quasi fatale esperienza col proiettile di un assassino nel marzo di quell’anno.)

Contraddire l’ordine di Reagan, come ha fatto il presidente Trump, vuol dire aprire un micidiale vaso di Pandora.

Giustamente o erroneamente (dal momento che non sappiamo ancora chi abbia realmente assassinato il presidente John F. Kennedy), Reagan e altri a Washington temevano che la sua uccisione nel 1963 potesse essere stata la risposta di Cuba ad una serie di tentativi falliti da parte della CIA di assassinare il leader cubano Fidel Castro.

Meglio togliere gli omicidi dal tavolo della War Room, decise apparentemente Reagan.

Ora, per gentile concessione dell’attentato di Trump al generale Soleimani, siamo tornati alla legge della giungla.

I massimi vertici militari americani dovrebbero capire che, grazie al vittorioso lavoro del loro Comandante in Capo su Soleimani, ora stanno tutti camminando con mirini appiccicati addosso. Trump stesso, un uomo che non ha mai dimostrato alcun tipo di coraggio morale nella sua vita, dovrebbe essere consapevole di aver messo il suo ampio corpo dentro un grande obiettivo.

Inoltre, c’è il rischio che tutto ciò possa degenerare in qualcosa di molto peggio della rivalsa “dente per dente”: ricordate che fu l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, in Bosnia, a scatenare la catastrofica Prima Guerra Mondiale.

L’uccisione di leader può sembrare ad un modesto pensatore come Trump un modo semplice, a basso costo e a basso rischio, per inviare un messaggio. Ma, a seconda di come risponde il paese il cui leader viene assassinato e di come a sua volta ribatte il paese che ha perpetrato l’assassinio iniziale, la valutazione iniziale del rapporto rischio/rendimento può rapidamente dimostrarsi mortalmente sbagliata.

Già il “leader supremo” dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha giurato una “dura vendetta” per l’assassinio di Soleimani che, secondo quanto riferito, è morto a causa dell’attacco dei droni statunitensi assieme ad Abu Mahdi al-Muhandis, capo di una gruppo armato iracheno chiamato “Forza di Mobilitazione Popolare”, e ad altre quattro persone.

Forse Trump, che in passato ha affermato di volere il ritiro degli Stati Uniti dai conflitti in Medio Oriente, ha deciso, come molti altri presidenti prima di lui, che farsi vedere determinato, e forse persino combattere una piccola guerra in un anno di elezioni, potrebbe aiutarlo a conquistare la rielezione. Se così fosse, potrebbe ricevere una grossa sorpresa.

Il popolo americano si è stancato delle guerre senza fine dell’America, ed è improbabile che esultino per lo scatenarsi dell’ennesima, specialmente contro un paese come l’Iran grande il doppio dell’Iraq. Si spera che per questo sfrontato e arrogante errore il peso che avrà da pagare sia alto.

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 Articolo di David Lindorff pubblicato su CounterPunch il 3 gennaio 2020
Traduzione in italiano di Pier Luigi S. per SakerItalia 

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