La politica americana contro l’Iran ha toccato nuovi picchi di disperazione e di sovvertimento del diritto internazionale.

Nel combattere la perdente battaglia per l’egemonia nel Medio Oriente, a spese delle sue popolazioni colà stanziate, Washington ha fatto ricorso a mezzi quali l’assassinio di personalità di alto profilo, e ad attacchi unilaterali contro obiettivi all’interno dei confini di stati sovrani e contro la volontà espressa dai rispettivi governi, rivelando in questo modo quella che sembra essere la propria crescente impotenza militare, politica ed economica.

In questo contesto, paesi come la Russia e la Cina si sono avvantaggiati del vuoto di potere scaturito dal declino delle fortune di Washington nella regione.

Invece di rimpiazzare gli Stati Uniti quale egemone nella regione, Mosca e Pechino esportano la loro idea di multipolarità nel Medio Oriente. Lo fanno aiutando la ricostruzione di paesi distrutti da anni di conflitti, pianificati e condotti dagli USA, scongiurandone altri che gli stessi Stati Uniti vorrebbero sfruttare per riaffermarsi nella regione, e aiutando questi paesi a perseguire i propri interessi in modo autonomo ed indipendente dalle tradizionali sfere di potere stabilite durante l’età degli imperi.

 

Gruppi di esperti statunitensi a corto d’idee

Il gruppo di esperti del Brooking Institution, finanziato dal grande capitale, e Daniel Byman, uno dei suoi membri di spicco, hanno pubblicato [in inglese] di recente l’articolo “La deterrenza verso l’Iran è stata ripristinata?”, nel quale, assieme a delle argomentazioni valide, sono rivelati aspetti su quanto malata e fuori dalla realtà sia la politica estera americana, in particolar modo quella sull’Iran.

Ciò che Byman scrive è importante in relazione al fatto che, insieme ad altri membri di rilievo del gruppo di esperti, egli è l’autore del rapporto [in inglese] della Brooking Institution del 2009 “Quale strada verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana sull’Iran”. Il rapporto contiene nel dettaglio i fondamenti della politica USA verso l’Iran, per come si è dispiegata fin dal 2009.

Il documento del 2009 tratta dei piani finalizzati a minare la stabilità politica e sociale dell’Iran, mediante pressioni sull’economia e il finanziamento di gruppi di opposizione e protesta, cose che gli USA hanno puntualmente attuato. Il documento parla di piani per finanziare e armare militanti allo scopo di porre in essere azioni violente, mirate a rovesciare il governo iraniano. Altre azioni pianificate, sotto copertura, hanno l’obiettivo di innescare una guerra, la quale a sua volta fungerebbe da pretesto per un cambio di regime favorevole agli USA: un’altra cosa che è stata ripetutamente tentata.

Un altro aspetto interessante del documento sono le trame per attirare l’Iran in un accordo di pace, la cui precisa funzione sarebbe quella di fornire agli USA pretesti per rivendicare il loro mancato rispetto da parte iraniana e, di conseguenza, per fornire ulteriori pretesti per una guerra. Ancor più interessante è che l’“Accordo Nucleare Iraniano” casca a pennello con le previsioni del documento, il cui disegno si è dispiegato attraverso entrambi i mandati presidenziali di Obama e di Trump. Quest’aspetto serve a ricordare che non sono i leader eletti a guidare la politica estera degli Stati Uniti, bensì certi interessi particolari che trascendono i governi, i quali ne sono a loro volta soggetti.

Visto che i piani del documento del 2009 sono chiaramente falliti, ci si aspetterebbe che il più recente articolo di Byman riporti sostanziali revisioni e idee rinnovate sulla politica estera USA verso il Medio Oriente e l’Iran. Invece l’articolo è infarcito di narrative trite e ritrite. Tra queste, le accuse infondate di volersi dotare di armi nucleari e di finanziare il “terrorismo” nella regione. È ignorato il terrorismo appoggiato dagli USA nelle forme di Al Qaeda e affiliati, e del cosiddetto Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS).

Si può ormai dare per assodato che le suddette organizzazioni terroristiche siano state apertamente sostenute e armate dagli USA e dai suoi alleati nei falliti tentativi di rovesciare il governo siriano, per esercitare pressioni su quello dell’Iraq, e per sconfiggere i combattenti Houthi in Yemen.

Un altro aspetto della logora narrativa riguarda il ruolo di procuratore degli Stati Uniti ricoperto da Israele nella regione, e che la sua aggressione sia funzionale ai piani statunitensi nella regione.

Se i pianificatori politici statunitensi sono così avulsi dalla realtà, o perlomeno lo sono i loro tentativi di spacciare a un pubblico poco attento le proprie politiche per buone, quest’ultime saranno di conseguenza totalmente insostenibili. Testimoni di ciò sono il crescente scetticismo del pubblico e il rifiuto di cooperare da parte sia di paesi antagonisti che di paesi neutrali, nonché persino di alleati storici degli USA.

 

Il tempo è dalla parte dell’Iran

L’articolo di Byman tenta di argomentare che la recente aggressione sia stata mirata a restaurare la “deterrenza”. La presenza stessa degli USA nel Medio Oriente, e in oceani e continenti lontani dalle proprie sponde, la loro occupazione illegale di paesi che circondano l’Iran, la coercizione di altri ad ospitare in modo permanente le sue truppe e di patirne l’interferenza, rendono il termine “deterrenza” del tutto fuori luogo.

La recente aggressione statunitense è intesa come un tentativo di riaffermare il proprio primato nella regione respingendo ed sradicando i conseguimenti iraniani. Tuttavia essa non comunica forza o determinazione, quanto piuttosto sconsideratezza e disperazione, cosa di cui Teheran avrà sicuramente preso nota.

Byman fa delle importanti ammissioni. A un certo punto ammette che (sottolineato aggiunto):

La determinazione può anche essere dalla parte degli iraniani. Anche tralasciando le indecisioni di Trump sull’uso della forza nel Medio Oriente e se condurre o meno i negoziati con l’Iran, gli americani sono sempre meno favorevoli allo stanziamento di truppe nel Medio Oriente, e non credono in una guerra con l’Iran. Per l’Iran un regime iracheno favorevole è un interesse vitale e, comunque, in Medio Oriente ha una visione di lungo termine. Cosa ancor più importante, gli Stati Uniti hanno minacciato la sopravvivenza stessa del regime, vale a dire l’interesse vitale supremo.

È vero che il tempo gioca a favore dell’Iran: è collocato nel Medio Oriente, confina con l’Iraq, è prossimo allo Yemen, alla Siria ed al Libano, gode di vasti legami storici, culturali, religiosi, economici e militari in tutta l’area e, insieme ai suoi alleati, mira all’auto-conservazione. È altamente probabile che tutti questi fattori siano destinati a sopravvivere anche alle forme più estreme di aggressione ed interferenza da parte di Washington.

Da parte sua Washington deve affrontare, oltre ad un crescente malcontento interno, anche limitazioni all’avventurismo militare poste sia dalle accresciute capacità tecnologiche militari a disposizione dei paesi nel suo mirino, sia dalla realtà di un’economia globale in fase di trasformazione.

Gli Stati Uniti continuano ad avere la capacità di infliggere danni immensi all’Iran e ai suoi alleati nella regione. L’Iran, tenuto conto della sconsideratezza e della disperazione americane, continuerà a perseguire politiche improntate ad una paziente persistenza. La strategia iraniana è rafforzata dall’appoggio di Russia e Cina, ugualmente pazienti nell’attendere il definitivo declino dell’ordine unipolare americano.

 

Disperazione all’apice

Proseguire in politiche che sono del tutto insostenibili è un misto di disperazione e di illusione. Byman e altri come lui che, nei corridoi dei gruppi di esperti finanziati dal grande capitale, servono gli interessi particolari americani, non sono capaci di discutere apertamente sulla necessità di scostarsi da politiche basate sull’egemonia globale in direzione delle più sostenibili politiche di tipo multipolare perseguite da paesi come la Russia e la Cina, che stanno scalzando il potere e l’influenza americana nel pianeta.

Ma proprio per questo, i pianificatori politici americani continueranno a disseminare narrative ormai stanche che saranno rigettate da un numero sempre maggiore di persone sia nei circoli politici che nel pubblico.

Come ogni impresa, anche gli egemonici Stati Uniti hanno attratto investitori ed azionisti nel corso dei decenni. E, come ogni impresa, quando i tempi cambiano e i modelli che prima sostenevano l’impresa non sono più validi, o si fanno riforme significative, oppure gli investitori e gli azionisti inizieranno a disinvestire e ad affidare altrove le proprie fortune. Tenuto conto che la politica americana nei confronti dell’Iran e di tanti altri paesi sembra sempre più irrimediabilmente impantanata, e senza segnali di riforme adeguate in corso di attuazione, gli investitori e gli azionisti quasi certamente inizieranno a disinvestire e a guardare altrove.

Sarà il tempo a dirci da cosa saranno rimpiazzati gli attuali interessi che guidano la politica estera americana, ma certamente in questa forma essa è nella fase terminale del proprio declino. I piani statunitensi sull’Iran, in particolare, renderanno la vita del popolo iraniano difficile, infliggendogli sofferenze, ma i piani progettati nel 2009 e da allora perseguiti hanno fallito nei loro intenti. Ormai c’è poco che gli Stati Uniti possono fare per cambiare la situazione.

L’apice della disperazione è spesso seguito da sconfitte catastrofiche e dal declino. Un esempio nella storia americana è fornito chiaramente dalla guerra del Vietnam. Molto raramente individui, imprese o interi paesi che hanno raggiunto i livelli di disperazione della politica USA sull’Iran se la sono cavata, e niente di quello Washington dice, scrive o fa suggerisce qualcosa di diverso per gli Stati Uniti, questa volta.

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 Articolo di Tony Cartalucci pubblicato su Land Destroyer il 5 febbraio 2020
Traduzione in italiano di DS per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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