Uno dei compiti più frustranti è quello di provare a sfatare i miti hollywoodiani impressi nella mente degli Americani riguardanti la guerra in generale e le forze speciali e la tecnologia in particolare. Quando la settimana scorsa scrissi l’articolo sui primi casini della presidenza Trump, ero assolutamente convinto che alcune delle mie argomentazioni non avrebbero avuto molto seguito e, indubbiamente, così è stato. Quello che vorrei fare oggi è tentare, ancora una volta, di chiarire l’enorme differenza fra quello che io chiamerei “il modo americano di fare la guerra”, come si vede nei film di propaganda, e la realtà dell’attività bellica.

Iniziamo con il problema dell’utilizzo delle forze per le operazioni speciali e diciamo subito quello che non sono: le forze per le operazione speciali non sono unità SWAT o di antiterrorismo. La macchina propagandistica americana ha impresso nella mente degli Occidentali che se una forza è “d’elite” ed è “tatticamente attraente”, deve per forza essere una qual sorta di forza speciale. Sulla base di questo criterio, anche certe forze di polizia antisommossa potrebbero essere considerate “forze speciali”. Questo, in ogni caso, non è solo un peccato americano. I Russi hanno seguito lo stesso, ridicolo cammino ed ora ci sono forze “spetsnaz” in tutta la Russia, anche l’equivalente russo del Dipartimento Penitenziario dispone ora di forze “spesnatz” per la gestione delle rivolte carcerarie! Allo stesso modo, la famosa unità antiterroristica “A” (erroneamente chiamata “Alfa” per distinguerla dalla “Delta” americana), è esattamente quello che dice di essere: un’unità antiterrorismo e non un forza militare speciale. E allora che cosa sono, veramente, le forze speciali? Sono unità militari che partecipano allo sforzo bellico generale, ma in modo autonomo e non in appoggio diretto alle forze combattenti principali/convenzionali. A seconda della nazione e del tipo di servizio, alle forze speciali viene assegnata tutta una varietà di incarichi, che vanno dal fornire “istruttori” a quelle che gli Americani chiamano operazioni con azione diretta, come il recente, sventurato attacco alla base di al-Qaeda nello Yemen. Proprio come le truppe aviotrasportate, le forze speciali sono state spesso usate a sproposito, sopratutto quando non si poteva contare su quelle convenzionali, ma questo non significa che gli SWAT e le forze antiterrorismo debbano essere considerati “forze speciali”. Le forze speciali sono sempre militari ed operano a supporto di azioni militari.

[Nota: alcuni lettori americani, rimasti offesi dalla mia affermazione secondo cui le forze speciali statunitensi hanno, nel mondo reale, un curriculum veramente terribile, hanno cercato di ribattere con un’argomentazione errata dal punto di vista logico: che cosa possiamo allora dire delle forze speciali russe, sono forse migliori? Gli esempi che hanno fornito sono stati Beslan, Nord-Ost e Budennovsk. Sostenere questa argomentazione comporta due problemi: primo, nessuno di questi episodi può essere considerato come un’“operazione speciale” e, secondo, anche se le forze speciali russe dovessero avere dei precedenti orribili, questo non vuol dire affatto che quelli delle forze speciali americane siano buoni o addirittura migliori. Inoltre, queste tre tragedie sono completamente diverse tra loro. La crisi degli ostaggi nell’ospedale di Budennovk è stata certamente un disastro totale, che si è verificato in concomitanza di un altro enorme disastro, la Prima Guerra Cecena, e che si è risolto con la morte di 130 civili su un totale di circa 2000. Questo vuol dire che il 93.5% degli ostaggi è sopravvissuto. Considerando che le autorità politiche civili erano probabilmente le peggiori di tutta la storia russa, e considerando che i sequestratori erano oltre 100 terroristi ceceni abituati al combattimento, ritengo che questo non sia stato poi tutto quel “disastro”, come piace pensare ai civili. Guardiamo poi Beslan. Qui ci sono stati ben più di 1000 ostaggi e 385 morti, indubbiamente molto più di un “disastro”. Ma ricordiamo che cosa era successo quel giorno: era scoppiata una bomba, probabilmente una delle più grosse, che era stata posizionata (dai terroristi) nella palestra, e la cosa aveva fatto sì che i civili del posto (tra cui anche genitori) dessero spontaneamente l’assalto alla scuola. A questo punto, gli uomini dell’antiterrorismo erano semplicemente intervenuti per cercare di salvare quante più persone possibile, e molti di loro erano morti riparando i bambini con i loro corpi. Non si può in nessun modo addossare la colpa di (quanto successo a) Beslan alle forze russe dell’antiterrorismo. Per quanto riguarda poi Nord-Ost, questa è stata una delle operazioni di recupero ostaggi meglio riuscite di tutta la storia: 900 ostaggi catturati da 45 terroristi. Come risultato dell’operazione, tutti i civili erano stati liberati, tutti i terroristi uccisi, e neanche una perdita fra le truppe dell’antiterrorismo. Non una sola bomba era scoppiata. In ogni caso, la tragedia si era verificata dopo la conclusione dell’operazione, quando i servizi di emergenza medica si erano trovati senza il personale necessario per rianimare gli ostaggi liberati, alcuni dei quali erano addirittura morti sugli autobus, durante il trasporto agli ospedali. Praticamente, tutti gli ostaggi avevano subito un’anestesia totale (senza essere stati intubati) ed ognuno di loro aveva dovuto essere rianimato da una equipe medica. Neanche nei lori incubi peggiori le unità russe dell’antiterrorismo avevano immaginato di dover gestire un così gran numero di civili in urgente necessità di assistenza medica specialistica. I centri di pronto soccorso civili erano stati completamente intasati e non si conosceva neanche il tipo di gas utilizzato. Come conseguenza, 130 ostaggi erano morti, il 15% del totale. Se i Russi non avessero deciso di usare il gas, le perdite probabilmente sarebbero ammontate ad almeno 500 persone, se non di più. Per questo io non chiamerei l’intera operazione, compreso il trattamento medico dei civili, un fallimento. Per quanto riguarda poi l’aspetto esclusivamente antiterroristico, l’operazione rappresenta probabilmente la liberazione di ostaggi di maggior successo di tutta la storia. Lasciatemi finire questa nota con una semplice domanda: quand’è stato l’ultima volta che un’unità antiterrorismo occidentale ha dovuto intervenire in una situazione dove fossero presenti più di 1000 ostaggi catturati da un grosso numero di terroristi spietati ed addestrati al combattimento?]

Se c’è qualcuno veramente deciso a valutare i risultati delle operazioni speciali russe, allora io ricorderei la cattura dell’aeroporto internazionale di Ruzyne, a Praga nel 1968, l’assalto a Palazzo Tajbeg in Afganistan nel 1979 e, naturalmente, l’operazione russa per la messa in sicurezza della Crimea nel 2014. Ma, ancora una volta, non c’è nessun bisogno logico di provare che i Russi possono fare di più e meglio di quanto possano fare gli Americani.

Ritorniamo all’argomento di una possibile guerra fra Iran e Stati Uniti.

La cosa più stupida da fare per valutare i possibili risultati di un attacco americano contro l’Iran sarebbe quella di confrontare tutte le varie tecnologie a disposizione delle due nazioni e tirare una qualche sorta di conclusione. Per un esempio di questo genere di stupidaggini, guardate questo tipico articolo [in inglese]. Di solito, l’ossessione per la tecnologia è una patologia tipicamente americana, che deriva direttamente dalle guerre d’oltremare contro nemici di gran lunga inferiori. La definisco come la guerra vista con gli occhi dell’ingegnere, piuttosto che con quelli del soldato. Non voglio dire che la tecnologia non serva, serve, ma, tattica, operazioni e strategia contano molto di più. Per esempio, anche se è vero che un moderno M1A2 Abrams è assai superiore ad un vecchio T-55 sovietico, ci sono circostanze (alta montagna, foresta) dove il T-55, correttamente utilizzato, può dimostrarsi un carro nettamente migliore. Allo stesso modo, un antiquato cannone anticarro della Seconda Guerra Mondiale può essere usato con effetti devastanti contro i moderni APC, mentre un armamento antiaereo, ugualmente sorpassato, può essere trasformato in un veicolo da supporto di fuoco assolutamente devastante.

Nel caso di un attacco americano all’Iran, solo un incompetente totale potrebbe supporre che gli Iraniani, una volta accortisi dell’attacco statunitense, farebbero decollare la loro aviazione, per lo più datata, per cercare di conquistare la superiorità aerea, o che cercherebbero di fermare l’attacco americano utilizzando le loro difese antiaeree. Lasciate che vi ricordi che Hezbollah, durante l’attacco israeliano al Libano nel 2006, non aveva assolutamente utilizzato le proprie difese antiaeree (in ogni caso, solo MANPADS) e ciò non aveva impedito ad Hezbollah di infliggere all’IDF la più cocente sconfitta di tutta la sua storia. Come mai?

Perché, di solito, il modo americano di fare la guerra, in pratica, non funziona. Che cosa intendo con “modo americano di fare la guerra”? Usare attacchi aerei e missilistici per degradare le capacità nemiche al punto tale da costringerlo alla resa. Una cosa del genere era stata tentata contro l’esercito serbo in Kosovo, ed il risultato era stato un totale fallimento: le forze serbe avevano superato i 78 giorni di massicci bombardamenti NATO, praticamente senza un graffio (erano andati persi un po’ di MBT e APC, ma nulla di più). Quando i comandanti NATO si erano accorti dell’evidente fallimento, avevano fatto quello che fa sempre l’esercito americano, ed avevano iniziato a colpire per rappresaglia la popolazione civile serba (la stessa cosa che, naturalmente, avevano fatto gli Israeliani in Libano), facendo nello stesso tempo un’offerta a Milosevic: arrenditi e noi ti lasciamo al potere. Aveva accettato e aveva ordinato all’esercito serbo di ritirarsi dal Kosovo. Questo era stato uno spettacolare successo politico per la NATO, ma, in termini militari, un completo disastro (ben nascosto all’opinione pubblica occidentale, grazie alla miglior macchina della propaganda di tutta la storia).

Solo in un caso, il modo americano di fare la guerra aveva funzionato come promesso: durante la Prima Guerra del Golfo. E per un buon motivo.

Durante la Guerra Fredda, i pianificatori e gli strateghi americani avevano sviluppato un certo numero di ipotesi per prepararsi ad una guerra in Europa contro l’Unione Sovietica. Tali concetti comprendevano la dottrina di Battaglia Aeroterrestre o il FOFA (Follow-on-Force Attack,  Attacco contro le Forze di Rincalzo), che non starò a discutere in dettaglio qui, ma che attribuivano tutte una grande importanza ai sistemi di ricognizione/attacco a lungo raggio e all’utilizzo dell’arma aerea per far fronte ad una scontata superiorità sovietica in armamento convenzionale, sopratutto in mezzi corazzati. Penso che queste fossero dottrine estremamente plausibili, che avrebbero potuto essere usate con successo nel teatro europeo. Quando l’Iraq invase il Kuwait, gli Stati Uniti avevano portato questi concetti praticamente alla perfezione e le forze armate americane erano ben addestrate a metterli in pratica. Saddam Hussein aveva poi commesso una serie di imperdonabili errori, il peggiore dei quali era stato quello di dare agli Stati Uniti parecchi mesi di tempo per dispiegarsi in Arabia Saudita (questo in aperta contraddizione alla dottrina militare sovietica, e la cosa mi dice che Saddam Hussein non aveva ascoltato i suoi generali di scuola sovietica o che questi generali avevano paura di parlare).

Apparentemente, Saddam Hussein credeva, avendo combattuto contro gli Iraniani durante la guerra fra Iraq e Iran (1980-1988), di essere pronto ad affrontare gli Stati Uniti. Beh, non lo era. Infatti, il modo in cui gli Iracheni si erano preparati all’attacco statunitense era il sogno degli analisti e degli strateghi americani fatto realtà, questo perché Saddam aveva fornito loro il bersaglio assolutamente *perfetto*: grosse formazioni di mezzi corazzati dispiegate nel deserto, senza copertura aerea. Gli Stati Uniti, che per anni si erano preparati a combattere le molto più sofisticate forze armate convenzionali sovietiche nel terreno complicato dell’Europa Centrale (foreste con vegetazione mista, moltissime cittadine e villaggi, fiumi vorticosi, colline ripide, argini, ecc.) non potevano semplicemente credere alla loro fortuna: gli Iracheni si erano dispiegati nel modo peggiore possibile, rendendosi un bersaglio ideale, in effetti molto più facile di quelli su cui avevano fatto pratica gli Americani nel deserto. Il risultato era stato prevedibile, gli Stati Uniti avevano travolto gli Iracheni, senza praticamente subire perdite.

Indovinate un po’ chi, dall’altra parte del confine, osservava tutto attentamente?

Gli Iraniani, naturalmente.

Se c’è qualcuno che pensa seriamente che gli Iraniani si prepareranno ad un attacco americano cercando di essere più americani degli Americani, allora ho qualche ponte da vendergli.

Quello che gli Iraniani ed Hezbollah hanno capito perfettamente è che l’unico modo per vincere contro gli Stati Uniti è di impedirgli di combattere alla maniera americana, e di imporre loro quel genere di attività bellica che detestano assolutamente. Potremmo chiamarla la maniera iraniana di fare la guerra. Ecco alcune delle sue caratteristiche principali:

1) Dare per scontato che gli americani stabiliranno la supremazia aerea in 24 ore o meno e fare in modo che non ci siano bersagli remunerativi. Sembra semplice, ma non lo è. Questo richiede tutta una serie di passaggi, per l’esecuzione dei quali possono volerci anni, comprendenti, ma non solo, il mascheramento, la fortificazione ed il trasferimento nel sottosuolo delle infrastrutture civili e militari più preziose, la creazione di una rete per le comunicazioni altamente ridondante, con la possibilità di condurre azioni in semi-autonomia nel caso di un blocco delle comunicazioni stesse, la formazione, su scala nazionale, di strutture per la cooperazione locale fra militari e civili, devoluta alla sopravvivenza dei servizi governativi essenziali, compreso l’ordine pubblico, procedure che facciano fronte ai danni del sistema di distribuzione dell’energia ed alla distruzione delle vie di comunicazione, ecc. Sembra che qui io stia parlando del mio addestramento in Svizzera, ma credo proprio che negli ultimi 30 anni gli Iraniani abbiano scavato migliaia di chilometri di gallerie sotterranee e centri comando che permettono alla nazione di andare letteralmente “sotto terra” per tutto il tempo necessario.

2) Sviluppare un certo numero di tecnologie avanzate ed essenziali, come le interferenze sul sistema GPS, la penetrazione ed il sabotaggio dei sistemi informatici, le contromisure elettroniche, le mine di ultima generazione, le operazioni con naviglio sottile e, naturalmente, gli attacchi missilistici, non per impedire agli Stati Uniti l’accesso a qualche porzione del territorio iraniano, ma per far aumentare drammaticamente i rischi e i costi delle operazioni americane. Questo è il caso dove un limitato numero di sofisticate difese aeree può fare la vera differenza, sopratutto se camuffate a dovere.

3) Impegnarsi in una “escalation orizzontale”: invece di sforzarsi di abbattere gli aerei americani, usare attacchi missilistici per distruggere gli aeroporti (e i porti) americani nella regione. Questa è, tra l’altro, la dottrina ufficiale iraniana. Oppure colpire le forze americane in Iraq o in Afganistan. Colpire Israele o, ancora meglio, il regime saudita. Costringere la Marina degli Stati Uniti ad operare in regioni litoranee o, al più, in zone costiere (e qui è dove i sottomarini russi di classe Kilo hanno le migliori prestazioni), oppure costringerli a ripiegare e chiudere lo Stretto di Hormuz (la Marina degli Stati Uniti odia le operazioni in acque litoranee e costiere, e a buona ragione; quella americana è una Marina per eccellenza di tipo oceanico) e gli Americani si ricordano benissimo di cos’è successo alla corvetta israeliana di classe Saar 5, ma di fabbricazione americana, quando venne colpita da un missile cinese C-802 lanciato da Hezbollah.

4) Giocare la carta tempo: il tempo lavora sempre contro l’esercito americano, dal momento che l’aspettativa è quella di una guerra breve e facile, con le minori perdite possibile e un veloce “disimpegno”. Gli Israeliani si erano arenati dopo 33 giorni, la NATO dopo 78, perciò bisogna pianificare per un conflitto di almeno 12 mesi. Le forze occidentali non hanno una grossa capacità di resistenza, lasciamoli sperare in una “sveltina” e poi stiamo a vedere come reagiscono quando questo non succede.

5) Sfruttare il tradizionale senso americano di superiorità e di condiscendenza verso i “negri della sabbia”, o “hajis” e non tentare neanche di intimidirli. Cercare invece di sfruttare la loro indole razzista per indurli a commettere fatali errori strategici, come quando gli Iraniani avevano utilizzato finti “disertori” iracheni per diffondere informazioni sulle inesistenti armi di distruzione di massa irachene, allo scopo di convincere i Neoconservatori americani a fare pressioni per un attacco all’Iraq a protezione di Israele. Trovo che l’idea di usare i Neoconservatori americani per indurre gli Stati Uniti a liberarsi di Saddam Hussein, consegnando praticamente l’Iraq nelle mani degli Iraniani, sia stato assolutamente un atto di pura genialità. Questo è il motivo per cui non se ne parla mai nelle fonti occidentali 🙂

6) Costringere gli Americani ad offrire più bersagli: più truppe americane vengono dispiegate vicino all’Iran, più bersagli  sono disponibili per i contrattacchi iraniani e più (gli Americani) si impantanano politicamente (come si vede dalla recente minaccia irachena di revocare il visto ai militari americani, in risposta al blocco temporaneo dei visti da parte di Trump, la minaccia non è credibile, ma chiaramente nessuno alla Casa Bianca o a Foggy Bottom [Dipartimento di Stato] aveva preso in considerazione un’opzione del genere). In pratica, siccome le forze del CENTCOM sono dappertutto, esse sono odiate dappertutto.

Questi sono solo alcuni esempi di un elenco di cose che gli Iraniani possono fare per rispondere ad un attacco americano contro di loro. Possiamo comunque aspettarci che gli Iraniani se ne escano con una lista molto più lunga e molto più creativa. In ogni caso, nel mio elenco non c’è nulla di nuovo o di originale, e gli Americani queste cose le sanno benissimo. C’è una ragione se gli Americani sono arrivati anche solo a qualche ora di distanza da un attacco all’Iran e hanno sempre fatto marcia indietro all’ultimo secondo. Così abbiamo questo tiro alla fune che non finisce mai: i politicanti americani (che credono alla loro stessa propaganda) vogliono colpire l’Iran, mentre gli specialisti dell’esercito americano (che ci pensano due volte prima di credere alla loro stessa propaganda), cercano in continuazione di prevenire tali attacchi. Qui vorrei ricordare l’ammiraglio William Fallon, un vero eroe e patriota, che ha dichiarato, senza mezzi termini, parlando di un possibile attacco all’Iran “non sotto il mio comando”, in aperta sfida ai suoi superiori politici. Spero che un giorno, i suoi servizi alla patria, in una situazione molto difficile, vengano finalmente riconosciuti.

Ancora una cosa: Israele e le altre potenze regionali. Sono praticamente l’equivalente delle verdure che vengono servite in una steak house: il contorno. Proprio come la NATO è una forza fittizia, così è l’IDF e lo sono anche tutti gli altri eserciti locali, compreso quello dei Sauditi, almeno in confronto all’Iran e ad Hezbollah. Si, certo, spendono un sacco di soldi, acquistano sistemi d’arma molto costosi ma, in caso di guerra, gli Americani sosterrebbero il 90% e più del vero sforzo bellico, al contrario di quanto succede nelle alleanze politicamente corrette. L’Iran è una nazione molto grande, con un’orografia complessa e  gli unici in possesso delle capacità di proiezione di forza in grado di colpirlo, in modo non simbolico, sono gli Americani. Naturalmente, sono abbastanza sicuro che, in caso di attacco americano all’Iran, gli Israeliani si sentirebbero obbligati a colpire qualche ipotetico obbiettivo nucleare, tornarsene a casa e considerarla un’altra vittoria dell’“invincibile Tsahal”. Ma i danni significativi all’Iran verrebbero inflitti dagli Stati Uniti, non certo da Israele.

Tutto questo significa forse che l’Iran uscirebbe indenne da un attacco americano? Assolutamente no. Quello che mi aspetto dagli Americani è che essi facciano quello che hanno sempre fatto: dedicarsi all’omicidio di massa dei civili come forma di ritorsione per i loro fallimenti militari. Mi rendo conto che questo offenderà nuovamente qualche patriota particolarmente benpensante, ma il massacro dei civili è una tradizione tipicamente americana, che risale ai tempi della fondazione stessa degli Stati Uniti. Chiunque ne dubitasse può leggere l’ottimo testo di John Grenier (ex USAF) intitolato “The first way of war 1607-1814: American War making on the frontier”, dove viene illustrato nei minimi particolari, come sia stata sviluppata, nel corso dei secoli, la dottrina delle operazioni dedite espressamente a seminare il terrore fra i civili. Questo, naturalmente, è ciò che hanno fatto gli Angloamericani durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si erano impegnati nei bombardamenti a tappeto sulle città tedesche per “spezzare il loro spirito di resistenza”. E questo è ciò che hanno fatto in Iraq e in Serbia, ed è ciò che Israele ha fatto in Libano. Ed è esattamente quello che dovremmo aspettarci in Iran. Almeno, questo è lo scenario peggiore. Esistono in pratica due opzioni fondamentali per un attacco americano all’Iran e le avevo sottolineate nel mio articolo del 2007 sulle opzioni iraniane di risposta asimmetrica:

In senso lato, vediamo che l’Impero Neoconservatore, in caso di attacco all’Iran, ha due opzioni a sua disposizione:

1    Un attacco breve, limitato a qualche installazione iraniana nucleare o governativa. Lo scopo di un simile attacco sarebbe esclusivamente politico: far finta di “aver fatto qualcosa”, dare agli Americani e agli Israeliani che si sentono avviliti qualche bandierina da agitare, “mostrare risolutezza” e “inviare un chiaro messaggio”, le stupidaggini tipiche del Dipartimento di Stato. Se fossero fortunati, potrebbero sperare di uccidere qualche leader iraniano (anche se rimane il dubbio su che cosa ci sarebbe da guadagnare da un’azione del genere). Infine, questo punirebbe gli Iraniani per il loro “cattivo comportamento”.

2   Un attacco militare più significativo, che non potrebbe limitarsi solo ad una campagna aerea e che dovrebbe contemplare l’uso di almeno qualche unità terrestre. Questa strategia sarebbe simile a quella che ho illustrato nel mio articolo “Come potrebbero farlo”. Lo scopo di questa opzione sarebbe profondamente diverso da quello della prima: punire la popolazione iraniana per il suo sostegno ai Mullah (come si dice negli Stati Uniti) durante le elezioni. Questa è esattamente la stessa logica che ha portato gli Israeliani a martellare tutto il Libano con bombe, missili ed artiglieria, la stessa logica per cui essi hanno ucciso più di 500 persone a Gaza, la stessa logica per cui gli Stati Uniti hanno bombardato Serbia e Montenegro e la stessa logica che giustifica il bizzarro embargo a Cuba. Il messaggio è: “se tenete per i cattivi, allora pagatene il fio”.

L’opzione di cui ho discusso oggi è la seconda, dal momento che è con questa che si avrebbero molte più persone uccise. Ma attenzione perché, dal momento che nessuna di queste opzioni avrebbe come risultato un qualcosa che assomigli anche lontanamente ad una vittoria (questo è un concetto politico, che definisce un obbiettivo politico conseguito), bisognerebbe concludere che entrambe queste opzioni porterebbero al fallimento ed alla sconfitta. Un attacco del genere segnerebbe anche la fine del ruolo politico degli Stati Uniti in Medio Oriente, sempre che essere un elefante odiato da tutti in un negozio di porcellane possa essere considerato un “ruolo”. State attenti però, anche se le perdite iraniane si dovessero contare a centinaia di migliaia, o anche a milioni, come in Iraq, gli Iraniani non si arrenderebbero, e finirebbero con il vincere. Sopratutto perché terrorizzare i civili non ha mai funzionato. Il genocidio potrebbe essere un’opzione più fattibile, ma di Iraniani ce ne sono troppi per poterla attuare e comunque sono troppo ben trincerati a casa loro per poter prendere in considerazione un’opzione del genere (sono spiacente, cari Israeliani, anche tirare un’atomica sull’Iran non rappresenterebbe una “vittoria” di alcun genere). Gli Iraniani sono abituati a queste cose da 3000-9000 anni (dipende dal vostro modo di contare) e non verranno soggiogati, sottomessi o sconfitti da stati vecchi di 200 o 70 anni, o da un Impero AngloSionista in fase terminale.

Ho il sospetto che, a questo punto, un certo numero di lettori sarà abbastanza irritato nei miei confronti. Allora, quale modo migliore per me di terminare questa discussione, se non con quello di aggiungerci un pizzico di religione? Si, facciamolo!

La maggior parte degli Iraniani è sciita, questo è ben risaputo. Ma quello che è meno conosciuto è uno dei pensieri-chiave dello Sciismo che, secondo me, esprime in modo meraviglioso una delle caratteristiche principali dell’ethos sciita: “Ogni giorno è Ashura e ogni terra è Karbala”. Potete trovare la spiegazione di questa frase qui. Essa praticamente esprime la determinazione a morire in nome della verità, in ogni momento e in ogni luogo. Milioni di Iraniani, anche quelli non particolarmente religiosi sono stati cresciuti con questa determinazione a combattere e a resistere, ad ogni costo. Ed ora pensate a Donald Trump o al generale “Cane Pazzo” Mattis e immaginatevi quanto boriosi e grotteschi, con tutte le loro minacce, essi debbano apparire alle loro controparti iraniane.

Devo scrivere un’analisi sulle opzioni che avrebbero i Cinesi in risposta ad un attacco americano? No, diciamo solo che, se gli Stati Uniti non hanno l’occorrente per sconfiggere l’Iran, un attacco contro la Cina sarebbe semplicemente suicida.

La settimana prossima, ahimè, dovrò probabilmente ritornare sui drammatici eventi in Ucraina.

The Saker

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Articolo pubblicato da Thesaker.is il 7 febbraio 2017
Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it