Organi di stampa corporativi come Forbes (l’11/9/2020), Bloomberg (il 15/9/2020), CNN (il 15/9/2020) e il Washington Post (il 16/9/2020) [tutti in inglese] hanno descritto come accordi di “pace” quelli recenti che normalizzano le relazioni di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain. Questa è una etichetta fuorviante applicata ad accordi che aiutano a cementare una guerrafondaia alleanza militare contro l’Iran, e che permettono di continuare la violenza contro i palestinesi, i libici e gli yemeniti.

La MSNBC ha trasmesso un segmento (MSNBC Live, l’11/9/2020), intitolato “Trump annuncia l’accordo di pace fra il Bahrain e Israele”, durante il quale Philip Rucker, capo ufficio per la Casa Bianca del Washington Post si è riferito all’accordo come “accordo di pace”. Più tardi, Rucker sottintendeva che la definizione si potesse applicare anche al patto fra Israele e Emirati Arabi Uniti, e affermava che era un passo verso la pace in tutta l’Asia Occidentale dicendo “questi sono piccoli passi… Naturalmente, non è la fine degli scontri nel Medio Oriente o [l’arrivo] della pace nella regione”.

Anche un articolo in Foreign Policy ( del 14/9/2020 [in inglese]), a dispetto del titolo “Gli accordi di pace di Israele”, puntualizza che le intese di Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrain:

hanno reso la politica “massima pressione” [di Trump], per l’asfissia economica di Teheran, più effettiva e dolorosa della campagna di sanzioni del suo predecessore. Il miglioramento della collaborazione araba con Israele e gli Stati Uniti ha permesso a quest’ultimi di chiudere i canali di finanziamento clandestini e le valvole di sfogo usate tradizionalmente dalle autorità e istituzioni iraniane per evadere le sanzioni statunitensi.

Per la MSNBC e per Rucker del Post, “pace” vuol dire opprimere con maggiore efficacia l’economia iraniana. A tal proposito, non è che questi siano solo “passi” verso la pace, questi sono passi verso l’aumento delle sofferenze umane che le sanzioni hanno inflitto all’Iran, incluso il precludere seriamente alla popolazione iraniana, durante una pandemia, l’accesso alle necessità mediche (FAIR.org l’8/4/2020 [in inglese]).

Alla redazione del Wall Street Journal (il 15/9/2020 [in inglese]), fare “pace” con Israele è, per gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, una “vincita per tutti” e “il suo più ovvio beneficio, oltre alla cooperazione strategica contro il caos regionale indotto dall’Iran, è economico”. Poi, cosa sia il “caos regionale indotto dall’Iran” rimane un mistero (anche se si potrebbe scommettere sul fatto che abbia a che fare con l’ostacolare i disegni statunitensi), ma è notevole che lo scenario “vincita per tutti” di questa pace comporta l’appoggio [in inglese] del governo americano alla vendita agli Emirati di “armi all’avanguardia, inclusi i jet da combattimento F-35 e i droni Reaper”, un pacchetto che “comprende anche i jet EA-18G Growler per la guerra elettronica”.

L’amministrazione Trump “non smentisce che, dopo anni di dinieghi americani per la vendita degli F-35 agli Emirati, il cambio di posizione sia collegato all’iniziativa diplomatica”, come ha riportato il New York Times (il 15/9/2020 [in inglese]). Al di là della possibilità di usare questi aeroplani per minacciare gli iraniani, queste armi possono essere dispiegate nella catastrofica guerra contro lo Yemen, in cui gli Emirati sono l’attore principale, e nella devastante guerra per procura condotta in Libia (In The Times, il 18/8/2020 [in inglese]), in cui gli Emirati Arabi Uniti hanno sguinzagliato i loro aerei (New York Time, il 15/9/2020 [in inglese]). Facilitare un crescendo militare è un curioso esercizio di “pace”.

Il Bahrain partecipa [in inglese] anche all’aggressione allo Yemen guidata da Stati Uniti e Arabia Saudita e quindi, come gli Emirati, potrebbe essere premiato per la formalizzazione delle relazioni con Israele permettendogli di acquistare ancor più armi statunitensi da usare contro gli yemeniti.

Questi accordi di “pace” sono “un onesto trionfo” agli occhi del giornalista Bret Stephens del New York Times (il 14/9/2020 [in inglese]) e “la cosa giusta da fare” come descritto in questo pezzo del suo collega Thomas Friedman (il 15/9/2020 [in inglese]).

Tuttavia, alcuni giorni dopo l’accordo fra Israele ed Emirati Arabi Uniti per stabilire piene relazioni diplomatiche, i capi dello spionaggio di entrambe le nazioni si sono incontrati per discutere sulla cooperazione nel campo della “sicurezza” (Al Jazeera, il 18/8/2020 [in inglese]). Nel linguaggio di paesi, come Israele [in inglese] ed Emirati Arabi Uniti [in inglese], con un livello egregio sui diritti umani, “sicurezza” è un eufemismo per repressione violenta. L’amicizia Israele/Emirati data da prima dei recenti accordi, ma ogni approfondimento della loro “sicurezza” è improbabile che sia una buona notizia per i palestinesi, gli yemeniti, gli iraniani, o per chi vive in paesi con cui l’Iran è alleato, come la Siria e il Libano. Né, peraltro, è probabile che lo sia per la gente che vive sotto la monarchia dittatoriale degli Emirati (meno del 12% dei residenti negli Emirati sono considerati cittadini e il resto è considerato [in inglese] come lavoratore immigrato, che sia nato nel paese o no).

Thomas Friedman, del New York Times, paragona (il 15/9/2020) Jared Kushner, della Casa Bianca, ad un avvocato divorzista, il quale ha scoperto che “la signora Israele ha una relazione con il signor Emirati, il quale è uscito da una relazione tumultuosa con la signora Iran”

Sul tema della “sicurezza”, il rafforzamento della cooperazione fra Israele ed Emirati Arabi Uniti potrebbe essere una brutta notizia anche per i libici, nel senso che entrambi i paesi sono dalla stessa parte della barricata nella guerra in quel paese, un conflitto che continua per l’intervento di queste ed di altre nazioni (In These Times, il 18/8/2020 [in inglese]).

Sulla stessa falsariga, il patto fra Israele e Bahrain può aiutare la monarchia reazionaria di quest’ultimo paese a trincerarsi internamente nella difesa del potere e a “schiacciare ogni resistenza all’autoritarismo e ogni sforzo volto alla promozione della libertà e della democrazia” contro la popolazione bahreinita (Al Jazeera, il 13/9/2020 [in inglese]).

Stephens del Times sostiene che gli accordi del Bahrain e degli Emirati con Israele…:

…possono portare buone notizie ai palestinesi comuni… Non è folle pensare che la pace possa arrivare dall’esterno: da un mondo arabo che circonda Israele con riconoscimento e collaborazione piuttosto che con ostilità, e che con questo sostiene la sicurezza di Israele moderando l’atteggiamento dei palestinesi. Se questo è vero, e se stati come l’Oman, il Marocco, il Kuwait, il Sudan e, soprattutto, l’Arabia Saudita ne seguono l’esempio, allora questi accordi di pace estivi potrebbero finalmente creare le condizioni per una sovranità palestinese sostenibile.

Gli accordi non possono essere collegati plausibilmente ad una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese ( e, certamente, non ad una giusta). Queste intese non fanno niente per inibire l’esproprio violento, da parte di Israele, dei palestinesi, i quali sono visti da Stephens come bambini il cui “comportamento” debba essere “moderato” dai loro colonizzatori e dagli ascari dei colonizzatori.

Come parte dell’accordo con gli Emirati Arabi Uniti, Israele dice [in inglese] di sospendere temporaneamente i suoi piani per l’annessione formale del 30% della Cisgiordania, ma non promette di fermare il suo furto illegale di terreni palestinesi compiuto con la costruzione di insediamenti. Né gli accordi coinvolgono Israele a “moderare” il suo “comportamento” promettendo di fermare i bombardamenti [in inglese] su Gaza, a togliere l’assedio che priva [in inglese] gli abitanti di Gaza di carburante e di medicine essenziali, a interrompere le torture [in inglese] sui palestinesi, a finirla col terrorismo [in inglese] poliziesco verso i cittadini palestinesi di Israele, a permettere il ritorno dei rifugiati che Israele ha creato con le sue pulizie etniche e che tiene [in inglese] fuori dai suoi confini con la forza delle armi.

Stephens omette di offrire qualsiasi convincente ragione che la “pace potrebbe arrivare” in Israele/Palestina mediante un accordo che evita di affrontare il discorso di questi tipi di violenza israeliana, la quale è [in inglese], di gran lunga, la più mortale e più diffusa forma di violenza nel conflitto. Invece, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain benedicono apertamente la brutalità israeliana e creano la possibilità del suo peggioramento in quanto rimuovono dall’equazione uno strumento che potrebbe trattenere Israele, cioè il costo di essere boicottati da altri stati.

Al contrario delle asserzioni lette sui media tradizionali, questi accordi supervisionati dagli Stati Uniti fra tre dei suoi stati vassalli hanno poco a che fare con la “pace” e tutto a che fare col rendere possibile la liscia esecuzione del dispotismo, della guerra e della spietata impresa coloniale.

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 Articolo di Gregory Shupak pubblicato su FAIR il 26 settembre 2020
Traduzione in italiano di Fabio_san per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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