È da vent’anni che gli Stati Uniti trattano la sovranità degli stati come una cosa relativa, riservandosi il diritto di attaccare quando vogliono.

Questa settimana ricorre il 19° anniversario dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, ma negli ultimi due decenni non c’è stata una seria presa di coscienza americana della vastità del crimine commesso dal nostro governo e dai suoi alleati.

L’invasione fu un’aggressione non provocata in flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, che ha portato a decenni di violenza e instabilità i cui effetti continuano ad affliggere la regione ancora oggi. La guerra fu anche uno dei più grandi errori strategici nella storia moderna degli Stati Uniti, anche se non basta riconoscere solo che si trattò di uno “sbaglio”, senza aggiungere altro. Agli Stati Uniti piace presentarsi ancora come difensori dell’ordine internazionale, ma in realtà nel 2003 ne infransero la regola più importante, quella cioè che proibisce l’uso della forza se non per autodifesa.

Da vent’anni gli Stati Uniti trattano la sovranità di molti stati come una cosa relativa, riservandosi il diritto di attaccare gli altri a loro piacimento. Se c’è una cosa da imparare dalle guerre degli Stati Uniti in questo secolo, questa è che l’aggressione contro altri stati è sempre sbagliata ed erode le garanzie iscritte nel diritto internazionale che aiutano a mantenere la pace e la sicurezza. Nessuno stato ha il diritto di attaccarne un altro, quale ne sia il pretesto o la razionalizzazione. Presunte buone intenzioni non valgono come giustificazione.

La lezione della guerra in Iraq è che non solo gli Stati Uniti dovrebbero smetterla di andare in giro a imporre cambi di regime, ma anche che dovrebbero rinunciare alla guerra preventiva una volta per tutte.

L’invasione del 2003 fu responsabile, anche per la spirale violenza che scatenò, della morte di centinaia di migliaia di iracheni, di un numero incalcolabile di feriti, e di milioni di sfollati. L’instabilità creata dall’invasione contribuì anche alla nascita dello Stato Islamico così come al conflitto in Siria. Il popolo dell’Iraq dovrà convivere con gli effetti della guerra per decenni a venire, e noi dobbiamo ricordarci che chi ha sofferto e perso di più a causa della decisione sconsiderata del nostro governo sono loro. Mentre la maggior parte degli americani ne dimentica rapidamente le scelte politiche, le azioni distruttive del nostro governo hanno conseguenze durature per decine di milioni di persone. E queste azioni saranno ricordate a distanza di generazioni.

Poiché il nostro governo esercita un potere così grande, è essenziale che impari ad usare la forza con parsimonia e solo quando assolutamente necessario. Questo significa che gli Stati Uniti devono smettere di minacciare azioni militari contro altri stati per costringerli a fare concessioni, e non devono in alcun caso iniziare le ostilità contro un altro stato. Gli Stati Uniti non dovrebbero agire come un vigilante che va in giro per il mondo a prendere a manganellate i cosiddetti stati “canaglia” per indurli alla sottomissione. La cosa più importante che gli Stati Uniti possono fare per sostenere l’ordine internazionale è aderirvi con la propria condotta. Le continue violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti servono solo a minarlo, e invitano altri a trattarlo con lo stesso disprezzo.

La guerra preventiva non può essere difensiva e non può essere giusta. L’amministrazione Bush bollò ipocritamente l’attacco all’Iraq come “preventivo”, anche se non c’era nessuna minaccia imminente da prevenire. La guerra in Iraq fu venduta al pubblico alimentando la paura irrazionale di una vaga possibile minaccia futura che non si sarebbe comunque mai materializzata. E anche se la minaccia remota fosse stata reale, essa non avrebbe comunque giustificato l’invasione.

Tutto ciò è di immediato rilievo per il dibattito in corso sul possibile uso della forza contro gli impianti nucleari dell’Iran. Infatti, per quanto ci sia la possibilità che a breve l’accordo nucleare possa essere rinnovato per qualche altro anno, il pericolo che gli Stati Uniti possano ricorrere all’azione militare per “risolvere” il problema non è destinato a sparire completamente. Ci sono ancora molti americani che a tutt’oggi sostengono l’azione militare ed è possibile che essi riescano a trovare in una futura amministrazione qualcuno pronto a dargli ascolto. Se l’accordo sul nucleare dovesse venir meno definitivamente e prima del previsto, assisteremo quasi certamente ad una campagna di pressione a favore di un attacco. Ciò rende importante sottolineare che qualsiasi attacco sarebbe illegale e scandaloso. Un’azione militare contro gli impianti nucleari iraniani sarebbe impossibile da giustificare come autodifesa, soprattutto perché l’Iran non possiede un programma per lo sviluppo di armi nucleari. Non esiste alcun fondamento su cui gli Stati Uniti o qualunque altro stato si possano basare per lanciare legittimamente attacchi contro obiettivi all’interno dell’Iran.

Il rigetto di una condotta militarmente aggressiva avrebbe conseguenze anche in altre aree della politica estera degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti rifiutassero di iniziare guerre, dovrebbero anche rifiutarsi di armare e sostenere altri stati che lancino attacchi illegali verso i paesi vicini. Anche quando i governi clienti travestano quell’aggressione da “autodifesa”, gli Stati Uniti non dovrebbero fornire loro alcuna arma o assistenza militare fin tanto che continuano ad attaccare i loro vicini. Questo significherebbe interrompere il sostegno all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti per la loro aggressione in Yemen, e significherebbe anche rimuovere il sostegno ad Israele fin quando il suo governo non metterà fine agli attacchi contro obiettivi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti dovrebbero pertanto sia astenersi dall’aggressione sia smettere di permettere l’aggressione a danno di altri.

Se l’uso della forza deve limitarsi solo all’autodifesa, ciò implica che gli Stati Uniti dovrebbero anche rinunciare a condurre guerre per ragioni apparentemente umanitarie. Questo non solo perché gli interventi umanitari spesso non soddisfano i criteri della guerra giusta, ma anche perché gli Stati Uniti non hanno l’autorità, né da soli né come parte di un gruppo di stati, di decidere che il divieto dell’uso della forza può essere disatteso quando fa loro comodo.

Dopo l’intervento USA/NATO del 1999 in Kosovo andò di moda descrivere quella guerra come “illegale ma legittima”, ma affinché il termine divieto significhi davvero qualcosa non può essere violato in maniera arbitraria. Se la NATO vuol essere un’alleanza veramente difensiva, non dovrebbe essere usata come piattaforma per guerre che nulla hanno a che fare con la difesa dei suoi membri.

È luogo comune per politici e governanti affermare il credo che la guerra dovrebbe essere l’ultima risorsa, ma sono fin troppi tra gli americani quelli che poi in pratica si affrettano a sostenere le opzioni militari, che abbiano un senso o meno. Nonostante siamo cittadini del paese più potente del mondo, molti dei nostri leader ci spingono a spaventarci per pericoli minuscoli e gestibili situati dall’altra parte del mondo. Se vogliamo avere una politica estera che non sia definita da guerra e paura costanti, gli americani dovranno imparare a non farsi mettere in allarme così facilmente.

Gli Stati Uniti sono straordinariamente al sicuro da attacchi fisici [sul loro suolo] e per questo le occasioni in cui gli Stati Uniti potrebbero dover ricorrere all’uso della forza per difendersi sono molto rare. Una parte integrante del non andare all’estero in cerca di mostri da distruggere sta nel rifiutarsi di architettare scuse per intraprendere azioni militari contro stati che non minacciano il nostro paese e che, di norma, non sono neanche in grado di farlo.

Ciò che l’esperienza della guerra in Iraq ci ha insegnato è che gli Stati Uniti devono profittare di più della loro naturale sicurezza, ed essere disposti a combattere solo quando il nostro paese o uno dei nostri alleati, cui siamo legati da trattati, finisse sotto attacco. La tentazione di iniziare o di unirsi a guerre non legate all’autodifesa sarà sempre presente, ed è per questo che, come americani, è imperativo per noi imparare dalla follia degli ultimi vent’anni.

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 Articolo di  Daniel Larison pubblicato su Responsible Statecraft il 18 marzo 2022
 Traduzione in italiano di Confab per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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