Ormai pochi dubitano che Jamal Khashoggi sia morto. È molto probabile che il giornalista saudita – che un tempo consigliava re e miliardari – sia stato ucciso da emissari inviati dall’Arabia Saudita per incontrarlo in Turchia. Se questo fosse il caso, allora è impossibile che l’omicidio di Khashoggi si sia svolto senza il benestare dal principe ereditario, Mohammed bin Salman (affettuosamente conosciuto come MBS).

Il palazzo reale saudita avrebbe firmato la condanna a morte di Khashoggi perché aveva puntato il faro sul regno che aveva servito lealmente. Niente nella carriera di Jamal Khashoggi suggeriva che sarebbe diventato un dissidente.

Ma, MBS aveva consolidato il potere contro il fragile equilibrio all’interno della famiglia reale, e aveva fatto arrestare e umiliare gli amici di Khashoggi, tra cui Al Waleed bin Talal, azionista di Twitter e Goldman Sachs. Il dissenso di Khashoggi era la protesta di una frazione dell’élite dominante contro un’altra. Se fosse stato un blogger saudita sconosciuto basato in Virginia, illuminante per una nicchia di lettori, sarebbe stato lasciato in pace. Invece il rappresentare potenti interessi all’interno del regno, gli ha impedito di sopravvivere.

L’Arabia Saudita è nel bel mezzo di una revisione interna sulla morte di Khashoggi. Fonti dall’interno del regno suggeriscono che il rapporto finale dirà che si trattava di un’operazione “canaglia”, una parola introdotta in questo incidente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Trump, che ha scommesso molto sull’Arabia Saudita, è stato preso alla sprovvista. Non voleva questo scandalo. Pensava che rinnegare Khashoggi – perché era un residente permanente degli Stati Uniti piuttosto che un cittadino degli Stati Uniti – avrebbe fatto sparire il caso. Ma non è stato così, soprattutto perché Khashoggi aveva amici stretti a Washington, DC (compresi i colleghi al Washington Post), perché aveva amicizie influenti all’interno dell’Arabia Saudita, e perché il governo turco, che è in una lotta a lungo termine con Arabia Saudita – non lascerà cadere la questione. Perfino una tangente sostanziale dall’Arabia Saudita è stata respinta dalla Turchia. Questa faccenda non sta andando da nessuna parte.

Armi da Washington

I leader americani sono stati vicini ai tiranni reali sauditi per generazioni, ma il clan Bush ha raggiunto nuove vette poco dignitose. Foto: George W. Bush con il defunto re Abdullah.

Piovono pressioni su Trump per bloccare, almeno, le vendite di armi degli Stati Uniti all’Arabia Saudita. Ma Trump è un uomo pragmatico. Sa che questo comporterebbe due cose che non può permettersi: mostrerebbe che gli Stati Uniti non sostengono i loro alleati, che potrebbero quindi cercare alleati altrove, e metterebbe a repentaglio i massicci contratti di armi che i produttori degli Stati Uniti hanno firmato con i sauditi.

Le armi acquistate dagli Stati Uniti sono entrate in uso nella folle guerra dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, ma più che altro sono sempre state una polizza assicurativa, un modo per riciclare i petrodollari sauditi negli Stati Uniti attraverso le armi. Non molti politici statunitensi – che hanno fabbricanti di armi in ogni distretto – sarebbero disposti a gettare a mare l’Arabia Saudita finché acquista sistemi d’arma che probabilmente non userà mai. Data questa situazione, Trump ha giustamente ignorato le richieste di fermare le vendite di armi: “In realtà penso che ci faremmo del male, se lo facessimo”.

Perché diciamo che Trump ha fatto bene a fare quello che ha fatto? Non era solo perché Trump voleva mantenere la relazione tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Il motivo principale è perché la strategia industriale di Trump si basa sulle vendite di armi in tutto il mondo. E questa non è solo la strategia di Trump. Questa è stata la strategia industriale degli Stati Uniti da quando la produzione ha cominciato a fuoriuscire dai propri confini negli anni ’70, e da quando l’Unione Sovietica è crollata e la produzione di armi russe è peggiorata (situazione rimediata solo di recente). Vale la pena sottolineare che gli Stati Uniti sono stati il ​​più grande esportatore di armi del mondo per decenni. Vale anche la pena sottolineare che le esportazioni di armi degli Stati Uniti sono aumentate astronomicamente dal 2008; è stata la produzione di armi ad essere il fulcro del recupero degli Stati Uniti dalla crisi del credito. Il 20% delle vendite statunitensi di armi va in Arabia Saudita, il cui appetito per quelle armi è aumentato del 448% dal 2008-12 al 2013-17. Questa mostruosa relazione che deposita petrodollari sauditi negli Stati Uniti in cambio di armi avvantaggia i mercati finanziari degli Stati Uniti e i produttori di armi – due settori chiave del capitale degli Stati Uniti.

Nei decenni passati i sauditi immagazzinarono le armi, prima osservandole marcire e poi sostituendole con nuove armi. Non stavano comprando armi, bensì usavano i profitti del petrolio per finanziare gli USA e le industrie belliche. Questa era una tangente saudita, una polizza assicurativa, alla classe politica degli Stati Uniti. Ha assicurato che l’Arabia Saudita fosse un alleato chiave degli Stati Uniti, e ha comprato l’amicizia dei politici statunitensi che hanno fatto in modo di interrompere qualsiasi discussione sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita e sul fatto che sia una monarchia. I presidenti degli Stati Uniti parlano spesso dell’Arabia Saudita come alleata nella promozione della democrazia, un tono decisamente bizzarro usato dai democratici liberali ai repubblicani conservatori.

Trump è stato feroce nel commercio delle armi. Nella sola prima metà del 2018, gli Stati Uniti hanno venduto il complessivo di tutte le armi del 2017. Questo sarà un anno record. È destinato a continuare su questa linea. Le armi fluiranno non solo verso l’Arabia Saudita, ma verso altri stati arabi, parti del mondo che devono liberarsi dalla guerra piuttosto che essere messi nella posizione in cui la pistola diventa la soluzione a qualsiasi problema.

Nella prima metà del 2018, gli Stati Uniti hanno venduto le armi che avevano venduto in tutto il 2017. Questo sarà un anno record.
È destinato a continuare su questa linea. Le armi fluiranno non solo verso l’Arabia Saudita, ma verso altri stati arabi, parti del mondo che devono asciugarsi dalla guerra piuttosto che essere messi nella posizione in cui la pistola diventa la soluzione a qualsiasi problema.

 

Il Vietnam dell’Arabia Saudita

Ora, l’Arabia Saudita sta usando le armi vendute dagli Stati Uniti e dal Regno Unito nella sua barbara guerra contro il popolo dello Yemen. L’anno scorso, Khashoggi ha chiarito che “quando scoppiò la guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen nel marzo 2015, vi era un ampio sostegno popolare saudita – anche da parte mia”. Khashoggi credeva che l’Arabia Saudita dovesse andare in guerra per respingere una minaccia iraniana- una storia illusoria che i sauditi hanno pubblicizzati fin dalla rivoluzione iraniana del 1979. Due anni dopo la guerra, Khashoggi ha scritto che la crisi umanitaria in Yemen – interamente causata dall’Arabia Saudita – aveva “gravemente danneggiato” la reputazione del regno, e aveva indebolito la credibilità dell’Arabia Saudita. Khashoggi ha invitato MBS a riconoscere come legittime tutte le fazioni nello Yemen e ad impegnarsi seriamente per la pace. Questo consiglio è caduto nel vuoto. La sordità del palazzo infastidiva gente come Khashoggi, molti dei quali avevano piena simpatia per gli obiettivi della campagna saudita, ma la vedevano mal eseguita.

C’è una vera e propria crisi umanitaria in Yemen. Questo è vero. Ma c’è stata anche una feroce resistenza militare alla guerra saudita e degli Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen. Impavide forze yemenite di molte fazioni non hanno permesso ai sauditi di sentirsi a loro agio per un’importante invasione di terra. Sono stati costretti, dal 2015, a bombardamenti aerei dello Yemen, una distruzione della sua infrastruttura che include i suoi porti principali. Chiunque guardi alla guerra saudita nello Yemen è rapidamente disgustato dalla sua brutalità, ma dovrebbe anche vedere la resistenza degli yemeniti che ha impedito la tanto desiderata vittoria saudita.

Ma la guerra Saudita in Yemen è sparita dai radar. È stata la scomparsa di Khashoggi a catturare l’attenzione, una macabra storia di un uomo che molti giornalisti conoscevano. Durante la copertura a tappeto sulla scomparsa di Khashoggi e poi l’omicidio, il ciclone Luban ha colpito il governatorato di Al Mahrah dello Yemen. I soccorritori della zona dicono che il ciclone è stato molto distruttivo e il governatore della provincia, Rageh Bakrit, ha messo su Twitter le fotografie dell’inondazione dicendo che “le condizioni disastrose superano le nostre umili capacità”. Vuole aiuto, ma l’aiuto non può arrivare facilmente. La guerra dei sauditi  impedisce l’assistenza. Questo è il quinto ciclone che colpisce lo Yemen dall’inizio del conflitto saudita. La guerra continua, i bambini continuano a morire (cinque morti al giorno dall’inizio dei bombardamenti sauditi nel marzo 2015). Niente lo fermerà. Non la colonna critica di Khashoggi né la sua morte. Nulla, fintanto che l’Arabia Saudita paga quei miliardi di dollari in indennità assicurativa sotto forma di acquisti di armi.

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Articolo di Vijay Prashad apparso su The Greanville Post il  18 ottobre 2018
Traduzione in italiano di Diego per SakerItalia

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