Il presidente statunitense Barack Obama è andato in Arabia Saudita per un vertice con le petromonarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo [CCG, NdT] e per “rassicurare gli alleati del Golfo” nel mezzo della più burrascosa guerra del petrolio.

 

Il summit tenutosi a Doha lo scorso fine settimana, che avrebbe dovuto prevedere un taglio alla produzione del greggio da parte dei membri dell’OPEC, insieme alla Russia – accordo praticamente sicuro – si è invece concluso in un nulla di fatto.
La City di Londra – tramite il Financial Times – vuole trasmettere all’opinione pubblica mondiale l’impressione che sia tutto dipeso da una disputa fra il Principe Mohammed bin Salman – artefice della guerra illegale in Yemen – e il ministro del petrolio saudita Ali Al-Naimi. Il figlio del – malaticcio – re Salman è stato definito come “la nuova imprevedibile voce della politica energetica del regno”.

 

Una telefonata alle 3 di mattina ha effettivamente avuto luogo domenica a Doha. Il giovane Salman ha chiamato la delegazione Saudita e ha detto loro che l’accordo era fallito. Gli altri operatori del mercato dell’energia sono rimasti sbalorditi dal dietrofront.

 

Ma la realtà, stando ad una fonte finanziaria dai legami molto stretti con il Palazzo Saudita, è che “Gli Stati Uniti hanno minacciato il Principe quella notte, dicendo che ci sarebbero state conseguenze disastrose se non avesse fatto marcia indietro sul congelamento del prezzo del petrolio”.

 

Quindi la faccenda va – prevedibilmente – ben al di là di una questione interna alla famiglia reale, o di un “eccentrico” comportamento del Principe, dal momento che la famiglia reale è davvero tormentata da molteplici esempi di paure e paranoie, come ho analizzato qui .
Come spiega la fonte, un taglio alla produzione del petrolio avrebbe “ostacolato l’obbiettivo degli Stati Uniti di portare la Russia in bancarotta tramite una guerra sul prezzo del petrolio, che è poi ciò su cui si basa la questione. Persino il Principe non ha un comportamento così imprevedibile.”
L’Iran ha fatto intendere chiaro e tondo che dopo la revoca delle sanzioni non ha alcun motivo di attuare un taglio alla produzione. Al contrario; il petrolio contribuisce al 23% del suo prodotto interno lordo. Ma per quanto riguarda la famiglia reale saudita, che ricorda il dolore provocato da un deficit del budget di 98 miliardi di dollari nel 2015 – un taglio moderato era invece possibile, così come per la maggior parte dei membri OPEC e per la Russia, e come Al-Naimi aveva promesso.
Inoltre un’altra variabile fondamentale dev’essere presa in considerazione. Non solo l’intera vicenda va ben oltre una disputa negli affari interni sauditi; non importa quello che fa Washington, il prezzo del petrolio non è precipitato come ci si aspettava. Questo indicherebbe che il surplus globale di petrolio è stato abbondantemente assorbito dalla diminuzione della produzione e dalla crescita della domanda.

 

Come rivela una fonte vicina al mercato del greggio del CCG: “Avete notato quanta attenzione Kerry e Obama stiano dando all’Arabia Saudita, del tutto sproporzionata rispetto al passato, per mantenere il prezzo del petrolio basso? Il WTI è ancora su e si mantiene sopra i 40 dollari al barile. Questo perché il sistema di domanda e offerta del greggio è pressante.” La fonte fa notare che “il surplus di greggio ora conta probabilmente meno di un milione di barili al giorno”. Quindi la strada da percorrere, a breve e medio termine, è in salita.

 

Ritorno di fiamma dalla Voce del Padrone?

 

I sauditi, inondando il mercato di petrolio, credevano di poter compiere tre grandi imprese:

 

1) Eliminare la concorrenza –  sia dell’Iran che dello shale oil degli Stati Uniti.
2) Impedire che la concorrenza sottragga quote di mercato del cliente chiave per l’energia, la Cina.
3) Infliggere seri danni all’economia russa. Ora è tempo di contraccolpi – che potrebbero arrivare niente meno che dalla “Voce del Padrone”.

 

Il nocciolo dell’intera vicenda è che Washington ha minacciato Riad di congelare le attività dell’Arabia Saudita in tutti i settori se non “collabora” nella guerra sul prezzo del greggio contro la Russia.

 

Si è raggiunto così un punto critico, facendo tremare l’intero universo finanziario turbo-capitalista, tramite la minaccia da loro stessi attuata; la cosiddetta risposta da 750 miliardi di dollari.
La scottante questione del congelamento dei beni Sauditi a livello globale è uscita dal Congresso USA, che ha valutato una proposta di legge che esponesse le connessioni della famiglia reale con l’11 Settembre.
 
Rendere pubbliche e rilasciare quelle famose 28 pagine  contribuirebbe ben poco nella ricostruzione della storia recente; per l’11 Settembre – su cui non si sono svolte serie indagini – la colpa venne data al “terrorismo islamico”, e questo giustificò l’invasione dell’Afghanistan e il bombardamento/invasione/occupazione dell’Iraq, che né aveva connessioni con l’11 Settembre, né tantomeno armi di distruzione di massa.

 

Le 28 pagine hanno comunque intimidito la famiglia reale saudita e la loro intelligence. Specialmente perché qualche sveglio bislacco a Riad potrebbe trovare dei collegamenti; le 28 pagine erano state ostentate sui media istituzionali occidentali proprio prima del meeting dell’OPEC, per tenere in riga la famiglia reale Saudita nella guerra del petrolio contro la Russia. Questa potrebbe essere stata un’altra offerta mafiosa in stile “proposta che non puoi rifiutare”; se il Palazzo reale saudita taglia la produzione di petrolio, sarà annientato dal rilascio delle 28 pagine.

 

Quindi ci troviamo ora in un periodo di Minaccia Reciproca Assicurata [M.A.T. in inglese, NdT] più che di Distruzione Reciproca Assicurata [M.A.D. in inglese, riferito alla minaccia atomica durante la Guerra Fredda, NdT].
Nessuno sa davvero quanto l’Arabia Saudita sia legata ai titoli del Tesoro americani – ad eccezione di qualche fonte interna a Riad e Washington, e queste non parlano. Quello che si sa è che gli Stati Uniti quotano pacchetti azionari con Riad e con altre grandi monarchie del petrolio del CCG. Per un ammontare di 281 miliardi di dollari, due mesi fa.
I reali sauditi affermano ora di volersi sbarazzare dell’enorme somma di 750 miliardi. “Meglio sei triliardi di dollari” secondo un investitore finanziario newyorkese. Già quest’anno avevo rivelato su Sputnik  di come la casa reale fosse impegnata a liberarsi di almeno un trilione di dollari di titoli statunitensi per bilanciare il suo disastroso budget in aumento. Il problema è che nessuno sarebbe mai dovuto venirne a conoscenza.

 

Il fatto è che gli Stati Uniti e l’Occidente hanno congelato beni del valore di 80 miliardi appartenenti al capo deposto del serpente egiziano, Mubarak. Quindi un congelamento, tenendo conto di un’Arabia Saudita inquadrata per terrorismo, sicuramente non sarebbe un affare difficile.

 

L’opzione nucleare

Come tutti i pegni di amore eterno, è un segreto di Pulcinella per gli Stati Uniti che i reali sauditi sono oggetto di disprezzo bipartisan; e il loro appoggio comprato, quando poi arriva il momento critico, si può rivelare inutile.

 

Ora immaginatevi una situazione geopolitica in cui non vi è via d’uscita, con la famiglia saudita che si è messa da sola spalle al muro e che ha entrambe le superpotenze, Stati Uniti e Russia, come nemiche.

 

La visita di Obama è un non-evento. Qualsiasi cosa accada, Washington ha bisogno di vendere la storia che i reali Sauditi sono sempre degli alleati nella guerra al terrore, e che stiano adesso combattendo l’ISIS/ISIL/Daesh (anche se non lo stanno facendo). E Washington ha bisogno di Riad per i suoi fini di divide et impera – tenendo d’occhio l’Iran. Questo però non significa che all’occorrenza non possano essere anche loro gettati sotto l’autobus.

 

Come rivela la fonte vicina a Riad “la vera opzione nucleare per i Sauditi sarebbe una cooperazione con la Russia in una nuova alleanza, riducendo per tutti i membri dell’OPEC  del 20% la produzione di petrolio, nel tentativo di rialzarne il costo a 200 dollari il barile e compensare così le entrate mancanti, forzati dagli Stati Uniti”. Questo è quello che l’Occidente teme come la peste. E questo è quello che il perenne vassallo, la casa reale Saudita, non avrà mai le palle di fare.
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Articolo di Pepe Escobar per Sputnik Int. pubblicato il 20 Aprile 2016
Traduzione in Italiano a cura di Chiara per SakerItalia.it

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