Le guerre in Siria e in Iraq hanno segnato la dolorosa dipartita della “stampa libera ed indipendente” e l’ascesa dei cosiddetti “neo-analisti”. Questi ultimi se ne stanno in terre lontane, senza nessuna esperienza pratica di guerra, raccogliendo informazioni ed analisi attraverso i contenitori multicolorati dei social media.

Hanno anche il coraggio di pensare di poter dettare all’amministrazione americana le misure da prendere, chi bisogna sostenere e, come se poi fossero dei profondi conoscitori “dell’arte della guerra”, spingono anche per uno scontro nucleare con la Russia.

La cosa più sorprendente è vedere dei rispettabilissimi media che corrono ad abbracciare le idee di questi “neo-analisti”, e questo solo perché ciò che questi dilettanti dicono, guarda caso, coincide con quello che i media mainstream vogliono sentirsi dire. Così abbiamo, per esempio, un “esperto sugli Hezbollah libanesi” o un “esperto di gruppi sciiti” in Iraq, solo perché costui è in grado di contare (raccoglie ed analizza le insegne sciite e i gruppi che vede su Facebook o Twitter), ma che non ha mai incontrato, in entrambe le nazioni, i comandanti o i leaders dei gruppi di cui dovrebbe essere l’esperto. Inoltre, molti dei cosiddetti “esperti sulla Siria”, non hanno mai neanche visto una strada di Damasco, Hama, Homs, Aleppo o di qualunque altra città siriana, anche in tempo di pace, prima del 2011. Naturalmente, Twitter e Facebook sono  fonti di informazione uniche e sufficienti, dal momento che essi, di alternative, non ne hanno nessun’altra. E’ abbastanza interessante, anzi stupefacente, vedere questa gente che sforna articoli ed ha accesso a pubblicazioni rispettabili.

In ogni caso, i punti di vista dell’amministrazione americana e quelli dei “neo-analisti” sono in conflitto per quanto riguarda etica professionale, valori e principi, anche se si basano tutti sulla lotta al terrorismo. Giornalisti ed analisti sostengono, sorprendentemente, “Qaidat al-Jihad” in Siria, trovando anche abbastanza spazio per pubblicare il materiale dello “Stato Islamico” (ISIS/ISIL) quando esso combatte contro l’esercito iracheno e le cosiddette (settarie) “Unità di Mobilitazione Popolare” (al-hashd al-Sha’bi – PMU) in Iraq.

Siria:

In Siria, Ceceni, Marocchini, Tunisini, Cinesi, Turchi, Sauditi, Qatarioti, Egiziani, Libanesi e Palestinesi (per nominarne solo alcuni) vengono chiamati “opposizione armata moderata siriana”. Ma questo non si limita solo ai media, vediamo anche diplomatici americani, inglesi e francesi prendere parte a questa commedia di cattivo gusto, quando indicano tutti i combattenti stranieri come “l’opposizione siriana”, almeno finché continuano a combattere contro la Russia. L’Occidente si batte per i diritti fondamentali, ma questi valori non li mette in pratica in questa sporca guerra, dove tutto è permesso.

Un altro interrogativo è la parte est di Aleppo e i suoi ospedali: il numero di ospedali distrutti ad Aleppo est sta per entrare nel Guinness dei primati. Secondo il Dipartimento di Stato Americano e la stampa occidentale, negli ultimi mesi, ad Aleppo est sono stati completamente rasi al suolo circa 90 ospedali, al ritmo di quasi un ospedale distrutto al giorno. E, quotidianamente, sentiamo dire che “l’ultimo ospedale è stato completamente distrutto”. L’unico problema con questi numeri sono rilasciati dal Ministero della Sanità siriano, dove si dice che “in tutto il territorio siriano esistono solo 88 ospedali”.

Se qualcuno osa contraddire questa teoria e questa propaganda dell’“ultimo ospedale distrutto”, è già pronta l’accusa personale: tu devi essere un “assadista” (riferito al presidente Bashar al-Assad). Abbiamo visto il professor Joshua Landis (che ha passato 12 anni in Medio Oriente ed è uno dei più ferrati analisti siriani) e il professor Max Abrahms, teorico del terrorismo, solo per nominarne alcuni, essere accusati di essere degli “assadisti” appena hanno osato dissentire con gli scaldasedie dei think-tank che pretendono di sapere tutto sulla Siria, o con giornalisti che cercano solo di farsi pubblicità. Di fatto, questa accusa è diventata un facile modo per interrompere la conversazione quando questi pensatori superficiali, che non hanno nessuna esitazione a mandare dei terroristi a governare la Siria, hanno terminato gli argomenti a loro disposizione.

Inoltre, Assad non è più IL nemico, ma è stato sostituito, da parte dei media americani, dalla Russia. Il motivo non è difficile da immaginare: la Russia vuole fare la sua parte in un Medio Oriente, che non è più un’esclusiva degli Americani. Secondo i media americani, i proiettili e i bombardamenti russi distruggono gli ospedali e ammazzano i civili, mentre i proiettili americani uccidono solo quelli di “Al-Qaeda” e dell’ISIS. Naturalmente, la Russia non ha le sofisticate bombe americane, dotate di un finissimo olfatto e in grado di riconoscere i civili e colpire solo i terroristi.

E quando gli jihadisti e i ribelli iniziano un’offensiva su larga scala contro le truppe dell’esercito siriano ed i loro alleati, i media stanno sull’attenti, aspettando i risultati. Se è il governo ad iniziare un’azione militare, nelle prime ore di combattimento ci sono già ospedali distrutti e civili uccisi. Sui media mainstream i terroristi muoiono raramente.

Per conoscere l’esito di una battaglia in Siria è sufficiente controllare il Dipartimento di Stato americano o le dichiarazioni riguardanti la sicurezza nazionale, che richiedono la sospensione immediata delle violenze, un cessate il fuoco ed un incontro a Ginevra. Se la situazione per gli jihadisti e i ribelli è grave, aspettatevi una visita dell’inviato dell’ONU Staffan de Mistura per discutere delle tragedie della guerra, della necessità di creare uno stato all’interno di un altro stato, o dell’autogoverno degli jihadisti e dei guerriglieri in un’area ben specificata. Questo aiuterebbe gli jihadisti e i ribelli a riprendere fiato, a riorganizzarsi e ad essere pronti per un’altra tornata di battaglie. Ovviamente, la diplomazia non viene usata per fermare la guerra, ma per farla durare il più a lungo possibile.

Non c’è dubbio che l’amministrazione del Presidente Barak Obama consideri “Al-Qaeda” in Siria un’estensione di Al-Qaeda in Khorasan, responsabile della distruzione delle Torri Gemelle (evento noto come 11 settembre) e di tutti gli altri attacchi contro i civili. Ma Obama non vuole che in Siria una delle parti trionfi sull’altra. Se uno dei gruppi è debole, anche se si tratta di Al-Qaeda, esso viene sostenuto alle Nazioni Unite, dai media, aiutato con addestramento militare, equipaggiamento, soldi ed intelligence dalle nazioni della regione, e messo in grado di effettuare un altro attacco, in modo che la Russia, l’Iran ed i loro alleati siano costantemente impegnati sul campo.

Certo, questo è l’esatto motivo per cui la Russia e i suoi alleati non bersagliano principalmente l’ISIS, ma solo quando è assolutamente necessario. L’ISIS, a differenza degli Jihadisti, non ha un sostegno pubblico nei forum internazionali o dall’armamento fornito dalla CIA e l’addestramento in Giordania. Jack Murphy, un Ranger già facente parte delle Forze Speciali americane, ha spiegato come i suoi colleghi addestrino i terroristi su richiesta, e con la conoscenza, della CIA.

Le regole sono chiare: i media mainstream non vogliono far luce sui finanziamenti al terrorismo, sulla provenienza delle armi che arrivano fino a loro, neanche sull’addestramento fornito dalla CIA. E’ triste vedere come dei media, apparentemente rispettabili, abbiano lasciato alla porta la credibilità e la narrativa imparziale, prima di entrare a Bilad al-Sham [la grande Siria].

Iraq:

In Iraq è difficile capire che cosa vogliano i media mainstream. I media e i “nuovi analisti” sfornano a getto continuo articoli su come sia impossibile evitare la divisione dell’Iraq e sul fatto che i Curdi sono l’unica forza in grado di combattere l’ISIS. Si concentrano sopratutto sulla propaganda dell’ISIS per dimostrare quanto, secondo l’ISIS, sia inefficace l’esercito iracheno, evitando deliberatamente di parlare dell’eroica avanzata sul terreno delle forze di sicurezza irachene.

Questi “nuovi analisti” scrivono come se fossero dei veterani di guerra, profondi conoscitori del terreno iracheno. Come mai gli Iracheni hanno ritardato la liberazione di questa o di quella città? Raramente vengono menzionate le eroiche battaglie e i sacrifici delle forze di sicurezza irachene che combattono contro l’ISIS in difesa del mondo. Combattere l’ISIS in grandi città, come Mosul, con più di un milione e mezzo di civili, che hanno preferito non lasciare la propria casa per una sistemazione più sicura, non è un compito facile. Il Primo Ministro Haidar al-Abadi ha dato ordini specifici per garantire in primo luogo la sicurezza dei civili, prima ancora di pensare a quella delle forze di sicurezza, che viene subito dopo come livello di priorità.

I “neo-analisti” e i giornalisti si concentrano anche sul ruolo delle “Unità di Mobilitazione Popolare” (PMU), chiamandole in modi differenti, del tipo “gruppi sciiti”, “gruppuscoli settari” e “formazioni della milizia”, come se i loro membri venissero da un altro pianeta. In Iraq, oltre il 60% della popolazione è sciita, il resto sono Sunniti, Kurdi secolari, Assiri, Shabak, Sabei ed altre minoranze. Le forze armate irachene, quelle dell’antiterrorismo, dell’intelligence, le forze speciali, la polizia federale, le tribù e i Peshmerga sono formate da questi stessi Iracheni, proprio come le PMU, che sono diventate una parte integrale del dispositivo di sicurezza sotto la leadership del comandante in capo delle forze armate irachene, il Primo Ministro.

Quelli che scrivono sull’Iraq non tengono conto del fatto che l’esercito americano, prima e durante l’invasione dell’Iraq, ha commesso in quella nazione le più orribili nefandezze, iniziando con l’embargo, fino ai massacri, alle torture, agli stupri ed alla violazione dei diritti umani durante l’occupazione del paese.

Ma tutta l’attenzione (mediatica) sulla reputazione delle PMU ha altre motivazioni. Le PMU stanno partecipando all’operazione su Mosul attaccando il sobborgo di Talafar e bloccando la strada per la Siria. Queste PMU, che operano nella zona di Talafar, sono state accuratamente selezionate: 3000 uomini provengono dalla stessa città di Talafar, così come sono presenti i Cristiani della pianura di Ninive, che sono venuti per strappare la loro terra dalle mani dell’ISIS. L’Iraq non è fatto solo di Sunniti e Sciiti.

Le PMU hanno messo i bastoni fra le ruote al piano del Vice-Presidente americano Joe Biden di dividere l’Iraq: nell’agosto del 2014 erano riuscite a difendere e ad impedire la conquista da parte dell’ISIS della città di Amerli (Tuzkhormato, nel nord del paese) quando il gruppo terrorista aveva occupato quasi tutta la provincia di Salahoddine; avevano poi impedito la resa di Samarra all’ISIS, quando le formazioni terroriste avevano preso il controllo di più di mezza città, prevenendo un’altra guerra civile simile a quella del 2006, quando Abu Musab al-Zarqawi aveva distrutto il tempio sacro sciita di Askariyeyn; avevano sbarrato all’ISIS l’igresso a Baghdad, quando i guerriglieri erano alle porte della capitale; avevano liberato l’ostica zona sud di Jurf al-Sakher, il caposaldo dell’ISIS a Tiktit e avevano contribuito alla liberazione di Ramadi.

I comandanti delle PMU avevano anche convinto i leaders iracheni a rifiutare il piano dell’esercito statunitense per attaccare la città di Mosul, nel nord del paese, un anno fa, prima (dell’attacco) nella provincia di Anbar. Se il progetto dell’esercito americano si fosse concretizzato, la capitale (irachena) sarebbe rimasta indifesa, con l’ISIS molto forte a Fallujah. Baghdad avrebbe corso il grave pericolo di essere attaccata dall’ISIS, e la spartizione dell’Iraq sarebbe stata un fatto compiuto.

Alla fine, però, l’Iraq non sarà in grado di sconfiggere l’ISIS nello stesso Iraq, se esso non sarà prima debellato in Siria. Perciò, dopo Mosul, la battaglia si sposterà verso ‘Ana, Rawa e al-Qaem, sul confine siro-iracheno. Si sa per certo che le PMU avanzeranno verso le roccaforti dell’ISIS, per essere certi che non ci sarà un loro ritorno in Iraq. Gettare discredito sulle PMU in Iraq equivale ad una campagna preventiva per accusarle di settarismo, e fare in modo che l’accusa rimanga su di esse anche quando le loro truppe saranno impegnate nella Siria a maggioranza sunnita.

Il concetto di una “stampa libera ed indipendente” non esiste più, ed è stato sostituito dal volere dei politici; il giornalismo investigativo è stato rimpiazzato dall’informazione (o meglio, disinformazione) dei social media.

Durante la campagna per le presidenziali americane, si è visto che la “stampa libera” condivideva “statistiche” che negavano ogni possibilità di successo a Donald Trump, e che davano Hillary Clinton vincitrice al 98 – 99%. Questo fa capire come la stampa seguisse dei pii desideri, piuttosto che cercare conferme nei dati e nei fatti, proprio come ha fatto per la maggior parte del tempo con la guerra in Siria e in Iraq.

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Articolo di Elijah J. Magnier pubblicato su Middle East Politics il 23 novembre 2016

Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it

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