syria-collageIl primo ambasciatore dell’Unione Sovietica in Egitto, Nikolai Vasilievich Novikov, racconta il suo ruolo da pioniere nell’istituzione di relazioni diplomatiche nel 1944 con la Siria. Novikov dà un esauriente resoconto della genesi del partenariato russo-siriano, descrivendo l’arena geopolitica e gli intrighi condotti dalle grandi potenze rivali come Gran Bretagna e Francia. Il brano di Novikov serve a fornire un eccellente retroterra storico all’alleanza tra Russia e Siria che riveste nuovamente importanza strategica nel Grande Gioco dei nostri giorni. 

Un giorno di caldo infernale, il 15 giugno, quando tutti i pensieri dei residenti del Cairo – arrostiti dal caldo – erano rivolti se non al relax sulle spiagge di Alessandria, per lo meno ad un bagno fresco o ad una doccia, si presentò all’ambasciata sovietica uno straniero dai modi distinti, proveniente dalla Siria. Accolto dal consigliere Daniil Solod, si presentò come Naim Antaki, parlamentare siriano di Damasco, ed ex Ministro degli Affari Esteri. Naim Antaki confidò di essere arrivato al Cairo con un messaggio segreto da parte del governo Siriano, e che poteva parlarne soltanto con l’Ambasciatore.

Incontrai Naim Antaki. Dopo essersi presentato nello stesso modo usato col consigliere, mi porse una lettera di raccomandazione del Ministro degli Esteri siriano, Jamil Mardam Bey, nella quale egli mi notificava che Naim Antaki era investito della piena fiducia del governo ed era autorizzato a fare una proposta importante e riservata a suo nome.

La proposta, che mi venne fatta verbalmente, era veramente importante. Il governo Siriano intendeva stabilire relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, cercando di organizzare colloqui preliminari. Considerava Damasco un posto adatto a questi colloqui; lì il rappresentante sovietico sarebbe stato accolto con il giusto benvenuto e avrebbe goduto dell’immunità diplomatica. Esprimendo la speranza che il governo sovietico fosse favorevole a questi negoziati, la controparte siriana, richiese di trattare questa iniziativa in modo riservato. Una richiesta simile venne fatta riguardo alla visita del rappresentante dell’Unione Sovietica a Damasco, ma solo fino al completamento dei negoziati. Naim Antaki desiderava ricevere la risposta di Mosca al Cairo, dove si recava spesso per affari e dove quindi la sua presenza non avrebbe generato indesiderabili sospetti.

Non fui molto sorpreso delle misure di sicurezza adottate da Jamil Mardam Bey.

Prima della guerra, la Siria, così come il Libano, faceva parte del protettorato francese. In altre parole era di fatto una colonia. Formalmente la nazione era autonoma, aveva il suo parlamento ed esprimeva il proprio governo, ma il vero potere era nelle mani dell’Alto Commissario francese.

The French Mandate in interwar Syria.

Il protettorato francese in Siria tra le due guerre.

Dopo la sconfitta della Francia nel 1940, la Siria e il Libano mantennero formalmente per qualche tempo il governo collaborazionista col regime di Vichy. Ma in pratica era la Commissione di Controllo italo-tedesca che aveva il potere. La conquista della Grecia da parte della Germania, che comprendeva Creta e le isole egee, nelle immediate vicinanze della Siria e del Libano-debolmente protetti da ciò che rimaneva dell’esercito di Weygand – spinse Londra a compiere un’azione decisiva. A giugno del 1941, truppe britanniche appoggiate dall’esercito della Francia libera, sconfissero le forze di Vichy e occuparono la Siria e il Libano. Ne risultò un periodo di interregno in cui il protettorato francese, perse virtualmente tutti i propri poteri, mentre i popoli di Siria e Libano guadagnarono la possibilità di ottenere l’indipendenza.

Ma per il momento questa era solo una prospettiva. Lo status di questi paesi era molto fragile. Anche dopo aver dichiarato la Siria e il Libano repubbliche sovrane nell’autunno del 1941, il comandante delle truppe d’occupazione Britanniche deteneva le leve del potere in entrambi i paesi. Il rappresentante di De Gaulle provava a sfidare il loro potere. Distaccamenti dell’ex armata di Weygand stazionavano nelle città del Libano e della Siria, frettolosamente dipinte come l’esercito della Francia Libera, continuavano a costituire una minaccia per l’indipendenza di questi paesi.

In quelle circostanze, il riconoscimento da parte sovietica della Siria come uno stato sovrano avrebbe costituito un sostegno di grande valore nei confronti del suo popolo in lotta per il raggiungimento della vera indipendenza. Una rivelazione prematura del fatto che fossero in corso negoziati riguardo a quest’argomento avrebbe consentito ai nemici di questo giovane stato di comprometterne l’esito. Da qui l’enfasi sulla riservatezza da parte del governo Siriano. Naturalmente, tutte queste vicende potevano essere nascoste soltanto per un breve periodo di tempo, e anche in quel breve periodo, non a tutti. Per le autorità britanniche, per esempio, la cui rete di intelligence era diffusa in tutte le capitali del Medio Oriente non era affatto un segreto. Il servizio di informazioni di De Gaulle in Medio Oriente era a un livello inferiore. Per cui, il tentativo di tenerlo all’oscuro dei fatti, poteva effettivamente avere successo. Era probabile che fossero le autorità francesi quelle verso cui il governo siriano nutrisse i timori più forti. Chiesi a Naim Antaki se fosse così. Lui non negò il fatto che questa fosse la principale preoccupazione dei Siriani in quel momento.

– Ma io sospetto – aggiunse con un sorriso deferente – che il mio amico Mardam Bey ha un altro motivo molto importante che lo costringe a questa segretezza. Sarò piuttosto franco con lei. Noi non abbiamo nessuna garanzia che il governo sovietico interpreti positivamente la nostra iniziativa, anche se io nutro il più alto ottimismo al riguardo. E un potenziale fallimento, con la conseguente pubblicità negativa, minerebbe il prestigio del governo. Naturalmente, il Primo Ministro preferirebbe evitare un esito di questo genere.

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Assicurai a Naim Antaki che avrei immediatamente contattato Mosca e gli avrei fatto sapere la risposta. Il giorno stesso, informai il Commissariato del Popolo agli Affari Esteri (NKID) circa la proposta, dicendo che aveva il mio sostegno. La risposta del Commissariato arrivò due giorni dopo. Vyacheslav Molotov mi dava l’autorità di riferire a Naim Antaki che il governo sovietico, in linea di principio, era pronto a stabilire relazioni diplomatiche con la Siria e dava il suo permesso a tenere colloqui a Damasco, incaricando me di tenerli. Invitato presso l’Ambasciata, Naim Antaki fu lieto di ascoltare la risposta di Mosca e disse che sarebbe immediatamente partito per Damasco per discutere—con Mardam Bey—e organizzare la durata e gli altri dettagli della mia visita. Il 7 luglio, fece nuovamente ritorno al Cairo con la notizia che io ero atteso a Damasco nei prossimi giorni se ciò mi fosse stato possibile. Restammo d’accordo che sarei partito lunedì 10 luglio.

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Questo è ciò che accadde per tenere segreta la cosa. Diedi istruzione allo staff dell’Ambasciata di dire a chiunque avesse chiesto di me, compresi membri dei corpi diplomatici, giornalisti e conoscenze al Cairo, che ero via senza dare altri dettagli. In ogni caso, informai telefonicamente il Segretario di Stato del Ministero degli Esteri egiziano, Mohammed Salaheddin Bey, che mi stavo dirigendo in Siria per alcuni giorni, ma, naturalmente, senza svelargli lo scopo della mia visita. Un rappresentante diplomatico non può lasciare un paese come un qualunque contrabbandiere. Anche l’Ambasciata Britannica era al corrente della mia visita: furono le autorità militari britanniche a darmi il permesso di viaggio per attraversare la Palestina. Così, l’unico aspetto “clandestino” della mia missione fu il suo scopo nel senso limitato che si diceva prima. La cosa divertente è che nessuna delle organizzazioni al corrente dei fatti disse una sola parola ai media che erano affamati di notizie di questo genere. Ne risultò che il comunicato ufficiale sui colloqui a Damasco, pubblicato dopo, prese i media completamente di sorpresa.

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Damascus in the 1940s. Photo Credit: Fareed Abou-Haidar

Damasco negli anni ‘40. Foto di Fareed Abou-Haidar

Alle cinque del pomeriggio, la nostra limousine ci lasciò presso l‘hotel Umayyad—molto moderno e confortevole. Qui, Naim Antaki ci disse “addio “, passandoci al rappresentante del Dipartimento del Protocollo del Ministero degli Esteri—un giovane di nome Hussein Marrash. Saltammo la reception, e ci portò direttamente alle nostre suite, scusandosi timidamente per l’assenza degli onori che spettano agli inviati di governi stranieri. Prenderemmo due delle tre suite prenotate per noi. Dneprov e Matveev stavano nella stessa suite per garantire una maggiore sicurezza al “dipartimento di crittografia”. L’altra—una suite di due camere—era la mia. Questa era destinata ad essere il mio alloggio e il mio ufficio. Hussein Marrash ci augurò una buona permanenza e disse, andandosene, che la mattina successiva avrei incontrato Jamil Mardam Bey. Dopo la sua partenza, ci lavammo con cura ripulendo lo strato di polvere che avevamo accumulato per strada, ci cambiammo e tutti e tre cenammo nella mia suite. La sera, avremmo naturalmente voluto passeggiare per questa città antica così famosa, ma dovevamo tener condo della richiesta di Marrash di non farlo per mantenere l’incognito. Non ci  restava quindi altro da fare che ammirare il centro della città debolmente illuminato dalla finestra dell’hotel, vicino Piazza dei Martiri. Si chiamava così in onore dei patrioti siriani che si ribellarono alla dominazione turca durante la Prima Guerra Mondiale, e vennero da questi condannati a morte.

La mattina del 12 luglio, controllai i giornali locali e quelli di Beirut (in francese) e non ci trovai nessuna menzione della nostra visita: né come notizia di politica, né nella cronaca, né tra li eventi mondani. Le misure prese dal governo per mantenere la riservatezza, avevano avuto successo.

Il mio incontro con Jamil Mardam Bey non ebbe luogo presso il Ministero degli Affari Esteri, come credevo, ma in un imponente palazzo in stile architettonico europeo. Non seppi mai se era abitato o servisse ad altri scopi, per esempio a finalità di protocollo. In ogni caso, vidi solo il maggiordomo che aprì il massiccio portone centrale per farvi entrare me e Hussein  Marrash, e Jamil Mardam Bey, che mi attendeva nel salone.

Il Ministro degli Affari Esteri siriano aveva passato i cinquant’anni, ma aveva un aspetto giovanile. Dopo i convenevoli e le cortesi domande di Mardam Bey relativamente al nostro viaggio e alla nostra sistemazione in hotel, Hussein Marrash ci lasciò soli. Cominciammo a discutere di affari.

Su richiesta del Ministero, gli illustrai la posizione favorevole da parte del governo sovietico riguardo alla questione dell’istituzione di relazioni diplomatiche tra l’URSS e la Siria. Allo stesso tempo, sottolineai che queste relazioni si sarebbero fondate sulla base dell’accettazione del diritto internazionale, riconoscendo la piena uguaglianza per entrambe le parti. Feci questo chiarimento auto-evidente al fine di eliminare qualunque possibile preoccupazione da parte di Mardam Bey. Dopo tutto, non escludevo il fatto che lui e i suoi colleghi nel Gabinetto—avendo provato sulla propria pelle l’astuta politica delle “grandi” potenze imperialiste più di una volta—nutrissero una certa mancanza di fiducia nei confronti del nuovo partner internazionale della Siria, l’Unione Sovietica, la cui politica veniva troppo spesso distorta nei contesti a noi ostili, come sappiamo tutti.

Quando smisi di parlare, il Ministro affermò che l’accordo tra il governo sovietico e la Siria era un fattore molto significativo per l’indipendenza della Siria. Il messaggio iniziale di Naim Antaki  aveva già generato grande entusiasmo tra i suoi superiori. Tutto quello che restava da fare, era la formalizzazione delle relazioni tra i nostri due paesi.

“Ecco la mia lettera per il Signor Molotov,” disse. “La prego di leggerla e di darmi la sua opinione.”

Lessi con attenzione il documento scritto in francese. Tradotto, suonava così (citazione incompleta):

Mossa dall’ammirazione per il popolo sovietico, i cui sforzi e successi nella grande lotta delle democrazie contro lo spirito di conquista e dominazione ci danno la base di legittime speranze per un futuro di libertà e uguaglianza per tutte le nazioni, grandi e piccole; incoraggiata, d’altra parte, dalla politica estera dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che, dall’inizio della propria esistenza hanno proclamato l’abolizione di tutti i privilegi, delle capitolazioni, e di tutti i vantaggi di cui la Russia imperiale si serviva, che erano incompatibili con l’uguaglianza delle nazioni che il governo sovietico riconosceva, la Siria, che dopo molti sforzi e un gran numero di vittime, solo recentemente aveva visto riconosciuta dal diritto internazionale la propria esistenza come stato sovrano e indipendente… sarebbe lieta di mantenere a queste condizioni relazioni diplomatiche amichevoli con l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche…

In conclusione, Mardam Bey, richiedeva lo scambio di ambasciatori col governo sovietico.

Letta la missiva, dissi che soddisfaceva pienamente l’obiettivo dei nostri negoziati, e che ero molto colpito dal suo spirito di amicizia che traspariva dalla prima all’ultima riga. Espressi il mio convincimento che il governo sovietico l’avrebbe riguardata con grandissima buona volontà e avrebbe dato prontamente una risposta positiva.

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Rilessi attentamente la lettera nella mia stanza in albergo. Nel contenuto e nello spirito, in effetti soddisfaceva gli scopi dei colloqui, come avevo già detto a Mardam Bey. E inoltre—cosa che era una caratteristica propria di questa lettera—certe frasi menzionavano relazioni ugualitarie, il rifiuto dei privilegi della Russia zarista da parte dell’Unione Sovietica, ecc. Era come se il governo siriano, invitasse la  sua controparte sovietica a dichiarare ufficialmente e ancora una volta i ben noti principi della politica estera sovietica. Questo, naturalmente, serviva da rassicurazione, e a mio parere non era necessario. Ma la decisione finale rispetto al contenuto della nostra risposta spettava a Mosca.

Tradussi la lettera in russo, scrissi un messaggio circa la nostra conversazione con Mardam Bey, e passai tutto al nostro “dipartimento di crittografia” per mandarlo al Commissariato del Popolo agli Affari Esteri.

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Jamil Mardam Bey, a 33rd-degree Grand Orient Freemason, with Saudi Prince Faisal.

Jamil Mardam Bey, un massone del 33-esimo grado del Grand’Oriente, con il principe saudita Faisal.

Sabato 15 luglio, verso mezzogiorno, Jamil Mardam Bey visitava Bloudan.  Il nostro attento guardiano Hussein mi informò nella mattinata della sua visita. Ci disse che il Ministro voleva presentarmi a Shukri al-Quwatli, il Presidente della Repubblica Siriana, cosa che io accettai di buon grado.

Il Presidente viveva vicino a noi nella sua tenuta nella valle di Zabadani. La sua residenza non aveva l’aspetto del palazzo di un Capo di Stato. Era un’ordinaria casa padronale, per nulla diversa da altre che avevo visto nella zona di Bloudan. Le stanze per il cerimoniale erano arredate per metà in stile europeo e per metà in stile arabo, e parlavano più del benessere che della ricchezza del loro proprietario.

Il Presidente della Repubblica Siriana e leader del Blocco Nazionale allora al governo era un uomo avanti negli anni e dall’aspetto malato. Non sfuggì alla mia attenzione che a stento riusciva a contrastare l’affaticamento fisico, o forse dei forti dolori.

Fu piuttosto cordiale, ma senza nessuna solennità, in presenza di un’altra persona, Mardam Bey, a sua volta continuamente preoccupato per la riservatezza. Sospettai che nell’invito al rappresentante sovietico, il Presidente non fosse guidato dal protocollo, ma dal desiderio di verificare l’affidabilità dei passi intrapresi dal governo siriano attraverso un contatto personale. La natura della nostra conversazione dopo colazione confermò ancora di più la mia ipotesi. In pratica, qui, in questa tenuta in campagna, si stava tenendo il secondo round dei negoziati iniziati il 12 luglio a Damasco.

Riconoscendo il gesto amichevole da parte del governo sovietico — che dava il suo consenso alla istituzione di relazioni diplomatiche con la Siria—nel modo più lusinghiero e lodando il mio incontro con il Ministro degli Esteri, Shukri al-Quwatli continuò:

Sono estremamente interessato a qualcosa che potrà sembrarle anacronistico, ma per noi Siriani non ha perso importanza. Intendo le capitolazioni e altri privilegi speciali di cui le grandi potenze, compresa la Russia zarista, hanno goduto in oriente. So benissimo che la Russia sovietica, dal preciso momento della sua nascita, vi ha ufficialmente rinunciato. Comunque, sarei molto felice di sentire adesso da lei, che dopo quasi trent’anni, questo principio è ancora in vigore.

Al che, le mie preoccupazioni sulla questione della disuguaglianza si fecero di nuovo strada. Questo significava che non ero stato capace di convincere del tutto Mardam Bey riguardo a quest’aspetto quando lo avevo incontrato. E se anche l’avevo fatto, queste preoccupazioni erano comunque rimaste nella mente dei leader siriani.

Così come nella conversazione con Mardam Bey, sottolineai i principi leninisti della politica estera sovietica, focalizzando l’attenzione su quella adottata nei confronti dei paesi dell’Est. Gli ricordai della stipula di trattati uguali con Afghanistan, Turchia, Iran, Mongolia e Cina dopo a Rivoluzione di Ottobre. Questi accordi incarnavano quei principi. Se la conferma della loro validità richiedeva nuovi fatti, allora l’istituzione recente di relazioni diplomatiche con l’Egitto faceva perfettamente al caso nostro. Su un piano perfettamente paritario, non mancai di evidenziare un’altra volta. Il Presidente mi ringraziò per questo chiarimento e non toccò più l’argomento.

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Il pomeriggio del 18 luglio, Jamil Mardam Bey visitò di nuovo le zone montuose di Bloudan e mi invitò nella sua dimora. Non era solo. Accanto al lui sul divano c’era un uomo a me sconosciuto, intorno alla cinquantina, che indossava occhiali con la montatura di corno, leggermente stempiato. Mardam Bey aveva preparato una grossa sorpresa, mi presentò lo sconosciuto come il Ministro degli Affari Esteri del Libano, Selim Taqla.

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Selim Taqla non tergiversò e rivelò subito lo scopo del suo incontro con me. Il governo libanese, disse, è al corrente dei negoziati tra la controparte siriana e l’Unione Sovietica. Ne ha seguito gli sviluppi con simpatia e interesse e intende proporre l’istituzione di relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica.

“Apprezzerei molto,” concluse il suo breve discorso Selim Taqla, “se lei volesse indagare circa l’opinione del governo sovietico su quest’argomento. Se è favorevole, allora sono autorizzato a invitarla ufficialmente per negoziati in Libano, una volta che i suoi affari in Siria glielo consentiranno”.

Risposi con un caldo benvenuto alle intenzioni amichevoli da parte del governo libanese, e che avrei immediatamente mandato una richiesta a Mosca. Non avevo dubbi circa il fatto che il governo sovietico avrebbe dato parere positivo, ma questa volta mi trattenni dall’assicurare una pronta risposta da parte di Mosca.

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Soviet Foreign Minister Vyacheslav Molotov.

Il Ministro degli Esteri sovietico Vyacheslav Molotov.

Il telegramma di Vyacheslav Molotov per Jamil Mardam Bey arrivò finalmente la sera del 23 luglio. Se qualcuno dei leader siriani attendeva dichiarazioni altisonanti riguardo a questioni che erano state di importanza vitale, le loro speranze non si realizzarono. Cito nella sua interezza:

Il Governo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche apprezza in gran modo i sentimenti espressi da voi riguardo alla grande lotta del popolo sovietico contro la Germania nazista e i suoi complici. Il Governo Sovietico ha grande piacere di accettare l’offerta del governo siriano di stabilire relazioni diplomatiche amichevoli tra l’URSS e la Siria.

Il Governo Sovietico è pronto, il più presto possibile, ad accreditare l’Inviato Straordinario e Plenipotenziario dell’URSS presso il Presidente della Repubblica Siriana, ed a ricevere l’Inviato Straordinario e Plenipotenziario della Siria, che sarà accreditato del Presidio del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. 

Mentre memorizzavo il telegramma, chiesi a Hussein di informare immediatamente il Ministro degli Affari Esteri che la risposta di Mosca era stata ricevuta, che era positiva, come ci si attendeva a che avrei potuto porgerla di persona al Ministro l’indomani mattina.

La mattina del 24 luglio, il nostro gruppo arrivò a Damasco. Senza fermarmi all’hotel, mi diressi direttamente al Ministero degli Affari Esteri dove venni immediatamente accolto da Mardam Bey. Mi congratulai con il Ministro per il completamento dei nostri negoziati e gli consegnai il messaggio che avevo tradotto in francese, assieme alla mia nota d’accompagnamento—Hussein diligentemente batté di nuovo a macchina entrambi i documenti. Scorrendo il messaggio e la nota, Mardam Bey disse:

Sarò sempre orgoglioso di aver partecipato all’atto storico dell’istituzione di relazioni diplomatiche tra i nostri paesi. Quest’atto è una importante pietra miliare nella storia della Repubblica Siriana perché significa che le nazioni più importanti nel mondo hanno riconosciuto il nostro giovane stato. Per parte mia, anch’io mi congratulo con lei e la ringrazio cordialmente per la sua assistenza in questa vicenda.  

Mi strinse la mano e aggiunse:

Oggi renderemo pubblico questo grande evento. Che tutti i Siriani e il Mondo intero ne vengano a conoscenza.

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Restavano approssimativamente sei ore per la cerimonia serale al Ministero degli Affari Esteri. Le dedicammo tutte a camminare per Damasco. Lo stesso Hussein Marrash fu la nostra guida, informata e attenta. Preparò così abilmente il percorso del nostro tour improvvisato che il nostro primo giorno di soggiorno a Damasco—il primo senza alcuna limitazione dovuta a “preoccupazioni per la riservatezza“—ci consentì di farci un’idea abbastanza chiara di quest’antica città.

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Il Capo del protocollo sollecitava nervosamente il ministero ad aprire la reception. Con uno sguardo preoccupato in faccia, condusse me e Jamil Mardam Bey in un’ampia sala conferenze, da cui erano stati levati i tavoli e le sedie, risuonante del mormorio di una varietà di voci.

Camminando con me e aprendosi la via attraverso la folla di ospiti applaudenti, Mardam Bey si fermò in una zona della sala relativamente libera, aspettò finché non si fece silenzio, mi presentò ai convenuti, parlò brevemente dei negozianti ed annunciò due volte il comunicato preliminare—in arabo e un francese. Ogni lettura venne accompagnata da applausi che sembravano non avere fine.

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In aggiunta ai diplomatici e ai consoli, tra gli ospiti stranieri c’erano il Colonnello MacGarrett, e il rappresentante personale dell’Inviato Britannico in Siria e Libano, Generale Edward Spears. Dimenticando la tradizionale riservatezza britannica, mi strinse la mano a lungo e, con voce emozionata, si congratulò con me per il mio successo diplomatico personalmente e a nome del Generale. Al contrario, il delegato del governo francese, Châtaignot, mostrava notevole freddezza, come anche il suo vice Colonnello Oliva-Roget, nonostante anche loro mi stringessero la mano e si congratulassero con me per il successo diplomatico.

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Selim Taqla voleva sentire mie notizie da Mosca.  Dopo tutto, non era venuto da Beirut solo per assistere alla cerimonia, ma aveva con me anche un incontro d’affari. Fui contento di informarlo che era stata ricevuta la risposta alla proposta del governo libanese: la controparte sovietica era d’accordo a tenere negoziati in Libano e autorizzava me a questo fine.

Nikolai Novikov, Memorie di un Diplomatico (Vospominaniia diplomata)

Parte II. Il Medio Oriente.

“Missione in Siria”

Brani

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Tradotto in inglese ed edito da Nina Kouprianova, pubblicato da EspionageHistoryArchive il 7 Novembre 2015
Traduzione in italiano a cura di Mario B. per SakerItalia.it