Dopo l’efficace offensiva in Siria sud-occidentale, che ha visto i ribelli jihadisti sostenuti dall’Occidente espulsi dalla regione, l’Esercito siriano e i suoi alleati stanno rivolgendo la loro attenzione alle parti nord-occidentali del paese devastato dalla guerra. I primi rapporti indicavano che Mosca non era disposta a dare il via a una grande offensiva sulla provincia controllata dagli jihadisti di Idlib, principalmente a causa del fatto che queste zone facevano parte delle zone di “de-escalation” istituite congiuntamente da Russia e Turchia.

Ciò tuttavia è cambiato nelle scorse settimane, quando i ribelli jihadisti affiliati a Tahrir al-Sham hanno continuamente attaccato la base aerea russa a Khmeimim con droni armati. Nonostante tutti i tentativi di violazione dell’aeroporto siano stati vanificati dalle difese aeree russe, Mosca ne ha avuto abbastanza di queste minacce terroristiche alle sue forze. Quindi, alla fine, dopo settimane di speculazioni, le forze dell’Esercito si stanno riunendo in prima linea nelle province di Aleppo, Hama, Idlib e Latakia in preparazione per la più grande offensiva mai vista durante questo conflitto settennale.

Nel frattempo, i ministri della Difesa russo e turco si sono incontrati l’altro giorno per discutere della situazione in Siria, molto probabilmente in relazione alla prossima offensiva. Nonostante le regolari dichiarazioni contraddittorie di Ankara sulla sua posizione nei confronti dell’indecisione del governo siriano, Ankara ha capito che Mosca metterà fine a questa guerra con o senza di lei. Alcuni rappresentanti dell’Esercito turco hanno promesso di affrontare le forze del governo siriano nelle province di Idlib e Hama, tuttavia questo è stato considerato un bluff dall’Alto Comando dell’Esercito siriano, specialmente perché Mosca ha costantemente tenuto colloqui di alto livello con Ankara.

Ufficialmente, Mosca ha dichiarato che questa offensiva avrebbe preso di mira il gruppo terroristico Tahrir al-Sham (HTS), ma chiunque abbia seguito questa guerra sa ormai che tutti gli altri cosiddetti “gruppi ribelli” in Siria hanno profondi legami con HTS e condividono lo stesso fronte. È molto probabile che anche quelli che in Occidente vengono definiti “moderati” saranno presi di mira. Anche se questa offensiva dovesse colpire solo HTS, i ribelli subirebbero comunque un duro colpo, perché HTS è indubbiamente la fazione più forte fazione tra i “gruppi di opposizione siriani”, e sparita lei, il resto dell’opposizione sarà costretto a riconciliarsi con il governo o affrontare una morte certa.

Mosca offre un’altra via d’uscita

Nel frattempo, alcuni rapporti indicano che le “forze democratiche siriane” appoggiate dagli Stati Uniti sono pronte a colloqui con il governo siriano. Mentre i primi resoconti hanno scioccamente affermato che c’era un accordo tra Esercito Arabo Siriano e Forze Democratiche siriane per lanciare l’offensiva su Idlib congiuntamente, queste affermazioni si sono rivelate false e sono state negate da entrambe le parti. Si pensa invece che il dialogo avviato di recente tra le SDF dominate dai curdi e il governo, con o senza il consenso degli Stati Uniti, sia finalizzato alla riconciliazione. Si ritiene che il governo siriano offrirà ai curdi nelle parti nordoccidentali del paese un posto nei futuri Parlamento e governo.

Che ciò accada o meno con il consenso di Washington è davvero irrilevante, poiché diversi comandanti delle SDF hanno fatto un passo avanti nelle ultime settimane, e hanno dichiarato le loro intenzioni di riconciliarsi con il governo. Un comandante delle SDF ha persino criticato l’inaffidabilità di Washington quando ha affermato che “Gli Stati Uniti possono rinunciare a noi (curdi) in qualsiasi momento. Quindi dobbiamo trovare altre alternative e smettere di dipendere dagli americani”. In una conferenza stampa ad Al-Qamishli, ha dichiarato: “I curdi sono pronti a combattere fianco a fianco con l’Esercito siriano contro i terroristi”. È ancora troppo presto per dire che i leader curdi hanno imparato la lezione di non affidarsi all’infida Washington, ma queste affermazioni non possono essere trascurate così facilmente, specialmente alla luce dell’inerzia di Washington nei confronti dell’aggressione turca alle SDF. Di fronte alla prospettiva di un completo annichilimento, visto che Ankara sta minacciando di attaccare il restante territorio delle SDF sui confini settentrionali della Siria, è naturale che la dirigenza delle SDF cerchi un’altra via d’uscita. Rivolgersi al governo e tentare di riconciliarsi potrebbe essere la migliore possibilità che la leadership curda e il gruppo etnico nel suo insieme abbiano mai avuto di acquisire qualsiasi tipo di potere, in relazione alla forza che detengono (controllano circa il 25% del territorio del paese).

È ovvio che i comandanti delle SDF hanno visto le indicazioni di ciò che alcuni di noi osservatori diciamo da mesi: Washington è finita in Siria, e sta cercando una via d’uscita. Quello che solo un anno fa sembrava una rotta di collisione tra SAA e SDF si è trasformata in una potenziale riconciliazione tra due delle forze più forti in questo conflitto, la prova più certa degli instancabili sforzi di Mosca per riunire tutte le forze non terroriste del paese e offrire loro un’altra via d’uscita rispetto a quella del conflitto offerta da Washington.

Una delle ultime ragioni della lunga permanenza di Washington in Siria è stata eliminata poche settimane fa, quando l’Esercito siriano ha sgombrato l’intero sud-ovest del paese. Ciò è stato fatto nonostante le minacce d’azione israeliane e statunitensi contro “l’avvicinamento alle forze iraniane” alle Alture del Golan. Come ho spiegato in un pezzo precedente alcuni mesi fa, la Russia ha riconosciuto i pericoli delle escalation israelo-iraniane nella Siria meridionale, ed è intervenuta per disinnescare la situazione, cosa che ha fatto con successo attraverso la diplomazia. La leadership sionista di Tel Aviv è rimasta soddisfatta dello scenario presentato da Mosca, quello in cui solo le truppe siriane sono state coinvolte nella liberazione delle province di Daraa e Quneitra. Ora che i confini settentrionali di Israele sono sicuri, con Tel Aviv che ripone la sua fiducia in Mosca perché difenda il suo ruolo di garante per la pace, Washington trova ancora meno ragioni per rimanere in Siria, visto che Mosca ha totalmente messo da parte Washington in Siria, anche tra i propri alleati.

È con grande sicurezza che l’Esercito siriano entra a Idlib, sapendo che per la piaga terroristica settennale che ha colpito il suo paese la fine è vicina. È giunto il momento per Washington di fare i bagagli e partire, la Siria e i suoi alleati hanno vinto.

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Articolo di Aram Mirzaei pubblicato su The Saker.is il 19 agosto 2019.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

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