L’acclamato “accordo di pace” sulla Siria, anche dopo un’analisi frettolosa, si rivela nient’altro che la reiterazione delle richieste dell’Occidente verso la rinata resistenza siriana.

Oltre a combattere l’auto-proclamato “Stato Islamico”, l’Occidente cerca una “transizione politica”, il ché significa che in realtà, esattamente come aveva cercato di fare sin dal 2011 e ancora prima, l’Occidente si aspetta ancora che l’attuale presidente siriano Bashar al-Assad si ritiri, e che un regime fancioccio, più affine ai gusti occidentali, sia installato al suo posto.

E mentre l’Occidente dichiara, come parte del “trattato di pace”, di cercare di porre fine allo Stato Islamico, esso non fa alcuna menzione degli stati che sponsorizzano la sua esistenza, tra i quali, per coincidenza, figura lo stesso Occidente.

La Siria vorrebbe la distruzione di tutti i gruppi armati, anche di quelli che l’Occidente ancora si sforza di presentare come non affiliati ad Al Qaida. Ha accettato le elezioni, confidando che il popolo siriano rimetterà il presidente Assad di nuovo al potere, esattamente come già fece nel 2014. Sapendo che il presidente Assad avrebbe vinto facilmente qualsiasi elezione futura, l’Occidente è stato inflessibile nel rimuoverlo dal processo per livellare le probabilità a favore di candidati da loro appoggiati, minando così la stessa premessa che l’insurrezione avesse qualcosa a che fare con la “democrazia” o che, in primis, ubbidisse alla volontà del popolo siriano.

Il “trattato di pace”, malgrado gli ottimistici titoli diffusi in Occidente riguardo un “accordo unanime” tra le nazioni, si rivela come un altro fallimento dell’Occidente di riportare sul palcoscenico mondiale la propria narrazione del conflitto siriano.

Nella realtà il “trattato di pace” non è per niente un trattato. Quello che rimane è la stessa battaglia intrapresa dal 2011, ed è sul campo di battaglia che il destino della Siria sarà davvero deciso.

La pace solo dopo la guerra

L’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, hanno ultimamente cercato di adottare un tono più conciliatorio. Il Segretario di Stato degli USA, John Kerry, pur senza affermare in realtà nulla del genere, ha cercato di convincere il mondo che il “cambio di regime” non fosse più nei piani. Naturalmente a queste dichiarazione si accompagna ancora la speranza americana che il presidente Assad si ritirerà. Ma anche mentre gli USA adottano questo nuovo tono, i loro alleati regionali, e più specificatamente la Turchia, Israele e l’Arabia Saudita, hanno nuovamente aumentato le provocazioni, sia contro la Siria che contro la Russia, nel tentativo di ampliare una guerra che si sta ora volgendo in favore di Damasco.

La Turchia ha cercato di innescare un nuovo conflitto con la Russia attaccando di sorpresa un suo aereo da guerra, evidentemente con l’appoggio e l’approvazione degli USA. Israele ha continuato a cercare di spingere la Siria alla guerra, colpendo obbiettivi dentro e attorno Damasco stessa. L’Arabia Saudita ha recentemente ospitato gruppi di miliziani operanti in Siria per un incontro a Riad. Molti di questi gruppi sono direttamente affiliati ad Al Qaida.

Perciò, proprio mentre gli Stati Uniti dichiarano parte del proprio “trattato di pace” il combattere il terrorismo in Siria, il suo più vecchio e assiduo sostenitore nella regione sta ospitando i capi di vari gruppi terroristici, discutendo su come continuare più efficacemente il conflitto.

E’ chiaro che l’unica “pace” la si otterrà soltanto quando la Siria e i suoi alleati avranno sconfitto militarmente i burattini dell’Occidente sul campo di battaglia, e frenato ogni intervento militare diretto dell’Occidente accrescendo il deterrente militare venduti all’esercito siriano, oppure già portato e usato in battaglia dalle forze russe.

La sconfitta in  guerra costringe l’Occidente a falsi negoziati politici.

Mentre le truppe siriane, appoggiate dalla forza aerea dei russi, si avvicinano sempre di più al confine turco nel nord, tagliando così le linee che riforniscono i terroristi operanti in Siria, la fine della guerra si fa sempre più vicina.

L’Occidente ha reagito con un’ampia varietà di risposte. Ha cercato di ampliare il conflitto, così come di negoziare una sua fine, tentando di sfruttare quel che rimaneva della propria influenza sullo scontro attraverso le forze, sempre più deboli , dei suoi “proxy” e attraverso la minaccia di un intervento militare diretto. Ha anche cercato di avviare l’ invasione e occupazione segreta di territori sia in Iraq che in Siria nel tentativo di frantumare irrimediabilmente entrambe le nazioni prima dell’inevitabile fine della guerra.

I “dialoghi di pace” sono finalizzati semplicemente a guadagnare tempo e a contrattare risultati favorevoli prima che le loro rimanenti pedine di scambio siano spazzate via dal campo di battaglia. In altre parole, è ancora un’ulteriore distrazione volta ad ostacolare gli sforzi russo-siriani per ristabilire l’ordine in Siria e per preservare il paese come uno stato-sovrano funzionante.


Restare concentrati

Per la Siria e per i suoi alleati, rimanere concentrati è la chiave per terminare davvero il conflitto. Gli Stati Uniti si sono già rivelati infinitamente sleali. E’ stato sotto la copertura di un finto riavvicinamento degli USA alla Siria che il conflitto del 2011 è stato preparato e iniziato. E’ stato sotto la maschera di una falsa cooperazione tra Russia e USA nello spazio areo siriano che gli americani hanno istigato e aiutato la Turchia ad attaccare di sorpresa e ad abbattere un aereo da guerra russo.

E’ ragionevole pensare che ogni “trattato di pace” e ogni soluzione politica non raggiunti tramite l’uso della forza fisica, essendo questa interamente a favore della Siria e della Russia, saranno ugualmente traditi. La Siria e la Russia devono continuare ad apparire “diplomatici”, ma devono anche rimanere realisti riguardo il nemico che stanno combattendo, e, in primis, riguardo i veri motivi, intenzioni e future ambizioni che guidano questo conflitto. La pace non è mai stata parte dei piani dell’Occidente, e per questo la pace non può essere parte delle soluzioni cercate dalla Siria e dai suoi alleati.

Sconfiggere completamente le marionette dell’Occidente, riprendere controllo dei confini siriani e creare una deterrenza militare per evitare ogni intervento diretto occidentale, ivi incluse ulteriori penetrazioni nei territori di Siria o Iraq da parte della Turchia, di Israele o di qualsiasi altra marionetta occidentale presente nella regione, sono le uniche condizioni per poter stringere un qualche “trattato di pace” con l’Occidente.

Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica, specialmente per la rivista online New Eastern Outlook”, basato a Bangkok.

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Articolo di Tony Cartalucci pubblicato su Land Destroyer il 22 Gennaio 2016
Traduzione in Italiano a cura di Gregorio Ventura per Sakeritalia.it