Nessun evento promettente ha fallito completamente nel mantenere le sue promesse quanto l’ottimistica Primavera Araba. Dieci anni fa, massicce dimostrazioni di protesta, che hanno preso il via in Tunisia e sono rapidamente arrivate in Egitto, sono state accolte come foriere di una democrazia che investe il Medio Oriente come un grande blitz della storia.

Non è andata così. Il risultato è stato avvilimento in Tunisia, regime militare imposto in Egitto, la distruzione della Libia come nazione vitale, guerra infinita e fame in Yemen, Siria in rovina, ma neanche un graffio alle nazioni più autocratiche della regione, a partire dall’Arabia Saudita e dal Qatar.

La Libia ha dato la prova decisiva che “sbarazzarsi di un dittatore” non trasforma automaticamente un paese in una nuova Svizzera.

Una lezione da trarne è che, quando si tratta di provare ad unificare e modernizzare stati nazionali relativamente nuovi (specialmente nel contesto ostile del Medio Oriente), i difetti dei modi di governo in via di sviluppo devono qualche volta affrontare gruppi antagonisti, tribali, etnici e religiosi. Se il guscio si rompe, quello che viene fuori può essere il caos al posto delle ordinate e pacifiche rivalità di partito della democrazia rappresentativa occidentale (una prassi politica piuttosto recente nella storia umana).

Democrazia & Rivoluzione

Tale prassi è stata più un prodotto della crescita evolutiva del potere e dell’influenza economica della borghesia nella società occidentale che una rivoluzione violenta, sebbene il processo abbia implicato violente rivolte in Francia e nelle colonie americane dell’Impero Britannico. Ma per tutto il XX secolo, la rivoluzione non è stata associata all’istituzione dei sistemi elettorali (la democrazia come viene intesa attualmente) ma piuttosto all’andare oltre tale “democrazia formale” al fine di introdurre un cambiamento nel sistema economico, vale a dire il socialismo.

Questo era quello che avevano in mente i movimenti rivoluzionari, in particolare quelli etichettati come anarchici e trotskisti. In realtà, una rivoluzione vera e propria non è un evento che capita spesso. Dato che in Occidente la prospettiva di una tale rivoluzione sociale è svanita, i rivoluzionari occidentali hanno cominciato a salutare ogni movimento contro gli esistenti Stati non-occidentali come rivoluzionari, progressisti e, se non socialisti, almeno “democratici”.

Questi rivoluzionari, spesso accademici, formano una tifoseria che incoraggia una rivolta antigovernativa dietro l’altra: per i “Kosovari” in Serbia, per i Curdi ovunque, per i Ceceni quando questi facevano saltare in aria i teatri e le scuole in Russia, per i manifestanti libici di Bengasi (che di fatto erano dei fondamentalisti islamici, contrariamente a quanto riportato al tempo), per gli Uiguri oggi.

Il 27 marzo la tifoseria rivoluzionaria delegata ha celebrato il 10° anniversario della guerra in Siria sostenendo una dichiarazione [in inglese] di 65 esiliati siriani, molti dei quali accademici di università occidentali, oppositori di lunga data del partito Baath al governo in Siria.

Gilbert Achcar nel 2014. (Tiq, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

L’accademico franco-libanese Gilbert Achcar ha guidato la raccolta di più di 300 firme di sostenitori provenienti da numerosi paesi. L’essenza del messaggio era di condannare gli scrittori indipendenti americani e di altri paesi occidentali contrari alla guerra, che non hanno sostenuto la rivoluzione siriana che non è mai iniziata.

Perché, in effetti, la rivoluzione democratica siriana con cui questi esiliati si identificano, non è mai avvenuta. Manifestazioni e repressione non fanno una rivoluzione. Quegli eventi scatenanti all’inizio del 2011 sono stati rapidamente dirottati da ribelli armati, sostenuti da una serie di poteri esterni che aspiravano ad utilizzare i disordini per fare a pezzi la Siria, un obiettivo politico a lungo termine di Israele che non incontra l’opposizione di Arabia Saudita, Qatar, Turchia… o di altri amici di Washington. Il regime nazionalista arabo in Siria è nella loro lista nera da decenni.

I 65 firmatari siriani vivono in paesi occidentali. Il loro testo presenta chiaramente la Siria come una dicotomia tra loro stessi (che si oppongono al regime) e Bashar al Assad. Accusano gli scrittori contrari alla guerra di sostenere Assad e di “disumanizzare” il popolo siriano ignorando loro stessi, individui che in passato si sono opposti al regime di Assad e ne hanno pagato le conseguenze.

Ma il vero conflitto che c’è oggi in Siria non è tra Bashar al Assad e i 65 intellettuali in esilio. Proclamare “sostegno” agli intellettuali occidentalizzati oppositori di Assad è totalmente irrilevante nell’attuale situazione. Gli esuli potrebbero a ragione dare la colpa alla CIA, che ha speso miliardi di dollari ogni anno, in combutta con l’Arabia Saudita, nell’operazione segreta Timber Sycamore, armando e addestrando i ribelli islamici contrari al secolarismo del partito Baath, i quali hanno fatto dell’opposizione ad Assad la loro unica causa.

Marines americani e soldati dell’esercito giordano mentre collaborano ad Amman (Giordania) nell’Operazione Timber Sycamore, settembre 2016 (U.S. Military, Wikimedia Commons)

La Siria ancora sotto attacco

Delle parti della Siria oggi sono ancora sotto l’ostile occupazione degli islamisti sostenuti dai Turchi nelle aree intorno a Idlib nel nord-ovest, degli Stati Uniti nelle regioni produttrici di petrolio nel nord-est, e di Israele nelle alture del Golan. Per sicurezza, di tanto in tanto Israele bombarda la Siria.

Il paese viene strangolato di proposito dalle sanzioni americane.

Niente di tutto questo viene menzionato dagli esuli siriani, che si sentono offesi dagli scrittori “sedicenti anti-imperialisti” che invocano la fine delle sanzioni che privano di cibo, di medicine e di altri generi necessari per vivere i Siriani che vivono nel loro paese.

La democrazia può essere portata in una nazione solo dal suo stesso popolo. Tuttavia, in molti paesi figure di opposizione vengono incoraggiate dal National Endowment for Democracy e da canali meno scoperti a farsi piacere il fatto che il sostegno americano possa aiutarle a sbarazzarsi dei governanti che odiano, e persino a dargli un ruolo nel nuovo regime. Tali figure erano attive durante l’invasione dell’Iraq e nella distruzione della Libia. Nell’attuale situazione, la cosa principale che possono fare questi esuli siriani filo-occidentali per richiedere questo sostegno, è usare il loro status di vittime per attaccare i critici della politica estera americana.

Hanno permesso di farsi radunare a tale scopo, e hanno dato il via ad una diatriba prendendo di mira molti dei più integri e informati critici della politica di guerra degli Stati Uniti. Il testo iniziale citava i nomi di chi fa giornalismo d’inchiesta, come Max Blumenthal, Aaron Maté, Ben Norton, Rania Khalek, Caitlin Johnstone, Jimmy Dore, Antiwar.com, Kim Iversen, Mint Press News, Consortium News e molti altri. Questi nomi sono stati cancellati da Achcar per fare in modo che Noam Chomsky aggiungesse la sua prestigiosissima firma. 

Aarom Maté di The GrayZone racconta che Chomsky ha difeso il fatto di aver firmato dicendo che senza i nomi la lettera è semplicemente “un’astratta dichiarazione di principio” ed “esprime un sostegno generale al popolo”.

Ma quale popolo? Riducendo la Siria ad una questione tra loro e Assad, gli intellettuali in esilio liquidano come insignificanti milioni di Siriani che vivono in Siria, i quali, seppur critici nei confronti del loro governo, lo sostengono, preferendolo al caos o alla presa del potere di fanatici islamisti. Il sostegno a questi esuli siriani implica un attacco agli scrittori che stanno facendo proprio ciò che storicamente faceva Chomsky: dare la precedenza alla critica del proprio governo, su cui si può in teoria esercitare influenza, invece di tentare di influenzare la politica di paesi stranieri.

Questa lettera dichiara che le critiche sul coinvolgimento americano in Siria sono 1) motivate dal “sostegno ad Assad” e 2) influenzate in qualche modo dall’allineamento con Russia e Cina. Nessuna prova o esempio viene fornito a sostegno di queste affermazioni totalmente inverosimili. Non si fa alcun accenno a Turchia, Arabia Saudita e Qatar, mentre viene minimizzato il coinvolgimento americano:

“Ma l’America non è rilevante in ciò che è accaduto in Siria, nonostante le dichiarazioni di queste persone. L’idea che lo sia in qualche modo, malgrado tutte le prove contrarie, è un effetto collaterale di una cultura politica provinciale che insiste sia sulla rilevanza del potere americano a livello globale sia sul diritto imperialista di identificare chi siano i “buoni” e i “cattivi” in ogni dato contesto”.

Questa è una affermazione straordinariamente priva di senso. Gli Stati Uniti siedono sul petrolio siriano, lasciano che venga travasato in Turchia, fanno di tutto per impedire la ricostruzione, ma non sono “rilevanti” in quello che è accaduto in Siria. E, a quanto pare, ci vuole una “cultura politica provinciale” per notare la “rilevanza del potere americano a livello globale”.

E qual è il “principio” che qui viene difeso? Gli scrittori cattivi vengono accusati di sostenere “uno status quo disfunzionale e di impedire lo sviluppo di un approccio verso la politica globale realmente progressista e internazionale, così disperatamente necessario, date le sfide planetarie nel dare risposta al riscaldamento globale”.

Eh? Cosa diavolo significa? Cos’è questo “approccio verso la politica globale realmente progressista e internazionale” che desiderano così tanto?  Che cosa otterrebbero e come? Non ne ho idea.

La diatriba si chiude con:

Questo è l’“anti-imperialismo e la “sinistra” di chi è senza principi, degli apatici e degli sciocchi, che appoggia il disfunzionale stallo internazionale mostrato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Speriamo che i Iettori di questa lettera si uniscano a noi nell’opporvisi”.

Questo attacco disonesto e incoerente ai veri scrittori indipendenti e anti-imperialisti arriva in un momento in cui l’aggressività di Washington sta raggiungendo nuovi livelli di intensità, e molti scrittori contrari alla guerra affrontano sempre più frequenti tentativi di marginalizzazione e anche di censura. E’ proprio il momento di marchiarli con l’etichetta di “anti-imperialismo degli sciocchi”.

Per rispondere agli etichettatori nella loro lingua, lasciatemi dire che i promotori di questa spregevole lettera si stanno cimentando nell’imperialismo degli idioti. Lo stratagemma è ingannare le persone mostrandogli l’imperialismo in così tanti luoghi da non fare più effetto. Gli Stati Uniti hanno un budget per spese militari superiore a quello di tutti i suoi maggiori avversari e alleati messi insieme, hanno quasi un migliaio di basi in tutto il mondo, distruggono paesi uno dietro l’altro attraverso sanzioni e sovversione, vogliono chiaramente cambiare i regimi in Russia e in Cina e giocano alla guerra nucleare ai loro confini. Le loro pretese egemoniche nel mondo sono sfacciate e spaventose.

Se però una nazione resiste a questo attacco globale, deve essere anche imperialista. Quindi, per essere un anti-imperialista approvato da Achcar, tu puoi dire cose cattive sugli Stati Uniti, ma devi ugualmente dire cose cattive su qualsiasi nazione che ha la capacità e la volontà di resistere, perché anch’essa deve essere “imperialista”. Così ti puoi congratulare con te stesso per essere un “anti-imperialista” perfettamente puro e assolutamente inutile.

No, non siamo così stupidi.

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Articolo di Diana Johnstone pubblicato su Consortium News il 7 aprile 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per Saker Italia.

[I commenti in questo formato sono del traduttore]


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