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10 nov 2018  – 13:49

 

Nonostante l’ottimo raccolto di olive, per lo più prodotte interno ad Afrin e al nord, i residenti di Aleppo devono pagare invece prezzi al consumo esorbitanti per l’olio d’oliva siriano poiché esso è spedito verso la Turchia.

 

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I buoni raccolti normalmente portano  al ribasso i prezzi dell’olio d’oliva. Sul mercato di Afrin, un contenitore di 16,5 chilogrammi di olio d’oliva si può trovare perfino a 13.000 sterline siriane [1,24 euro al litro]. I residenti di Aleppo (lontano 40 chilometri) devono sborsare 30.000 sterline siriane per lo stesso olio [2,85 euro al litro]. Perché?

 

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I gruppi armati che controllano Afrin mandano, per prima cosa, l’olio d’oliva prodotto in Turchia. L’olio d’oliva rimanente, quello che ne resta, viene mandato ad Aleppo, ma gli innumerevoli posti di blocco lungo i 40 chilometri di strada raccolgono tanti dazi da raddoppiare, almeno, il prezzo di ogni contenitore.

 

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I residenti di Aleppo si riforniscono di olio d’oliva sia dalla provincia di Afrin che da quella di Idlib. Poiché entrambe le regioni non sono controllate dal governo, gli aleppini devono sopportarne il costo. Quelli che comandano i posti di blocco si stanno intascando grosse somme di denaro per permettere il passaggio di queste merci.

 

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I tassi di inflazione sulla maggior parte dei beni fondamentali continuano a crescere, specie per quelle del paniere dei beni di consumo, mentre gli stipendi sono per lo più stagnanti. Sembra non esserci fine alla diminuzione dello standard di vita dei residenti che vivono di stipendio fisso. I numeri, semplicemente, non quadrano.

 

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Combattere la corruzione in questa economia di guerra è praticamente impossibile. Lo stipendio mensile di un impiegato statale si aggira sulle 45.000 sterline siriane [77 euro]. Una famiglia di cinque persone ne necessita di almeno 250.000 [428 euro]. C’è solo un modo per tappare il buco. E i prezzi continuano a salire per ogni incremento del tasso di cambio col dollaro.

 

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Il nord della Siria, quello non in mano al governo, esercita ulteriori pene sui residenti, i quali odiano dover pagare i dazi ogni volta che devono farvi un viaggio o necessitano delle sue merci. La perdita di Afrin, grosso centro commerciale, ha dato una mazzata all’economia di Aleppo.

 

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Proprio questa settimana, quando il tasso di cambio col dollaro è cresciuto da 430 a 470 sterline siriane, il prezzo al consumo di un sacco di cemento è cresciuto di colpo da 1.200 a 1.600 sterline siriane [da 2,05 a 2,74 euro]. Con stipendi ed entrate piatti, l’inflazione si sta portando via gli standard di vita di gran parte dei residenti, specialmente quelli più poveri.

 

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Mentre Putin continua ad attendere la decisione di Erdogan su Idlib, ricordiamoci che i siriani hanno perso sia i loro più grandi campi petroliferi, caduti nelle mani dei curdi e degli statunitensi, sia le risorse idriche dell’Eufrate. Sembra che il raccolto record di olive di quest’anno non arriverà ai residenti siriani, dopotutto.

 

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Qui [in turco], @OperationAfrin ci fa vedere come ci si aspetta di raccogliere 80.000 tonnellate di olive nella provincia di Afrin, in cui la Turchia ha messo in piedi una unità per aiutare a trasferire la produzione a Hatay, prima che sia processata e spedita in Europa.

 

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Le infrastrutture della Siria sono state obliterate da questa guerra. Adesso, il poco di prezioso che rimane nelle risorse naturali sembra essere alla mercé dei vari attori unitisi a questa guerra per i loro interessi economici e geopolitici. Una parte continua a pagarne il prezzo: i poveri cittadini siriani.

 

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Accogliere 4 milioni di rifugiati, al costo di 30 miliardi di dollari all’anno, contro 80.000 tonnellate di olive grezze, da cui ricavare più di 10 milioni di litri di olio d’oliva: sembra una vera storia di sfruttamento. Nota bene: la Turchia raccoglie circa 250.000 tonnellate di olive ogni anno.

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Serie di tweet di EHSANI2 su Twitter pubblicata il 10 novembre 2018
Traduzione in italiano di Fabio_San per SakerItalia

[le note in questo formato sono del traduttore]

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