Ci sono due nuovi sviluppi sul fronte siriano. Lo Stato Islamico ha improvvisamente cambiato tattica ed il Presidente turco Erdogan ha nuovamente cambiato il suo indirizzo politico.

Nelle ultime 24 ore, si sono rapidamente susseguiti annunci di vittorie contro lo Stato Islamico (ISIS).

  • Le forze curde al soldo degli stati Uniti nella Siria Orientale (SDF) hanno annunciato di aver raggiunto la sponda nord dell’Eufrate fra Raqqa e Deir Ezzor. Questo taglia la linea di comunicazione dell’ISIS fra le due città.
  • Le forze turche ed i loro mercenari, i “ribelli siriani”, stavano attaccando Al-Bab, ad est di Aleppo, da almeno quattro mesi. Avevano fatto ben pochi progressi ed avevano subito perdite pesanti. Ieri sera, hanno fatto improvvisamente irruzione nella città ed oggi ne hanno assunto il controllo. Diverse fonti affermano che sarebbe stato raggiunto un accordo fra le forze turche e quelle dell’ISIS, affinché queste ultime potessero uscire da Al-Bab incolumi e portando con sè le armi personali. Non si conosce ancora il prezzo pagato dalla Turchia in questo accordo.
  • A sud di Al-Bab, l’esercito siriano sta avanzando ulteriormente in direzione est, verso l’Eufrate ed ha strappato all’ISIS diversi villaggi. La mossa siriana è destinata sopratutto a tagliare la via di comunicazione fra le forze turche attorno ad Al-Bab e quelle dello Stato Islamico a Raqqa. (Questa potrebbe diventare una corsa).
  • Più a sud, un altro gruppo dell’esercito siriano si sta muovendo verso est, in direzione di Palmira.
  • Nella città, ancora più orientale di Deir Ezzor, la guarnigione dell’esercito siriano è tenuta sotto assedio dalle forze dello stato Islamico. Qualche settimana fa la situazione sembrava veramente drammatica. Tuttavia, con i rinforzi fatti affluire con gli elicotteri e con il massiccio lavoro di interdizione dell’aviazione russa, le posizioni hanno retto abbastanza bene. Negli ultimi giorni i difensori hanno stappato diverse alture ad un ISIS in ritirata.
  • In Iraq, l’esercito, la polizia e le varie milizie governative stanno avanzando nella zona sud di Mosul. Oggi, praticamente senza quasi combattere, è caduto nelle loro mani l’aeroporto a sud della città. Come dappertutto, l’ISIS ha cessato di resistere e si è ritirato. Solo una sparuta retroguardia ha offerto un minimo di resistenza.

Dal momento che l’ISIS era sotto pressione dappertutto, l’improvvisa ritirata su tutti i fronti delle ultime 24 ore è stupefacente e lascia sottintendere una qualche forma di sincronismo . Deve essere stato impartito un ordine dal comando centrale per il ritiro nelle aree più fortificate di Raqqa in Siria e di Mosul-sud in Iraq.

L’ISIS non ha però nessuna via di fuga da queste zone. Mosul è completamente circondata e Raqqa è praticamente isolata. Dopo i massacri commessi ovunque, i combattenti dell’ISIS non possono aspettarsi nessuna pietà. Si sono fatti nemici dappertutto e, a parte qualche religioso radicale (saudita), non c’è più nessun amico che possa aiutarli. E’ perciò improbabile che le recenti ritirate siano i segnali di una resa. L’ISIS continuerà a combattere fino a che non sarà completamente distrutto. Ma, per adesso, i capi dell’ISIS hanno deciso di conservare le forze. Ci si chiede che cosa hanno in mente di realizzare come loro ultima, gloriosa rappresentazione. Un genocidio dei civili nelle città occupate?

Quando, alla fine del 2016, si poteva già intravvedere ad Aleppo-est la sconfitta delle forze mercenarie dei “ribelli siriani”, il Presidente turco Erdogan era passato dall’appoggio ai gruppi radicali nel nord-ovest della Siria ad un atteggiamento più accondiscendente verso la Siria ed i suoi alleati, la Russia e l’Iran. La mossa veniva dopo mesi di incoraggiamento da parte della Russia e dopo che i diversi tentativi di Erdogan di ottenere un maggior sostegno da parte degli Stati Uniti erano falliti. Alla fine di dicembre iniziarono i colloqui di pace fra Russia, Turchia ed Iran, da cui erano rimasti esclusi gli USA e l’UE.

Dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, la posizione turca è però nuovamente cambiata. Erdogan è tornato a  scommettere su un intervento americano importante in Siria, che favorirebbe i suoi piani originari di insediare in Siria un governo islamico, controllato dalla Turchia.

Ankara vede oggi che Trump si comporta in modo aggressivo contro l’Iran e benedice l’Arabia Saudita. Perciò Erdogan ha assunto una nuova posizione: si nasconde dietro l’Arabia Saudita ed imita l’ostilità americana nei confronti dell’Iran, dichiarandosi, di conseguenza, contrario al Presidente siriano Bashar Assad.

La nuova posizione turca è stata confermata dalla visita del senatore americano John McCain allo YPG curdo ed alle Forze Speciali americane a Kobani. McCain è arrivato attraverso la Turchia. Una precedente visita allo YPG da parte dell’inviato speciale americano Brett McGurk era stata condannata da Ankara. Senza un accordo più ampio, una simile buffonata da parte di McCain non sarebbe stata possibile.

Gli Stati Uniti in Siria sono alleati dello YPY, che a sua volta è fratello di sangue del PKK curdo in Turchia, che il governo turco combatte da decenni. Le forze dello YPG sono truppe di fanteria leggera valide ed affidabili. Collaborano con le Forze Speciali degli Stati Uniti e sono ben considerate.

I Turchi si sono offerti di inviare proprie truppe di terra, insieme a forze saudite, per liberare Raqqa dall’ISIS <LOL>. La competenza di cui dà prova l’esercito saudita nello Yemen, unita alla bravura dell’esercito turco nell’operazione “Euphrates Shield” in Siria, sarà sicuramente apprezzata dalle forze armate americane. </LOL>

Ma in gioco ci sono interessi strategici ancora maggiori e un qualche tipo di accordo è stato raggiunto fra Stati Uniti, Turchia ed Arabia Saudita:

L’improvviso cambiamento della posizione turca è avvenuto dopo una lunga conversazione con il Presidente americano Donald Trump e la visita del capo dell’agenzia di intelligence americana (CIA). C’è stato un rimescolamento di carte, che ha portato Ankara a mutare nuovamente rotta sul caso siriano.

La nuova intesa turco-americana, che rinsalda il ponte fra Erdogan ed il vecchio alleato statunitense, si basa sull’escalation dell’ostilità nei confronti dell’Iran e sul (ri)stabilimento di un “asse sunnita”, guidato dal Presidente turco. Questo comprende il ristabilimento di una zona di sicurezza in Siria come preludio ad una spartizione dello scenario (siriano).

Questo è essenzialmente un ritorno alla posizione assunta dall’amministrazione Obama nel 2011/2012. La lezione di allora deve essere nuovamente imparata. I segnali che arrivano ora dall’esercito americano parlano dell’introduzione di ulteriori forze regolari terrestri in sostegno alle truppe mercenarie degli Stati Uniti e di una probabile enclave protetta dagli Americani nella Siria orientale. Lo YPG è l’unica forza in conto terzi affidabile a disposizione degli Stati Uniti e, per poter prendere Raqqa, deve disporre di armi pesanti. In ogni caso, in Medio Oriente, gli scarpone americani sul terreno non sono mai stati una soluzione. Sono una garanzia per un’estensione dei combattimenti e per un eventuale fallimento.

Questa visione strategica è contraddittoria. Gli Stati Uniti vogliono combattere le forze radicali sunnite che i Sauditi coccolano e fanno crescere. Anche se l’ISIS ne risultasse indebolito, forze simili stanno già crescendo in Iraq. Ogni strategia anti-radicale fatta in cooperazione con i Sauditi è destinata a fallire.

E’ impossibile far combattere dalla stessa parte la Turchia e lo YPK/PKK, con o senza la visita di McCain. Gli Stati Uniti perderebbero l’unico loro alleato affidabile in Siria, se dovessero far causa comune con Erdogan nella battaglia per Raqqa. Ogni “zona di sicurezza” nel nord della Siria controllata da Turchi ed Americani, in funzione anti-curda, verrebbe attaccata da tutti gli altri gruppi presenti sul terreno. Ogni base americana in Siria diventerebbe il bersaglio delle diverse forze, regolari ed irregolari. Sul lungo periodo, questi nuovi progetti sono destinati al fallimento ed è improbabile che l’ultima giravolta di Erdogan possa dare dei frutti.

Ma, nel frattempo, possiamo aspettarci ancora spargimenti di sangue ed altri combattimenti in Siria. Come commenta Elijah Magnier:

La politica americana in Siria, senza alleati forti sul terreno, sembra essere frenetica ed esagerata e non è in grado, solo con i suoi alleati curdi, di riprendersi le città dall’ISIS. E la “luna di miele” fra Washington e Riyad avrà certamente un notevole impatto negativo sulla guerra in Siria. Questo contribuirà ad avvicinare la Russia all’Iran, ma ci si aspetta anche un incremento delle tensioni fra Stati Uniti e Russia: una parte (gli Stati Uniti) vuole la spartizione e l’altra (la Russia) vuole una Siria unita, senza al-Qaeda e l’ISIS, senza una Turchia che occupa il nord della Siria e senza un’Arabia Saudita che vuole un ritorno a Bilad al-Sham [la “Grande Siria”]. A questo punto è difficile immaginare dove porterà questo scontro sul terreno siriano fra obbiettivi incompatibili fra loro.

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Articolo pubblicato da Moon of Alabama il 23 febbraio 2017
Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it