Per coloro che hanno sostenuto Donald Trump come migliore alternativa a Hillary Clinton, l’incontro a Davos del presidente americano con l’israeliano Bibi Netanyahu dovrebbe aver ora stimolato un forte conato. Come ha fatto l’America a cadere in un simile stato? A diventare un feudo di Israele? Trump non solo ha voltato le spalle alla sua gente, ma sta anche dimostrando al mondo che l’arroganza di Bill e Hillary Clinton può essere superata. Trump non è solo un cane sciolto: l’individuo in questione si comporta come un uomo posseduto dai demoni, frastornato dal suo stesso narcisismo o come un fantoccio controllato dall’1%.

Dopo aver stupito gran parte del mondo nominando Gerusalemme capitale di Israele, a Davos Donald Trump e Bibi Netanyahu sembravano i cattivi dell’iconografia del passato. Questo articolo di Haartz [in inglese] ci racconta come Trump e Netanyahu hanno (letteralmente) “tolto Gerusalemme dal tavolo della negazione”, dove il tema è la pace tra Israele e palestinesi. Quindi il presidente americano ha continuato a strigliare i palestinesi perché non si sono inchinati e non hanno baciato i piedi del vice presidente Mike Pence, per conto dei leader americani che sono completamente a favore di Netanyahu in merito alla farsa di Gerusalemme. E per suggellare l’arrogante e borioso momento prima dell’incontro dei potenti a Davos, Trump ha minacciato i palestinesi con il ritiro di ulteriori aiuti (gli Stati Uniti li hanno già ridotti), nel caso gli umili abitanti del deserto non si entusiasmassero per ogni movimento intestinale dell’amministrazione Trump. In sintesi: dai tutto a Israele o muori. Ora, la mia attuale valutazione di Trump è cambiata in “attenzione, l’individuo è una bomba a orologeria”.

La situazione in Medio Oriente è questa. Siamo nella fase finale di una profezia e di un piano fatti secoli fa, un piano per alla fine imbrogliare, prendere in giro, reprimere, rovinare, conquistare e persino sradicare ogni Goyim [non ebreo] (vedi le scritture ebraiche per la nazione) dalla faccia della terra. Nel caso della Palestina, questo vuol dire persone malate e affamate a Gaza, prigionieri della Cisgiordania e qualunque palestinese nomade che si aggiri vicino ad Israele. Quando l’anno scorso il presidente Trump ha annunciato che Gerusalemme sarebbe stata proclamata capitale di Israele e che l’ambasciata USA si sarebbe spostata da Tel Aviv, ci sono state proteste in tutto il Medio Oriente. Ma è ben noto che a “The Donald” non piace quando le persone sono in disaccordo con lui, quindi ora sta usando il più alto incarico sulla Terra per mettere “sul tavolo” i soldi, la reputazione e persino il sangue americani, in modo tale che il gruppo di Bibi Netanyahu possa governare la Palestina (e altro). Chiunque non veda ciò che sta succedendo, semplicemente non sta guardando. Ma c’è molto, molto di più che ho scoperto durante le mie ultime ricerche.

Come molti di noi, l’ambasciatore palestinese presso le Nazioni Unite, Husam Zomlot, ha capito subito che nel regime di Trump le relazioni dei palestinesi con il nuovo presidente erano “molto promettenti” ma fino all’ultima mossa unilaterale del presidente americano. Capiamoci, Trump non ha tolto Gerusalemme dal tavolo delle trattative, ha proprio trascinato fuori dalla stanza l’intero tavolo quando ha consegnato la città santa a Netanyahu. Zomlot ha detto ai giornalisti quanto aveva detto a Trump:

Non hai tolto Gerusalemme dal tavolo, hai rimosso l’intero tavolo. Nessun palestinese vi si siederà.

Considerate questo. Se Zomlot non sta mentendo e se Donald Trump ha davvero ingannato Abbas, l’America ora può essere vista solo come la più grande nazione sulla Terra che pugnala alle spalle. Ma per quanto riguarda la finalità più ampia? Nessun presidente americano fa delle mosse così radicali senza aver prima definito ogni mossa rispetto ad una scacchiera più grande. A meno che Trump non sia uno stupido fantoccio, questa mossa palestinese è una mossa calcolata. Calcolata per dare all’America una leva, dove la leva della Siria è stata rimossa dalla Russia, forse. La testata Sputnik News [in inglese] mi ha intervistato qualche giorno fa riguardo la “mano” americana in Siria. Al centro di questa discussione c’era la dichiarazione del Segretario di Stato Rex Tillerson che evidenziava che gli Stati Uniti hanno bisogno di mantenere una presenza militare in Siria a seguito della sconfitta di Daesh (ISIS/ISIL) e che significato ha. Ho dichiarato a Sputnik che “essere presenti sul terreno e affrontare l’opposizione alla sfida sono le carte che rimangono da giocare”, il che evidenzia le limitate opzioni di strategia che hanno USA e Israele.
Ma ora vediamo il team di Trump che crea ulteriori leve e pezzi di gioco con le provocazioni in Palestina.
E’ chiaro che questa squadra di lottatori otterrà ciò che vuole, o il caos e i disordini che indeboliscono gli avversari. E i palestinesi sotto gli stivali degli israeliani sono già un gruppo decimato da decenni di disperazione. Quando il mondo capirà che la vittima è quella che sta sanguinando a terra?

Gli americani devono solo muoversi e sbarazzarsi delle strategie estere statunitensi e del sostegno cieco ed estremista di Israele in ogni questione.  E’ evidente che le ultime mosse di Trump sono progettate per far salire la tensione nella regione al fine di giustificare una maggiore presenza americana nella regione stessa. Con il Segretario di Stato Rex Tillerson che chiede che le truppe rimangano nella Siria orientale, non è difficile immaginare il perché i palestinesi, la Siria e l’Iran siano stati provocati.
Vladimir Putin e la Russia hanno sventato lo scenario del cambio di regime di Assad, quindi un conflitto più ampio è l’unico trucco rimasto nel cilindro dell’egemonia americana. La stampa di propaganda occidentale sta starnazzando di “non abbandonare gli alleati curdi” da quando la Turchia è intervenuta in Siria, ma la verità delle forze curde alleate con la coalizione americana per spodestare Assad, è la chiave del ruolo americano nella regione.

Ralph Peters scrive [in inglese] sul New York Post di “non abbandonare i curdi alla pietà del tiranno turco”, in un articolo che rispecchia la narrativa del Dipartimento di Stato americano. L’essenza di questo è che l’America è stata dietro ai curdi per un quarto di secolo e che:

“senza la presenza dei curdi sul territorio, noi non avremmo fatto gli ampi progressi che abbiamo ottenuto contro il califfato dello Stato Islamico”.

Peters continua, e confronta i curdi con gli israeliani per il loro giustificato diritto alla propria terra. Il linguaggio senza senso dell’autore è disgustoso per chiunque conosca la vera ragione di un Kurdistan separato. Facciamo chiarezza. Al governo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, Israele, Francia, Germania o qualsiasi altra cosiddetta democrazia occidentale, non interessa minimamente quella gente che vive nei deserti del Medio Oriente. Che cavolo, agli americani non interessa minimamente la loro brutta situazione: è indiscutibile se si pensa a ciò che Israele sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, o a ciò che sta facendo l’Arabia nello Yemen! Come ho detto, leviamoci i guantoni. Trump, il suo Segretario di Stato Exxon, gli israeliani, i londinesi, la Total francese ecc., vogliono tutti un Kurdistan per due ragioni:  si trova dove risiede gran parte del petrolio e del gas in Siria, e gli Stati Uniti voglio creare un alleato, a seconda, contro Assad, contro la Russia e contro la Turchia. Tre mesi fa la Reuters [in inglese] ci ha fornito gli unici fatti di cui avevamo bisogno per determinare gli interessi degli Stati Unit in Siria, quando cioè i curdi e le Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno strappato al controllo dell’ISIS il più grande giacimento di petrolio della Siria, sotto il controllo aereo degli americani. E’ stata semplicemente una mossa per conquistare quei giacimenti prima che lo facesse la Russia e l’esercito regolare siriano. Non vi meravigliate quando si legge un anno dopo la “Corsa verso Al-Omar” scritto da un qualche generale in pensione. Tutto questo è largamente compreso come dimostra questo articolo sulla testata Veterans Today [in inglese].

Per quanto riguarda Donald Trump, presidente e miliardario, non c’è molto a cui un individuo nella media si possa aggrappare quando si parla di “buono”. La stampa è stata negativa come al solito sul suo viaggio a Davos e, per una ragione, io non ci credo. Trump che appariva a suo agio nella élite mondiale dei soldi, e il suo comportamento abbastanza dimesso, non era ciò che ha riportato il mainstream. Le persone che stavano a Davos erano tranquille non per le rassicurazioni di Trump, ma perché lui è uno di loro. Trump è stato messo in quell’incarico da queste persone, non importa quanto possano sembrare sprezzanti. Ross Barkan del The Guardian lo inquadra perfettamente:

È facile vedere Trump come un semplice presidente del caos. È un tiranno meschino, un fanatico con la dipendenza per la TV. Eppure lui è di casa a Davos perché è il presidente di quell’1% che combatte per la stessa gente. Crede nel taglio delle tasse per i ricchi, abroga quante più leggi possibili favorevoli ai consumatori e all’ambiente, e liberalizza l’economia.

Quello a cui stiamo assistendo, io credo, è il più elaborato circo mai presentato all’umanità. Trump come “bravo poliziotto”, insultato da quelli che volevano Hillary e criticato dai miliardari di cui era amico o socio in affari sul campo da golf prima di entrare in politica. Trump è il piano “B” nel caso in cui la seconda svendita dei Clinton non fosse stata scelta. E perché è così pericoloso per l’umanità? Beh, perché sono così pericolose le persone di Davos e Bilderberg che lo gestiscono. Ma questo lo sapete già.

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Articolo di Phil Butler pubblicato su New Eastern Outlook 7 febbraio 2018
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per SakerItalia.

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