Pubblichiamo, nel settantaseiesimo anniversario della battaglia di Nikolaevka, questo pro memoria del nostro autore Marco Trombino sulla tragica spedizione militare italiana in Unione Sovietica nel corso della seconda Guerra Mondiale. 

Il 22 Giugno 1941 la Germania nazista diede inizio alla campagna militare denominata Operazione Barbarossa, volta alla conquista dell’Unione Sovietica. Il governo Mussolini, non volendo essere da meno dell’alleato tedesco ed essendo alla ricerca di riscatto dopo i tragici rovesci militari in Africa e in Grecia, decise di prendere parte all’azione e allestì un contingente militare col nome di Corpo di Spedizione in Russia (CSIR). Il contingente era inizialmente composto dalle divisioni Torino, Pasubio e Duca d’Aosta.

Dopo una prima avanzata il fronte coperto dal CSIR si stabilizzò e l’anno successivo (1942) si rese necessario ampliare le unità, con l’aggiunta tra l’altro di alcuni Corpi d’Armata alpini. Si venne a formare così l’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia, cui presero parte – non vanno dimenticate – unità corazzate, di artiglieria, il Genio pontieri, l’Aviazione e perfino unità di Marina.

L’inclusione degli Alpini nel contingente era finalizzato a facilitare l’avanzata delle forze dell’Asse nel Caucaso, di cui si credeva imminente la conquista. Invece, l’ARMIR si trovò, nell’inverno del 1942, a difendere un fronte in piena pianura sulle rive del fiume Don.

Il giorno 17 Dicembre scattò una controffensiva sovietica che, in capo ad un mese, intrappolò l’ARMIR quasi interamente in una sacca.

Per le divisioni alpine, che non avevano mai ceduto di fronte agli assalti nemici (risulteranno essere le uniche divisioni dell’Asse a non aver mai subito una sconfitta sul fronte orientale), non rimase che incominciare una tragica ritirata verso occidente, a -40° di temperatura, senza cibo, quasi completamente senza armamenti ed esposti a ripetuti attacchi dei partigiani e dell’Armata Rossa. La tragica marcia, in cui migliaia di Italiani trovarono la morte, ebbe il suo epilogo il 26 Gennaio, momento in cui ciò che restava dell’esercito sabaudo si trovò ad affrontare le unità sovietiche che avevano ricevuto l’ordine di non permettere a nessun superstite di salvarsi; si svolse pertanto la Battaglia di Nikolaevka, durante la quale il disperato coraggio degli alpini della Tridentina, parecchi dei quali si gettarono all’assalto anche senza armi, sconcertò i soldati sovietici che abbandonarono il campo e consentirono ai superstiti il ritorno a casa.

Gli storici non sono pienamente concordi sul numero di vittime italiane della campagna. Una stima realistica si può fissare intorno agli 80.000 morti, su un contingente di 200.000 effettivi circa; tenuto presente che l’Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, perse 410.000 vite umane, civili e militari, si lascia al lettore la stima percentuale di quanto costò al nostro Paese l’avventura nelle pianure russe.

Questo capitolo della storia militare italiana è stato magistralmente descritto da alcuni celebri scrittori, tra cui ricordiamo Guido Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio“, Mario Rigoni Stern in “Il sergente nella neve” o Nuto Revelli in “La strada del davai“, nonché da alcune celebri ricostruzioni cinematografiche, tra cui “I girasoli” di Vittorio De Sica e “Italiani brava gente” di Giuseppe De Santis. Si noti che si tratta sempre di opere antecendenti al crollo del muro di Berlino. E infatti, in tempi recenti stiamo assistendo ad un progressivo oblio di questa pagina della nostra storia. I media principali citano solo raramente i fatti, relegandoli a trasmissioni ed articoli di nicchia, e le commemorazioni di battaglie come quella di Nikolaevka sono appannaggio di poche associazioni di Alpini, tenute distanti dall’attenzione della nostra opinione pubblica. Quali sono i motivi di questa dolosa disattenzione?

Un primo motivo è intuitivo e ovvio: l’ARMIR rappresentava un contingente dell’Asse, che collaborò con la Germania nazista e, sebbene i nostri soldati non si resero protagonisti di efferatezze nei confronti dei civili gravi come quelle delle famigerate SS tedesche, tuttavia militarono, come si suol dire, dalla stessa parte della barricata. E questa è una motivazione comprensibile.

Ma ne esiste un’altra, più nascosta e meno confessabile. Il punto è che parlare dei soldati italiani in Russia implica parlare della Russia. E proprio questo è ciò che si cerca di evitare.

Una descrizione delle gesta dell’ARMIR finirebbe sicuramente per essere contestualizzata nel più ampio scenario del fronte orientale nel Secondo Conflitto Mondiale, il che comporterebbe mettere in risalto il ciclopico sforzo che fecero le truppe sovietiche per respingere l’aggressore fascista. Parlando dell’ARMIR, non sarebbe più possibile tenere nascosti i milioni di soldati dell’Armata Rossa che sacrificarono le proprie vite, l’enorme sforzo in termini di armi e mezzi che la parte sovietica dovette sostenere, e lo spettatore a questo punto finirebbe per effettuare confronti mentali tra il ruolo che ebbe l’URSS e quello degli Anglo-Americani nel conflitto medesimo. Per esempio constatare che nella sola battaglia di Stalingrado i Sovietici persero tre volte tanto le vite umane sacrificate dagli USA in tutto il conflitto, sveglierebbe nel pubblico qualche dubbio in merito alla corrente narrazione occidentale sulla II Guerra Mondiale, volta a far credere che l’Europa sia stata liberata essenzialmente da Britannici e Americani. Potrebbe già essere sufficiente disegnare un contesto realistico della campagna Italiana in Russia per mettere in crisi il quadro storico, sfacciatamente di parte, che oggigiorno viene presentato al pubblico.

Chi subisce le conseguenze di tale – poco onesta – operazione di volontaria amnesia, sono i nostri caduti in Russia che col passare del tempo e delle generazioni rischiano di scomparire per sempre dalla memoria del proprio popolo. Ed è quindi dovere di ciascuno di noi contribuire a mantenere vivo, soprattutto nei giovani d’oggi, il ricordo di tanti ragazzi colpevoli solo di aver fatto fino in fondo, e spesso a costo della propria esistenza, il dovere a cui erano stati chiamati.

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Articolo di Marco Trombino per Saker Italia

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