Il rapporto pubblico [in Inglese] del Direttore dell’Intelligence Nazionale sul presunto [in Inglese] hackeraggio russo si apre col “giudizio chiave” che “gli sforzi della Russia per influenzare le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 rappresentano la più recente espressione del desiderio di lunga data di Mosca di minare l’ordine democratico liberale guidato dagli Stati Uniti”.

Questa è una affermazione forte, che suggerisce una sfida fondamentale e sostenuta del Cremlino alla libertà occidentale, che ricorda i primi anni della Guerra Fredda. Che una tale affermazione non qualificata e caricata ideologicamente debba aprire il rapporto, la dice lunga sulla politicizzazione della leadership della comunità dell’intelligence degli Stati Uniti; e che una tale affermazione non abbia incontrato alcuna opposizione, oltre a quella di Donald Trump, la dice lunga sul potente consenso ideologico di Washington ad un’escalation del conflitto politico e militare con la Russia.

Eppure un recente rapporto [in Inglese] delle relazioni con la Russia durante gli anni di Obama da parte dell’ex ambasciatore americano Michael McFaul – un aspro critico del Presidente Putin – smentisce la nozione che Mosca abbia sempre cercato di minare gli interessi politici degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, l’articolo di McFaul illustra i paraocchi condivisi da molti politici americani per quanto riguarda l’impatto controproducente sul comportamento russo causato dai ripetuti interventi elettorali e militari statunitensi.

Dalla cooperazione al conflitto

Scrivendo su Foreign Policy, McFaul afferma che la cooperazione russa ha permesso all’amministrazione Obama di negoziare il nuovo trattato START, che ha ridotto il numero delle testate nucleari di entrambe le parti; di applicare sanzioni economiche congiunte per fare pressione sull’Iran perché smantellasse qualsiasi capacità di produzione di armi nucleari; di aprire vie di trasporto vitali per il rifornimento delle forze NATO in Afghanistan; e di organizzare enormi affari per le grandi aziende statunitensi. La Russia ha anche collaborato ampiamente contro il terrorismo e ha convinto il regime di Assad ad abbandonare le sue scorte di armi chimiche.

Queste si possono difficilmente definire azioni di un governo con un piano a lungo termine per minare gli Stati Uniti o l’“ordine democratico liberale”. Questo ordine lo mette molto più a rischio la monarchia saudita, la cui “esportazione del rigido, bigotto, patriarcale, ceppo fondamentalista dell’Islam conosciuto come Wahabismo ha alimentato l’estremismo globale e ha aiutato il terrorismo”, per citare [in Inglese] il New York Times.

Allora, cosa è andato storto con la Russia? Come ho recentemente sostenuto [in Inglese], e McFaul lo riconosce, un importante punto d’arresto negli ultimi anni è stata l’insistenza dell’amministrazione Obama sul dispiegamento di difese antimissile in Europa orientale, che Mosca ha interpretato come una minaccia a lungo termine per il suo deterrente nucleare. Anche l’intromissione del Congresso negli affari russi tramite l’imposizione delle sanzioni contro presunti violatori dei diritti umani ha irritato il Cremlino, ma questi problemi non sono stati fatali, insiste McFaul.

Invece, sostiene McFaul, la colpa è stata della reazione paranoica di Putin alla vista della “gente comune che dimostrava in piazza per chiedere maggiori libertà e democrazia” durante la Primavera araba, le elezioni russe del 2011, e poi in Ucraina. “La risposta di Putin a quegli eventi, prima con l’annessione della Crimea e poi con l’intervento a sostegno dei ribelli in Ucraina orientale, ha terminato per sempre la nostra capacità di collaborare”, sostiene.

McFaul scrive che Putin aveva “teorie folli” sul “sostegno finanziario americano ai leader dell’opposizione russa e alle loro organizzazioni”, e sulla responsabilità americana nei cambiamenti di regime, più in generale in Medio Oriente e in Ucraina.

“Abbiamo cercato di convincere Putin e il suo governo del contrario. Abbiamo spiegato che la CIA non finanziava manifestanti al Cairo, a Mosca, o in Ucraina… Ma la teoria di Putin sul potere americano – radicatasi in lui molto tempo fa quando era ufficiale del KGB (e confermata, va ammesso, dalle precedenti azioni americane in Iran, America Latina, Serbia e Iraq) – è stata riconfermata dagli eventi durante la Primavera araba e, soprattutto, per le strade di Mosca nell’inverno del 2011 e nella primavera del 2012”.

“Secondo lui, le persone non si ribellano in modo indipendente e spontaneo per chiedere maggiore libertà. Esse devono essere guidate per forza, e l’amministrazione Obama è stata la mano invisibile. Su questo, siamo profondamente in disaccordo; le nostre relazioni bilaterali non si sono mai risollevate”.

Anche i paranoici hanno nemici

Il riconoscimento sottinteso di McFaul delle passate complicità degli Stati Uniti nei cambiamenti di regime in tutto il mondo è sollevante. Ma egli respinge come “inventata” la prova documentata che l’amministrazione Obama ha anche cercato di rovesciare i regimi nei settori di interesse russo con risultati catastrofici.

In Libia, per esempio, Putin rimase inorridito quando Obama violò palesemente il suo mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per proteggere i civili durante la guerra civile del 2011. Quel marzo, il Presidente Obama ammise [in Inglese] che “un allargamento della nostra missione militare perché includa un cambio di regime sarebbe un errore”. Un mese più tardi dichiarò [in Inglese], con i leader di Francia e Gran Bretagna, “il Colonnello Gheddafi se ne deve andare, e una volta per tutte”.

Un recente rapporto parlamentare britannico [in Inglese], che condannava quel fondamentale cambiamento di missione, ha accusato la campagna militare occidentale di aver innescato “il collasso politico ed economico della Libia, guerre tra milizie e tribù, crisi umanitarie e di migranti, diffuse violazioni dei diritti umani, la diffusione delle armi del regime di Gheddafi in tutta la regione e l’ascesa dell’ISIL in Nord Africa”.

McFaul è altrettanto silenzioso sulla promozione da parte di Obama di un cambiamento di regime in Siria, alleata di lunga data della Russia. Freschi del loro disastro in Libia, Obama e i suoi due partner europei hanno dichiarato [in Inglese, registrazione necessaria] nell’agosto 2011 che “è giunto il momento che il Presidente Assad si faccia da parte”.

La loro dichiarazione è arrivata quattro mesi dopo che il Washington Post ha riferito [in Inglese, registrazione necessaria] che Obama aveva continuato un programma segreto dell’amministrazione Bush per finanziare gli Islamisti siriani che erano impegnati in “una lunga campagna per rovesciare il leader autocratico del paese, Bashar al-Assad”. Cinque anni e mezzo milione di morti dopo, McFaul può davvero dipingere Putin come paranoico riguardo ai cambiamenti di regime?

Le elezioni russe del 2011

McFaul liquida come irrazionale anche la rabbia di Putin [in Inglese] sul presunto intervento di Washington nelle elezioni parlamentari russe del 2011, che un ostile [in Inglese] Segretario di Stato Hillary Clinton aveva bollato come truccate. Putin ha lamentato il fatto [in Inglese] che la Clinton aveva giudicato le elezioni afflitte da brogli anche prima che gli osservatori internazionali annunciassero i loro risultati. Ha definito i suoi commenti un “segnale per i nostri attivisti che hanno iniziato una collaborazione attiva con il Dipartimento di Stato americano” per mettere in scena proteste di massa.

Le preoccupazioni circa la correttezza delle elezioni erano legittime [in Inglese]: Putin senza dubbio ha incolpato Washington per spiegare in parte il calo di popolarità del suo partito Russia Unita, tuttavia, egli non si era reso conto che la National Endowment for Democracy (NED) finanziata dagli Stati Uniti, creata durante l’amministrazione Reagan per prendere il posto dei programmi segreti della CIA per influenzare i gruppi civili, era “dappertutto in Russia[in Inglese].

Inoltre, secondo il decano dell’Università di Westminster Roland Dannreuther [in Inglese], “Per Putin e il suo entourage, c’erano chiari paralleli tra la promozione della democrazia occidentale in Medio Oriente e la crescente opposizione e conflitto sociale all’interno della Russia”, che aveva da poco raggiunto la stabilità politica ed economica dopo il suo collasso nel 1990.

“La lezione che avevano imparato dagli eventi in Libia e in Siria era che l’impegno dell’Occidente nei confronti della “democrazia” implicava la volontà di distruggere le società, usare la forza, e imporre i desideri di una minoranza d’élite filo-occidentale sula maggioranza. L’interpretazione è stata “non dobbiamo permettere che lo “scenario libico” venga riprodotto in Siria”. Ancora più importante, naturalmente, è che lo “scenario libico” non deve essere riprodotto in Russia o in paesi vicini chiave, come l’Ucraina”.

Cambio di regime in Ucraina

L’Ucraina è stata, infatti, l’ultima goccia. Dopo che Washington ha riconosciuto il colpo di Stato del febbraio 2014 contro il governo eletto di Viktor Janukovyč, che era molto amichevole con Mosca, la Russia si è affrettata ad annettere (o a riunificarsi con) la Crimea e ad appoggiare il movimento separatista russofono dell’Ucraina orientale. Le potenze occidentali hanno risposto con sanzioni economiche, e da allora le relazioni sono andate in picchiata.

Anche se l’opposizione politica di Yanukovich ha avuto una genuina risposta dalle masse (almeno in Ucraina occidentale), le mani di Washington erano su tutto il movimento attivatosi per cacciarlo, e avvicinare l’Ucraina all’Occidente. I manifestanti sono stati pubblicamente incoraggiati [in Inglese] dall’Assistente Segretario di Stato Victoria Nuland (ex consigliere per la politica estera del Vicepresidente Dick Cheney) e dall’ardentemente anti-Putin senatore John McCain. Poche settimane prima del golpe in Ucraina, i Russi avevano intercettato una telefonata tra la Nuland e l’ambasciatore degli Stati Uniti, mentre discutevano [in Inglese] le loro scelte per la nuova leadership del paese.

Anche i fondi del governo degli Stati Uniti si sono riversati in Ucraina [in Inglese] prima del colpo di Stato, attraverso il National Endowment for Democracy, per la formazione di attivisti, il sostegno ai giornalisti chiave, e per incentivare gruppi di imprese. Nel 2013 il presidente della NED, Carl Gershman, ha pubblicato un editoriale [in Inglese, registrazione necessaria] palesemente provocatorio sul Washington Post chiamando l’Ucraina “la preda più grossa” tra i paesi di interesse per la Russia. Si vantava che i programmi degli Stati Uniti per attirare l’Ucraina nell’orbita occidentale avrebbero “accelerato la scomparsa dell’ideologia dell’imperialismo russo che Putin rappresenta” e sconfiggerlo “non solo nei paesi a lei confinanti, ma all’interno della Russia stessa”.

NED: una storia di interventi

Putin ha avuto motivo di dubitare delle affermazioni occidentali sulla “promozione della democrazia”, ​​in quanto Washington e i suoi alleati europei hanno sovrinteso la presa di potere incostituzionale di Boris Eltsin nel 1993 e la sua palese manipolazione [in Inglese] delle elezioni 1996. Quell’elezione ha dato vita ad una famosa copertina della rivista Time: “Yankee al Salvataggio: La Storia Segreta di come i Consiglieri Americani hanno Aiutato Eltsin a Vincere”.

L’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni della Russia è stata presto seguita dalle cosiddette “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche come l’Ucraina, la Georgia e il Kirghizistan. Alexander Cooley della Columbia University ha osservato [in Inglese], “Le élite eurasiatiche hanno visto le rivoluzioni colorate non come legittime risposte democratiche ad un regime autoritario corrotto, ma come minacce sponsorizzate dall’Occidente che avevano come obiettivo la loro stessa sopravvivenza. Queste percezioni sono state rafforzate quando varie ONG e donatori occidentali hanno cominciato a prendersi pubblicamente il merito per il loro ruolo nell’innescare il cambiamento di regime…”

Cooley ha aggiunto, “gli Stati Uniti hanno contribuito all’erosione della propria credibilità come promotori dei valori democratici attraverso il modo in cui hanno trattato il governo della Georgia e le sue mancanze democratiche nel periodo successivo alla Rivoluzione delle Rose [del 2003]. Infatti … il vigoroso sostegno degli Stati Uniti alla Georgia ha contribuito alla nozione che gli sforzi di Washington per promuovere la democrazia nello spazio post-sovietico erano semplicemente una giustificazione per sostenere dei regimi anti-russi”.

La Rivoluzione Arancione ucraina del 2004 è stata preceduta da più di 65 milioni di dollari di spesa dell’amministrazione Bush “per aiutare le organizzazioni politiche in Ucraina” e “per far incontrare i leader degli Stati Uniti al leader dell’opposizione Viktor Yushchenko”, ha riferito [in Inglese] l’Associated Press.

Continua il suo rapporto, “I funzionari americani dicono che le attività non costituiscono un’interferenza nelle elezioni in Ucraina, come sostiene il presidente russo Vladimir Putin, ma… I funzionari riconoscono che una parte del denaro ha aiutato ad addestrare gruppi e individui che si oppongono al candidato di governo sostenuto dai Russi – persone che ora si definiscono parte della Rivoluzione Arancione”.

La manipolazione americana

Il direttore europeo del Guardian, Ian Traynor, ha definito la campagna ucraina del 2004 [in Inglese] “una creazione americana, un esercizio sofisticato e brillantemente concepito di branding occidentale e di marketing di massa che, in quattro paesi in quattro anni, è stato utilizzato per cercare di… rovesciare regimi non graditi”.

“Finanziata e organizzata dal governo degli Stati Uniti, mettendo in campo consulenti, sondaggisti, diplomatici, i due grandi partiti americani e le organizzazioni non governative degli Stati Uniti, la campagna è stata utilizzata per la prima volta in Europa a Belgrado nel 2000 per battere Slobodan Milošević alle urne”, ha continuato.

“Se gli eventi a Kiev giustificano gli Stati Uniti nelle loro strategie per aiutare gli altri a vincere le elezioni e sottrarre il potere a regimi antidemocratici, è certo che proveranno a ripetere l’esercizio in altre parti del mondo post-sovietico”.

Come è successo, la campagna a Kiev ha soddisfatto i gusti di Washington. Yushchenko- che era sposato con unex funzionaria dell’amministrazione Reagan [in Inglese] – è emerso come nuovo presidente dell’Ucraina e ha cominciato a cercare l’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea.

Gli studiosi concordano sul fatto che Putin e altre élite russe sono rimaste profondamente scosse da questi interventi statunitensi in successione lungo i loro confini. Il che non avrebbe dovuto essere una sorpresa: Washington avrebbe reagito in modo molto simile alla Russia se questa avesse speso decine di milioni di dollari in rivoluzioni politiche nel nostro cortile, come del resto abbiamo fatto noi durante la Guerra Fredda in Guatemala, Cuba, Cile, El Salvador, Nicaragua e Grenada.

Il rapporto del Direttore dell’Intelligence Nazionale sarebbe quindi stato molto più corretto se avesse affermato che la Russia si oppone da tempo ai cambiamenti di regime condotti dagli USA sui suoi confini e in Medio Oriente. Mosca non è drasticamente ostile ai valori o agli interessi americani, come dimostra il comportamento collaborativo ripetutamente dimostrato durante i primi anni di Obama.

Al fine di far avanzare realmente gli interessi degli Stati Uniti e proteggere meglio le nostre libertà, di conseguenza, l’amministrazione Trump dovrebbe dar seguito alle promesse implicite del presidente-eletto di ripensare le politiche che provocano il conflitto con la Russia in nome della promozione della democrazia.

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Articolo di Jonathan Marshall pubblicato su Information Clearing House il 15 gennaio 2017.

Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]