Come professionalismo, ortodossia e politiche insensibili hanno finalmente condannato un progetto del XIX° secolo.

Che spettacolo da vedere. Questi sono i giorni finali, e presto le ore finali, dello sconfitto progetto politico del liberalismo, ereditato dal XIX° secolo. Il centro, se mai ce n’è stato uno, non ha retto dopotutto. Che gran cosa è assistere alla caduta a capofitto nella pattumiera della storia di una delle pietre miliari ideologiche del sistema internazionale, quella che, spavalda e sicura, si dava delle arie con la sua roba fin dalla fine della Guerra Fredda. È caduta con impeto, come spinta alle spalle dal fuggi fuggi della folla, anche se i suoi difensori daranno la colpa a semplici “errori”, come se fossero scivolati sulla più grande buccia di banana storica mai vista. E che scena: chi si sarebbe mai aspettato che tale mancanza di dignità, tale patetica isteria, tali diffamazioni infondate, tali minacce vuote arrivassero da coloro che una volta si pavoneggiavano minuziosamente come statisti coraggiosi, quelli che parlavano come se avessero messo il mercato con le spalle al muro per mezzo del “raziocinio”. Sebbene la caduta avrebbe potuto essere peggiore, non sono mancate violenze, minacce, boicottaggi e perfino appelli al tradimento, il tutto per delegittimare la scelta degli elettori.

La democrazia liberale è stata ridotta a un guscio, più un nome che un fatto meritante il nome. Per molti anni il liberalismo è stato autoritarismo liberale o post-liberalismo o neoliberalismo, con un gran disprezzo elitario per la democrazia e una gran paura delle masse in ogni dove. Le promesse di inclusione, equità e benessere erano rimpiazzate da trucchi retorici suonanti bene e concessioni simboliche. All’ordine del giorno salivano il narcisismo morale, la virtù solo a parole, le politiche identitarie e la costruzione di coperte con arcipelaghi di diversità. Nel nome della promozione della democrazia, le proteste venivano incoraggiate all’estero, contro le nazioni prese di mira, ma a casa le proteste erano represse da una polizia sempre più militarizzata. Sulla trasparenza e responsabilità, si facevano prediche a nazioni di tutto il mondo, ma a casa era tutto una sorveglianza di massa, uno spionaggio interno e un giro di vite sugli informatori. I leader liberali affermavano di essere i paladini della pace e dell’ordine, mentre moltiplicavano le guerre. Obama stesso si è reso personalmente responsabile dell’uccisione di migliaia di persone, molte delle quali civili; nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato [in inglese] una media di 72 bombe al giorno, nelle guerre in sette paesi. Obama ha supervisionato la rapida accelerazione del trasferimento di ricchezza ed ha accentuato la povertà nazionale, eppure è lodato dagli studiosi e scrittori della pseudo-sinistra liberale per aver “governato bene” e per averlo fatto con un comportamento aggraziato e professionale. La sinistra nordamericana ed europea, che ha siglato la sua pace ed è arrivata ad un accordo [in inglese] con l’imperialismo liberale, affonda [in inglese] insieme a coloro che, alla fin della fiera, le ha ricompensate con così poco. Ancora una volta l’imperialismo sociale della sinistra finisce in fallimento [in inglese] e pone le basi per la sua sostituzione.

Non è una piccola cosa quella che è accaduta qui, non si tratta solo della sconfitta di Hillary Clinton e del rigetto della “eredità” di Obama da parte degli Americani. Si tratta di una serie di istituzioni, una classe di esperti, una rete di alleanze politiche e sociali che vengono scosse in modo irreparabile. Siamo nei primi giorni di una transizione storica, quindi non è chiaro che cosa ci attende e le etichette che sono proliferate, populismo, nativismo, nazionalismo, ecc., dimostrano confusione e incertezza. Per quanto riguarda il mio campo professionale, possiamo cominciare a testimoniare il fatto che, come parte dell’ignominiosa sconfitta della classe degli esperti, neanche l’antropologia americana, che esercita la sua egemonia su scala internazionale, verrà risparmiata. Nel giro di pochi anni, l’antropologia professionale e istituzionale si avvicinerà alla linea dello zero di cui questo sito ha parlato per diversi anni, la linea nella quale il potere e l’influenza scompaiono mentre i sostegni imperiali dell’antropologia americana si indeboliscono o crollano.

Sicuramente, il liberalismo non scomparirà a titolo definitivo, e non immediatamente. Le idee non muoiono mai veramente, vengono solo archiviate. Il liberalismo resterà disponibile nei testi sugli scaffali della libreria, sarà ricordato e difeso dai suoi sostenitori viventi, e potrebbero sopravvivere elementi specifici del suo vocabolario. Alcuni cercheranno di rilanciare il progetto politico liberale, e in alcuni casi sembrerà anche che stia tornando alla ribalta, ma tali sforzi saranno isolati e relativamente di breve durata.

Ciò che Francis Fukuyama ha salutato come la “fine della storia”, ha finito per essere più un canto del cigno per il liberalismo, anche se non si è mai neanche avvicinato alla sua bellezza. Se, come afferma la storiografia dominante, il “comunismo ha fallito”, allora il liberalismo sarà il prossimo. Nonostante ogni elaborato sforzo per interpretare in modo erroneo il significato di “fascismo” e assegnarlo a Trump, neanche il fascismo è un movimento vitale. Piuttosto che la fine delle ideologie, sembra più l’inizio di qualcosa di nuovo, non c’è da meravigliarsi che molti di noi abbiano notato come gran parte del dibattito in corso trascenda il concetto di sinistra contro destra, oggi la questione cruciale è globalismo contro nazionalismo. Per ora, voglio solo guardare al momento attuale, e cercare di organizzare e analizzare le caratteristiche principali di questo crollo.

Un gran fallimento della persuasione

I Democratici, un partito che ha legato le sue “fortune”a quelle del liberalismo, sembra essersi perso in una spirale di negazione della propria responsabilità per la sua sconfitta elettorale accoppiata con una negazione della realtà. I leader del partito hanno messo da parte le riflessioni su come hanno presentato un candidato così gravemente compromesso come Hillary Clinton, come se lei fosse una specie di scelta “naturale” al culmine di un processo evolutivo il cui punto finale era stato predetto, e su come l’ha sostenuta senza tener conto del suo piacere o meno alla gente, come se non ci potesse essere alcun dubbio e nessuna scelta. Il modo in cui i Democratici hanno perso ci mostra anche perché avevano bisogno di perdere. Improvvisamente hanno finto di non sapere che qualsiasi campagna presidenziale seria degli Stati Uniti, a meno che non sia stata orchestrata da “esperti” e consulenti ben pagati, è destinata ad essere vinta tramite il collegio elettorale, non attraverso il voto popolare. Infatti, durante i tempi d’oro in cui i mezzi di informazione parlavano solo dei numeri dei sondaggi, ogni volta che Trump sembrava essere in rimonta, la replica immediata [in inglese] è sempre stata “ma ha il percorso sbarrato dal collegio elettorale” e questo concludeva la discussione. Alcune delle più folli previsioni di vittoria della Clinton la davano vincente con quasi il doppio dei voti di Trump nel collegio elettorale [in inglese]; il collegio elettorale in sé non è mai stato in discussione. Si diceva che Trump fosse destinato alla sconfitta a causa del collegio elettorale, quando ha vinto ci si lamentava che fosse accaduto a causa del collegio elettorale. La logica del perdente è una logica perdente.

Anziché venire a patti con la realtà della loro sconfitta, e io avevo previsto [in inglese] anche questa svolta già il 9 novembre, in pochi giorni i Democratici facevano già girare storie di “hacker russi” e di “fake news” fabbricate dalla Russia: non hanno perso contro Donald Trump, no, sono stati sconfitti da Vladimir Putin! Ancora una volta, il modo in cui i Democratici hanno perso spiega perché dovevano perdere. È stata un’escalation melodrammatica di pericolosissime minacce contro la Russia durante  la campagna della Clinton, che comportavano la ripresa di una nuova Guerra Fredda, e facevano rivivere la prospettiva di un olocausto nucleare (trattato con leggerezza dai suoi sostenitori, o forse ritenuto un risultato preferibile alla sconfitta). I Democratici si comportano come un novello Joe McCarthy, nella sua caccia alle streghe contro i traditori, tutti a lanciare una teoria del complotto dopo l’altra, con i loro compari nella stampa che, mentre dicono di contrastare le “fake news”, generano un diluvio di falsificazioni. Nel frattempo Obama ha richiesto di essere preso sul serio, e subito dopo ha richiesto di non essere più preso sul serio: da una parte, è stato incensato per gli “hacker russi”, eppure d’altra parte ha fatto l’ingenuo, come se non avesse previsto il verificarsi di questa sicura evenienza (“lo fanno tutti”),  senza offrire alcuna spiegazione del perché il suo governo abbia fatto così poco per evitarla, arrestarla, o contrastarla. Prima del giorno delle elezioni, Obama respingeva le preoccupazioni di brogli elettorali come piagnistei di perdenti, il giorno successivo, è proprio lui, il perdente, che ha iniziato a piagnucolare. Da una parte Obama afferma di essere a conoscenza degli hacker russi, dall’altra fornisce [in inglese] solo affermazioni non provate ed esprime il desiderio di essere creduto, richiedendo [in inglese] fede da parte degli ascoltatori, invocando credito e fiducia, ma senza fornire [in inglese] alcuna prova. E questi sono i più alti rappresentanti della classe di esperti, gente che fa affermazioni disgiunte dai fatti, che ricorre allo stratagemma del “credimi, altrimenti sei un idiota”.

Obama ha affermato che la propria amministrazione sia stata al riparo da scandali, e adesso eccolo qua affermare che un’importante elezione avrebbe  subito le interferenze di una potenza straniera, e che lui non sia stato in alcun modo in grado di impedirlo, questo sì che è scandaloso. In una conferenza stampa a cui ho assistito a metà dicembre, Obama predicava ai “giornalisti” servili: con una faccia diceva loro che le e-mail di Podesta [in inglese] pubblicate da WikiLeaks erano solo pettegolezzi, un momento dopo con l’altra faccia si lamentava che le email di WikiLeaks avevano alterato il corso delle elezioni.

Ma questo è Obama, con la sua consistente inconsistenza, il messaggio biforcuto, l’alternarsi di due facce quasi in ogni discorso. lui non è “sfumato”, questa non è “complessità,” lui è solo un disonesto che sbaglia pure. Avrebbe avuto poca importanza se io fossi stato l’unico a capirlo, ma sembra che decine di milioni di elettori americani siano giunti alla stessa conclusione.

Hollywood e le Pubbliche Relazioni

Questa grande incapacità di convincere si è manifestata anche in altri modi critici. Hollywood è stata coinvolta in almeno tre mandate di compilation video in cui le celebrità, spesso nei toni più urgenti e sentiti che questi falsari prezzolati e professionisti siano riusciti a mettere insieme, istruivano gli spettatori sulla scelta morale corretta: la persona che ha demonizzato milioni di elettori come deplorevoli, come abitanti di scantinati, e come super-predatori, la stessa persona responsabile della distruzione dello stato libico con tutte le sue conseguenze, dal terrorismo in tutto il Nord Africa, al deflusso di rifugiati e alla guerra civile che dura da anni. Una esperienza comprovata sulla creazione di pericoli. Il fare affidamento su attori di Hollywood e, peggio ancora, sulle loro controparti minori su MTV, ha fallito miseramente.

Non solo Hollywood ha fallito, ma anche la maggior parte dei media ufficiali, i quali a loro volta si sono trovati di fronte a livelli di fiducia del pubblico in picchiata [in inglese]. Non solo i media hanno fallito così miseramente, ma anche una serie di agenzie di sondaggi, le agenzie di pubbliche relazioni, gli inserzionisti professionisti e i consulenti di comunicazione strategica, e questo nella società che ha inventato le pubbliche relazioni. Hillary Clinton si è presentata come una leader in fatto di “soft power”, e qui l’intera architettura del soft power è naufragata, non (solo) all’estero ma, di tutti i posti, anche in patria.

Il New York Times recentemente ha riportato [in inglese] che una conferenza dell’Associazione Internazionale dei Consulenti Politici, “sembrava una sessione di terapia per uomini d’affari sofferenti di crollo psicologico”. Una delle conclusioni è stata che, “il battaglione di consulenti della signora Clinton è stato sconfitto da un candidato imprevisto, apparentemente non pilotato che, secondo i dati più recenti, ha speso più soldi per magliette, cappelli, cartelli e oggetti simili che per la consulenza sul campo, le liste elettorali e i dati”.

Per quanto riguarda “il sesso vende”, questa elezione ha sconfitto anche questo luogo comune. Ogni giorno, per settimane, e dimenticandosi quasi totalmente di qualsiasi altra storia (compresa la pubblicazione delle e-mail da parte di WikiLeaks), la maggior parte dei media ufficiali ha martellato Trump con storie sempre più luride sulla sua partecipazione a orge e sui suoi commenti sessisti. Quando si è confrontata con Trump in pubblico per la prima volta, la Clinton ha fatto ricorso immediatamente ad affermazioni esagerate, unilaterali, e farsesche pronunciate da una ex Miss Venezuela. I social media sono stati molto più sordidi, diffondendo voci di incesto troppo volgari da ripetere qui. Con quale effetto?

Per coloro che si dedicano allo studio dei mezzi di comunicazione, delle pubbliche relazioni, della propaganda, e dell’imperialismo culturale, i risultati di queste elezioni avranno un significato duraturo, soprattutto perché mettono a repentaglio tutto quello che è stato dato per scontato.

Donatori privati e appoggio internazionale

Durante l’elezione si è discusso molto del ruolo dei “grandi donatori” nella politica elettorale degli Stati Uniti. Hillary Clinton ha certamente avuto la parte del leone nei finanziamenti a suo favore, e durante la sua campagna ha speso due volte [in inglese] quello che ha speso Trump, con quasi il triplo della sua spesa per la pubblicità televisiva. La “verità” a lungo sostenuta che il denaro garantisce risultati politici è stata gettata nella spazzatura. Ciò non significa che i soldi non contano affatto, ma vuol dire che avere molti più soldi non garantisce nessun risultato certo. La Clinton ha avuto anche il sostegno [in inglese] della maggioranza degli amministratori delegati che compongono la lista Fortune 500, alcuni dei quali, come l’Amministratore Delegato di Hewlett-Packard, si sono spinti [in inglese] ad organizzare conferenze stampa che hanno denunciato Trump come “fascista”, paragonandolo ad Adolf Hitler e Benito Mussolini. Sappiamo già che decine di milioni di dollari sono stati versati alla Fondazione Clinton da governi stranieri e multinazionali. Anche con la Clinton impegnata in modo maniacale nella raccolta fondi fino agli ultimi giorni della campagna, niente di tutto questo ha fatto la differenza. A non avere un impatto sufficiente è stata anche la miriade di sottili, indiretti, e a volte espliciti appoggi espressi da parte dei leader stranieri e dei capi di agenzie internazionali come il Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e la NATO. Anche gli inviti alla “cautela”, con ovvie implicazioni, dei responsabili delle principali istituzioni finanziari, non sono riusciti a far pendere gli eventi a favore della Clinton.

Vendite dei libri

Il fallimento di Hillary Clinton nel propagandare il suo messaggio è stato evidente anche nel grosso flop rappresentato dalle vendite del suo libro, addirittura al culmine della campagna elettorale, nel momento in cui l’interesse avrebbe dovuto essere all’apice. Il New York Times, favorevole alla Clinton, ha riferito che il suo ultimo libro, Stronger Together, “ha venduto solo 2.912 copie nella prima settimana in cui è stato disponibile in libreria”, quando le vendite nella prima settimana in genere ammontano a un terzo del numero totale di copie vendute, e concludeva [in inglese]: “le cifre di vendita… di sicuro fanno del libro quello che l’industria editoriale considererebbe un flop”. Si è fermata un attimo la Clinton a riflettere sul segno, considerato il calo delle sue vendite nel corso degli anni? Stronger Together ha venduto meno di Hard Choices, che ha reso meno delle aspettative, e che a sua volta ha venduto meno di Living History. Ognuno dei libri che ha pubblicato ha prodotto vendite sempre più basse. Forse che nei grafici negli uffici dei Democratici ci sono solo linee rosse che puntano verso l’alto?

Accademia, Antropologia, e l’invenzione dell’Opinione Pubblica “Incompetente”

Molti accademici hanno scritto articoli lunghi, sempre più amareggiati e risentiti per lamentarsi contro il pubblico, cioè contro la fonte della loro clientela e delle loro finanze. Il cosiddetto “umore incompetente” è la comoda invenzione utilizzata per spiegare perché una grande parte del pubblico (la maggioranza nel caso della Brexit e del referendum italiano) si è rifiutata di prestare attenzione ai loro avvertimenti riguardanti le inevitabili infelicità di soluzioni nazionali in un mondo di “inevitabile” ed “irreversibile” globalizzazione. È questo il classico caso degli esperti, membri di una quasi-classe di professionisti, che reclamano un monopolio speciale non solo sul sapere, ma sulla verità. Che essi abbiano provato a monopolizzare il sapere creando varie barriere di accesso ai livelli più alti di istruzione, grazie alla creazione di molti disincentivi posti lungo il percorso per ad unirvisi, è un fatto. Ma adesso affermano non solo di sapere di più, ma di sapere meglio. Il sistema attuale, lo status quo che difendevano, sarebbe stato in qualche modo un bene per la maggior parte delle persone, nonostante la gente avesse accesso a informazioni, ed esperienze personali, da far fare a queste ragazze pon pon universitarie la figura degli idioti. Peggio della figura da idioti, la divisione ha chiaramente segnalato da quale parte stessero gli accademici: “incompetenza” è uno slogan elitista contro il pubblico.

Gli economisti, come al solito, sapevano bene [in inglese] quale fosse il bene per la gente e hanno provato a istruirla a non considerare la realtà che viveva. Come le caricature degli stalinisti, gli economisti neo-liberali lavorano su un semplice assioma: la teoria è sempre giusta, è la gente che ha torto. Come spiegherebbero questi mandarini la “bontà” del progetto neo-liberale sotto Obama, che ha prodotto i seguenti risultati, come registrato in gran parte dalla US Federal Reserve? Questa, per sommi capi, è la “eredità” socio-economica nazionale di Obama:

(1)             riduzione del reddito delle famiglie

(2)            Riduzione del tasso di partecipazione civile alla forza lavoro

(3)            Riduzione della percentuale di case di proprietà

(4)            Aumento del numero di persone che ricorrono ai buoni governativi per acquisto di cibo (SNAP)

(5)            Aumento dei premi assicurativi sanitari

(6)            Aumento dell’indebitamento degli studenti

(7)            Crescita della diseguaglianza dei redditi a scapito degli Afro-Americani

(8)            Aumento della stampa di moneta

(9)            Forte aumento del debito pubblico

Per cui, mentre quelli dei mass media si inventavano il terribile spettro delle “false notizie” – e  producendo a loro volta false notizie per combattere la pericolosa minaccia ai loro margini di profitto posta dalla crescente sfiducia del pubblico – nell’accademia il concetto parallelo era quello della “incompetenza”. I veicoli principali per queste idee nelle università statunitensi e britanniche sono stati le riviste The Times Higher Education, Inside Higher Ed, and The Conversation (quest’ultima finanziata da una schiera di banche e fondazioni).

L’antropologia negli Stati Uniti continua ad offrire testimonianze del suo fallimento nel convincere. A questo proposito, la corrente principale dell’antropologia degli Stati Uniti, dato il suo allineamento con i Democratici, ha qualcosa di abbastanza significativo in comune col programma Human Terrain System (HTS) [in inglese] dell’Esercito degli Stati Uniti, i cui responsabili sono stati condannati. Per i comandanti militari, il primo indizio dell’impraticabilità dell’HTS come strumento di contro-insurrezione e di pacificazione avrebbe dovuto essere il fallimento dell’HTS nel convincere anche i suoi responsabili – e con “i suoi responsabili” intendo i colleghi del mondo accademico, quello in cui l’esercito ha cercato reclute. Se non riesci nemmeno a mettere d’accordo dei colleghi universitari i cui costumi, le cui pratiche e la cui lingua ti sono familiari, come puoi pretendere di sconfiggere i Talebani? Allo stesso modo, se gli antropologi capiscono così poco della loro società da farsi cogliere di sorpresa dell’elezione di Trump, come possono pretendere di darci delle lezioni sulle altre società? Invece, nel disprezzo per la massa di elettori della classe operaia, gli antropologi statunitensi si sono dedicati di nuovo con rinnovato vigore alla politica dell’occultamento di classe. E così, in segno di protesta, hanno proposto in occasione dell’inaugurazione di Trump una “lettura antropologica[in inglese] incentrata in parte sulle questioni del razzismo.

Un altro esempio di un fallimento a convincere i propri stessi esponenti arriva da una votazione tenutasi tra i membri della American Anthropological Association, a favore del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni (BDS) contro Israele. Dopo l’iniziale ottimismo, la votazione non è riuscita a conquistare il sostegno della maggioranza dei membri. Quelli a favore della mozione si sono poi messi a dare la colpa a “ingerenze esterne” (vi suona familiare?). Non una volta si sono chiesti se ci fosse un problema con il loro messaggio e con il contesto in cui è stato promosso. Invece, ora siamo propensi a credere che dei distanti agenti israeliani abbiano avuto più successo degli antropologi americani nel convincere gli antropologi americani stessi. Se fosse vero, questo è un atto d’accusa, ma non degli Israeliani. Per quanto riguarda la “ingerenza esterna”, l’accusa è un po’ eclatante se si considera che è proprio quello che gli antropologi stavano facendo nei confronti di Israele.

L’attaccamento degli antropologi statunitensi a Obama e alla Clinton, apparentemente senza tener conto dell’impatto del loro attuale record di aumento delle disuguaglianze e dei conflitti, ha seguito le stesse linee dell’occultamento di classe ufficiale. Si sono impegnati nella romantica lode della “coalizione del diverso[in inglese], sottintendendo che la bellezza e i valori più alti sono collegati alla “razza mista”, piuttosto che a quei terribili operai bianchi (e hanno previsto la vittoria della Clinton). Un altro antropologo statunitense dell’Università di Chicago ha prodotto un lungo panegirico esotico che esaltava [in inglese] le virtù di una società sempre più nera, preferendo i popoli importati ai nativi, e dichiarando in effetti irrilevante, spregevole e sostituibile la maggioranza della classe operaia. Che l’articolo sia apparso in una pubblicazione finanziata in gran parte dall’Open Society Institute di George Soros non dovrebbe sorprendere.

Gli accademici che avevano poco o niente da dire sul neoliberismo ora stanno uscendo allo scoperto e scrivono le loro critiche focalizzandosi esclusivamente su Trump. Ora hanno scoperto “lo Stato Corporativo”. Coloro che hanno protestato all’inaugurazione di Trump, non hanno mai protestato all’insediamento di Obama, alla faccia di tutta la loro presunta consapevolezza teorica critica. Bruno Latour, un guru per gli antropologi americani (dopo essere stato deriso in Europa), ha riveduto il suo mancato ingresso nelle discussioni sulle elezioni americane: ha aspettato che passassero in modo da poter sembrare saggio con il minimo sforzo, mantenere felice la sua clientela americana, continuare a vendere libri e garantire convegni continui. Il Los Angeles Review of Books ha prontamente pubblicato [in inglese] il “contributo” spicciolo di Latour.

Rispetto al fallimento dell’establishment accademico, Diana Johnstone ha offerto [in inglese] una lettura interessante che merita di essere citata per esteso:

La brutta immagine di oggi degli Americani come cattivi perdenti, incapaci di affrontare la realtà, deve essere attribuita in parte al fallimento etico della cosiddetta generazione degli intellettuali del 1968. In una società democratica, il primo dovere degli uomini e delle donne che ne hanno il tempo, l’inclinazione e la capacità è quello di condividere il loro sapere e la loro comprensione con quelli che non hanno questo privilegio. La generazione di accademici la cui coscienza politica era stata temporaneamente innalzata dalla tragedia della guerra del Vietnam avrebbe dovuto capire che era loro dovere usare la propria posizione per educare il pubblico americano, soprattutto riguardo al mondo che Washington si proponeva di riorganizzare e alla sua storia. Tuttavia, la nuova fase del capitalismo edonistico ha offerto agli intellettuali enormi opportunità per manipolare le masse anziché educarle. Il marketing della società dei consumi ha perfino inventato una nuova fase di politiche identitarie, con il mercato dei giovani, quello dei gay, e così via. Nelle università, una massa critica di accademici “progressisti” si è ritirata nel mondo astratto del post-modernismo, e ha finito per concentrare la propria attenzione sui giovani, su come reagire alle vite sessuali degli altri o sulla “identificazione di genere”. Questa roba esoterica alimenta la sindrome del “pubblica o muori” ed evita agli accademici nelle facoltà umanistiche di dover insegnare qualunque cosa che possa essere marchiata come critica delle spese militari statunitensi o dei suoi infruttuosi sforzi di affermare il proprio eterno dominio sul mondo globalizzato. La peggior controversia venuta fuori dal mondo accademico riguarda chi avrebbe il diritto di utilizzare quali bagni.

Se gli intellettuali snob delle coste possono sogghignare con autocompiacimento verso i poveri “deplorevoli” dei territori interni, è perché essi stessi hanno ignorato il loro dovere sociale primario di cercare la verità e condividerla. Rimproverare le persone per i loro atteggiamenti “sbagliati” e contemporaneamente proporre un esempio sociale di sfrenata promozione personale può solo produrre la reazione anti-elitaria detta “populismo”. Trump è la vendetta della gente che si è sentita manipolata, dimenticata e disprezzata.

Questo ci porta alla fine dei professionisti.

La “Crocifissione del Lavoro” di Samuel Dinsmoor, mostra il Dottore, l’Avvocato, il Predicatore e il Banchiere che crocifiggono il Lavoro.

La Caduta della Classe dei Professionisti

“Che nessuno possa fare un lavoro migliore di quello dei professionisti è una credenza cardine delle élite liberali,” ha scritto [in inglese] Abi Wilkinson in Jacobin, aggiungendo:

Sospettose della democrazia di massa e incoraggiate dalla caduta dell’Unione Sovietica, le élite liberali sono arrivate a ritenere che avessimo raggiunto la fine della storia, che ogni altro ordine sociale era stato provato e si era dimostrato inferiore. La democrazia capitalistica, gestita da esperti brillanti e benintenzionati, sarebbe emersa, secondo loro, dalla mischia come l’incontrastata vincitrice. Per gente di tal genere, è stato duro comprendere il montante rifiuto del consenso economico e politico come nient’altro che uno scoppio di irrazionalità e auto-sabotaggio. Anche se ci potrebbe essere spazio per piccoli aggiustamenti, perché mai qualcuno vorrebbe abbattere o alterare in modo significativo una cosa buona come quella che abbiamo adesso?

Se la politica non è quasi nient’altro che l’efficace amministrazione dell’attuale sistema –  se non è quasi nient’altro che affidarsi a un abile pilota – i requisiti primari sono l’esperienza e le conoscenze tecniche. Le differenze ideologiche sono immateriali, i contrasti di interessi obsoleti.

Wilkinson ha scritto questo nell’esaminare l’elitarismo incorporato in una recente vignetta popolare del The New Yorker che, ancora, rappresenta il votante medio fautore di Trump o del Brexit come incompetente e non qualificato a governare.

Questi piloti compiaciuti hanno perso il contatto con i regolari passeggeri come noi. Chi pensa che debba essere io a pilotare l’aeroplano?

Wilkinson fa poi a pezzi la metafora dell’aeroplano:

la metafora presuppone che i piloti esistenti stiano facendo un lavoro decente. Ma cosa succede se periodicamente si schiantano al suolo e si rifiutano di riparare i danni prima di decollare di nuovo? Cosa succede se, per la negligenza degli addetti, la gente nei sedili più a buon mercato fosse costretta ad aggrapparsi per salvare la pelle perché alcuni dei loro finestrini sono in frantumi? Cosa succede se, in altre parole, ai piloti non sembra importare niente della salute di quelli in classe economica perché sono troppo occupati a rendere felici i passeggeri di prima classe? Questa è una rappresentazione molto più aderente alla realtà.

Un libro ha attirato una certa attenzione durante le elezioni statunitensi, il “Listen, liberal[in inglese] di Thomas Frank, e vale la pena leggerlo per il suo capitolo dedicato a “La Teoria della Classe Liberale”, in cui l’autore fa un uso estensivo degli scritti di sociologi e scienziati politici. Il libro si apre con una citazione, tratta dal libro del 1972 “The Best and the Brightest” di David Halberstam, che recita:

una élite speciale, una certa razza di uomini la cui continuità poggia su loro stessi. Essi sono legati uno all’altro piuttosto che alla nazione; nella loro mente, essi diventano responsabili per la nazione ma non la curano.

Piuttosto che focalizzarci sull’ ”Uno Per Cento”, Frank ci chiede di guardare criticamente al “Dieci Per Cento” che include “la gente in cima alla gerarchia nazionale dello status professionale”, la squadra da Seria A da cui proviene Obama, come del resto la maggior parte dei suoi ministri, il che spiega il sacco di commenti di Obama, auto-giustificatori e auto-incensatori, riguardo quelli “qualificati” a governare e “conoscitori di ciò di cui si parla”. I professionisti attribuiscono valore alle competenze accreditate e tendono ad ascoltarsi soprattutto fra loro. Essi monopolizzano il potere di prescrivere e di diagnosticare, in consultazione fra loro: “Le professioni sono autonome, non si richiede loro di prestare attenzione alle voci fuori dal loro settore di competenza” (Frank, 2016, pag.23). I professionisti enfatizzano la “cortesia” fra loro (da cui l’incessante controllo del tono di voce) e mostrano grande disprezzo per quelli di rango inferiore, inclusi i professionisti precari. I tecnocrati post-industriali, quelli che hanno salutato la “economia della conoscenza” e la “educazione” come panacea di tutti i mali sociali, hanno generato la loro propria ideologia: il professionalismo. Frank nota che, come ideologia politica, il professionalismo è “intrinsecamente non democratico, mette al primo posto il parere degli esperti su quello del pubblico” (pag.24). Sebbene gli esperti dichiarino spesso di agire nell’interesse pubblico, Frank osserva che essi hanno abusato sempre di più del loro potere di monopolio, iniziando a perseguire i propri interessi e a comportarsi come classe (pag.25), una “classe manageriale illuminata” di quasi-aristocratici (pag.26). Le critiche di Frank delineano come i Democratici siano diventati il partito della classe professionale, sbarazzandosi del lavoro strada facendo (pag.28). Come risultato, ad essi importa poco delle diseguaglianze poiché il loro star bene si basa su di esse (pag.31). La meritocrazia è l’opposto della solidarietà (pag.32).

Il collasso del liberalismo

Tutto quanto detto in precedenza si aggiungere alle ragioni del perché sto sostenendo che non sono solo Hillary Clinton e i Democratici che sono stati sconfitti, ma anche qualcosa di molto più grande. Troppe “grandi” istituzioni non sono riuscite a svolgere i loro compiti basilari, troppi hanno fallito quando è stato messo in palio così tanto, vale a dire la globalizzazione, le basi militari statunitensi, il commercio, le classi, il sistema giudiziario, l’istruzione, la sanità, ecc. Sì, i Democratici sono stati ridotti [in inglese] a poco più di un partito formato da sindaci, la cui “sopravvivenza” si registra solo a livello comunale, dopo aver perso la presidenza, il Senato, la Camera dei rappresentanti, la maggior parte dei governatorati di stato e la maggior parte delle legislature statali. L’ampiezza e la profondità della sconfitta e l’intera architettura utilizzata per propagandare e difendere la loro ideologia hanno fallito a tal punto da dover concludere che è stata respinta anche l’ideologia in sé e il progetto sociale ed economico da lei sostenuto. Con questo rifiuto, contro tutte le probabilità apparenti, e in tale misura, si deve supporre che il danno fatto sia irreparabile. I valorosi difensori dell’attuale ordine globale che parlano in termini di “irreversibilità” e “inevitabilità” applicheranno questi stessi concetti alla propria sconfitta? Un crollo di tale grandezza apre troppe porte inesplorate per essere solo un incidente di percorso momentaneo per il sistema.

In Canada, dove gli sviluppi politici in generale seguono quelli degli Stati Uniti, vediamo un replay del crollo del progetto liberale che cerca di nascondere le differenze di classe e lo sfruttamento di classe sotto i segni della diversità e delle politiche identitarie. Dal Gay Pride al Forum Economico Mondiale di Davos, l’itinerario del primo ministro Justin Trudeau spesso riflette quello che è diventato lo standard per l’élite liberale transnazionale. Non ci sono coincidenze qui: come abbiamo imparato dalle e-mail di Podesta  [in inglese], Trudeau è un surrogato della Clinton, ed è stato identificato come segue: “Il Primo Ministro Trudeau è da molto tempo un alleato progressista  [in inglese] del CAP [il Center for American Progress, alleato dei Democratici]… un partner [in inglese] attivo e dedito al nostro programma Global Progress”. Un’altra e-mail aveva un allegato mostrante la foto di John Podesta che sussurra [in inglese] nell’orecchio di Trudeau. L’oggetto del messaggio chiamava Trudeau “Mister Canada”. Mentre il signor Canada dichiara fermamente di essere a favore del “femminismo[in inglese], non ha nulla da offrire ad una madre lavoratrice in difficoltà [in inglese] che viene tartassata dalla carbon tax fino ad essere ridotta in povertà e senza fissa dimora, e questo in un paese ricco di risorse energetiche che potrebbe essere completamente autosufficiente per i prossimi due secoli se queste non venissero prosciugate dal mercato mondiale. Mr. Canada dichiara con orgoglio che egli è a favore della “diversità[in inglese], ma si attiene al monolinguismo del Quebec in arrogante spregio ad una Quebecchiana anglofona preoccupata della sua assistenza sanitaria  [in inglese]. Egli elogia il suo nuovo ministro degli esteri [in inglese], lodando il suo russo fluente, e tuttavia minimizza il fatto che al miglior diplomatico del signor Canada è fatto divieto di entrare in Russia, grazie a quelle contro-sanzioni russe nei confronti del Canada che abbiamo inutilmente provocato. Ora il Canada si atteggia a tedoforo [in inglese] del progetto imperialista liberale Obama-Clinton ed è in corsa per diventare l’ultimo perdente nella difesa della globalizzazione, pretendendo apparentemente di poter perseguire la globalizzazione in un unica nazione.

Oggi la classe professionale, quella dei sostenitori di un liberalismo morente, può essere sentita nei media mentre si lamenta di un immaginario intervento russo nelle elezioni americane. Non che sia improvvisamente entrata nel novero degli antimperialisti: è rimasta in silenzio su più di 80 elezioni estere nelle quali gli Stati Uniti hanno interferito, per non parlare delle decine di colpi di stato appoggiati dagli Stati Uniti e del fatto che gli USA hanno un’infrastruttura istituzionale (il National Endowment for Democracy, il National Democratic Institute, l’International Republican Institute, la CIA, l’Office of Transition Initiatives) dedita agli interventi esteri, armata con decenni di linee di condotta, leggi e documenti strategici per dirigere il corso e la profondità degli interventi politici all’estero. Quale ironia, che per una volta gli hacker si lamentino così rumorosamente dell’essere stati hackerati. Dove sono stati davvero hackerati, però, è nei campi in cui si rifiutano di riconoscere questo fatto: che Putin è uno statista dieci volte superiore ad Obama; che i Russi eccellono nella diplomazia; e che la Russia [in inglese] ha importanti lezioni antropologiche da dare sulle relazioni internazionali… che, naturalmente, i nostri professionisti liberali non hanno considerato – e questo li ha fatti perdere alla grande.

*****

Articolo di Maximilian Forte apparso su Zero Anthropology il 18 gennaio 2017
Traduzione in italiano di Fabio_San, Raffaele, Mario B. per SakerItalia

[le note in questo formato sono dei traduttori]