L’immigrazione, a torto o a ragione, è arrivata alla prima linea delle attuali lotte politiche in Europa e America del Nord. Esagerato o esatto che fosse, il ruolo dell’immigrazione si è dimostrato un fattore centrale nel referendum sulla Brexit [in inglese] nel Regno Unito, e nell’ascesa del movimento di Trump “L’America per Prima” negli Stati Uniti. Oggi sembra impossibile avere una discussione tranquilla sull’immigrazione, senza che entri in gioco ogni sorta di secondo fine, supposizione, insinuazione e recriminazione. A rivendicare una parte nei dibattiti sull’immigrazione è una vasta gamma di attori e interessi, che vanno dall’identità nazionale e la sicurezza al multiculturalismo, ai diritti umani e al globalismo cosmopolita. Ma ciò che viene relativamente trascurato nei dibattiti pubblici è la discussione sull’economia politica dell’immigrazione, e specialmente una critica del ruolo dell’immigrazione nel sostegno del capitalismo.

Prima di andare avanti, dobbiamo prima eliminare alcune tattiche diversive utilizzate comunemente nel dibattito pubblico, che sfortunatamente sviano fin troppe persone. Primo, essere “contro l’immigrazione” non rende una persona “razzista” [in inglese], l’uno non è la conseguenza dell’altro. Essere razzista significa adottare una visione dell’umanità come ordinata in base a quelle che vengono credute differenze superiori e inferiori, dotate di radici biologiche. Preferire “il proprio genere” (qualunque cosa significhi) potrebbe essere la base dell’etnocentrismo, ma non necessariamente del razzismo in quanto tale. È importante non lanciarsi sempre istericamente verso i termini che sembrano più provocatori solo perché le vostre polemiche retoriche richiedono una “vittoria” istantanea (perché non vincerete niente, sembrerete solo qualcuno che non sa di cosa sta parlando). Inoltre, neanche la xenofobia implica il razzismo o l’etnocentrismo, perché può superare entrambe grazie al fatto di essere una paura o un disprezzo verso chiunque sia “straniero” o “strano”. Al contrario, si può essere completamente razzisti e allo stesso tempo piuttosto a favore dell’immigrazione, fin quando l’immigrazione viene ristretta [in inglese] a membri della propria razza. Altre forme di politiche razziste a favore dell’immigrazione includono la stessa schiavitù e il lavoro a contratto, fino ad arrivare al razzismo involontario del “facciamo entrare i Messicani, sono dei giardinieri meravigliosi”. Inoltre, i dati dei sondaggi disponibili negli USA indicano che, “lontana dall’avere radici nel razzismo, l’opposizione all’immigrazione negli Stati Uniti sembra avere radici nelle preoccupazioni riguardanti le capacità degli immigrati meno qualificati di sostenersi senza assistenza sanitaria, SNAP [un programma federale americano per permettere ai meno abbienti di poter acquistare alimenti], credito d’imposta ottenuto tramite reddito da lavoro e vari altri sussidi” (Salam, 2016b) [in inglese]. Salam aggiunge questo punto: “La mia ipotesi è che se la politica dell’immigrazione non venisse vista attraverso una lente razziale, l’opposizione all’immigrazione di fatto aumenterebbe sostanzialmente”. Inoltre, bisogna fare una distinzione tra le opinioni che sono contro gli immigrati e le politiche che sono contro l’immigrazione, anche se ci potrebbe essere una sovrapposizione tra le due. Infine, tutto ciò oscura le domande di base che oggi sembra che nella maggior parte dei dibattiti pubblici non faccia nessuno: 1) Le domande sul razzismo, l’identità e l’apertura sono le più importanti da fare riguardo all’immigrazione? E, 2) Perché i lavoratori devono essere a favore dell’immigrazione?

Quando volgiamo la nostra attenzione all’attuale economia politica dell’immigrazione in Europa e Nordamerica, e alla relazione tra l’immigrazione e il capitale, potremmo scoprire due strane assenze. Una è quella dei politici di sinistra che negli anni passati sono stati apertamente critici dell’immigrazione, specialmente di quella illegale, e che ora nei dibattiti attuali o rimangono silenziosi sull’argomento, o hanno cambiato posizione senza alcuna spiegazione. La seconda è quella degli scrittori marxisti che, dotati di tutti gli strumenti concettuali ed empirici necessari, evitano di tracciare nei propri lavori connessioni esplicite che possano fungere da base per una critica dell’immigrazione. Probabilmente ciò che spiega queste assenze è la paura di essere stigmatizzati come xenofobi, o, peggio ancora, razzisti – ma, come mostrato sopra, tale paura è illogica e dovrebbe essere messa da parte.

Dalla sinistra: la critica pubblica dell’immigrazione del passato

In un passato non troppo lontano, gli attivisti e i politici di sinistra, come Naomi Klein e Bernie Sanders [in inglese], hanno criticato pubblicamente l’immigrazione per il suo ruolo nel calo dei salari, nella crescita della disoccupazione, nell’aumento della dipendenza e della perdita di speranza dei proletari, e nell’incoraggiamento di una forma elitista di distacco cosmopolita dai propri luoghi. Per la cronaca, andiamo a rivedere le loro opinioni.

Naomi Klein ha detto che le “persone con radici” sono “la minaccia più grande” al capitalismo neoliberista perché hanno “radici e storie”, così i capitalisti globali preferiscono “assumere gente mobile[video in inglese]. La Klein ha riconosciuto anche che “questo modello economico crea eserciti di lavoratori in surplus”, e i lavoratori migranti sono utili per “mantenere i salari molto, molto bassi

. Naomi Klein ha parlato anche della ricostruzione di New Orleans dopo l’Uragano Katrina, dove coloro che hanno perso le loro case, soprattutto afroamericani, non hanno ottenuto posti di lavoro nella ricostruzione – al loro posto è stata utilizzata “una forza lavoro composta da migranti

.

Secondo Bernie Sanders [in inglese], che avrebbe in seguito denunciato i “confini aperti” come un piano degli oligarchi di destra, i fratelli Koch, disse a Lou Debbs nel 2007:

Se la povertà sta crescendo e i salari stanno andando giù, non so perché abbiamo bisogno di milioni di persone che arrivano in questo paese come lavoratori ospiti, che lavoreranno per paghe più basse di quelle dei lavoratori americani e faranno abbassare i salari, ancora più in basso di quanto non siano adesso.

Debbs ha aggiunto:

E come sappiamo, le principali industrie che assumono la maggior parte degli immigrati clandestini – ovvero edilizia, paesaggistica, del tempo libero e alberghiera – sono tutte industrie nelle quali i salari stanno diminuendo… Io non ho sentito i sostenitori di questa amnistia parlare al Senato di questo fatto.

Al che Sanders ha risposto:

Esatto, non hanno buone risposte.

Potete vedere/ascoltare la discussione completa qui

.

Non sto dicendo questo per mettere il sale nelle ferite dei sostenitori di Sanders, ma semplicemente per sottolineare quanto si è ritirata la sinistra quando si è trattato di criticare l’economia politica dell’immigrazione, tanto da non aver diritto a qualsiasi lagnanza legittima sul fatto che il terreno che hanno lasciato è stato occupato dal movimento di Trump negli USA, o dai sostenitori di destra della Brexit nel Regno Unito. Come ha sottolineato l’articolo di Bloomberg, “è la retorica di Sanders contro i programmi per gli immigrati regolari che gli ha portato problemi con la sinistra”. Lo avrebbe fatto? Sanders avrebbe ritrattato le sue posizioni, e adottato la sua posizione entusiasticamente a favore dell’immigrazione (abbracciando perfino quelli che sono entrati illegalmente)?

Ma non è Sanders il punto centrale di questo articolo, il mio scopo più ampio è quello di argomentare in modo negativo rispondendo a queste domande. Lo farò innanzitutto rivisitando l’opera di uno scrittore marxista, David Harvey, anche se nel suo libro del 2014 sulle contraddizioni del capitalismo sembra eludere la critica dell’immigrazione. Mentre gli scritti degli studiosi marxisti possono essere utili per capire come lavora l’immigrazione nel sostenere il capitalismo, soprattutto la sua forma neoliberista, gli scrittori stessi sembrano riluttanti ad esporre queste connessioni in modo troppo chiaro, creando uno spaventoso silenzio attorno a quello che dovrebbe essere ovvio.

Immigrazione: al servizio dei padroni del capitale

Quelli che si considerano di sinistra e anti-capitalisti, e sono allo stesso tempo a favore dell’immigrazione con poche o nessuna restrizione, potrebbero essere in un modo o nell’altro dalla parte sbagliata della contesa. Nel libro di David Harvey del 2014, Diciassette Contraddizioni e la Fine del Capitalismo, ci sono alcune intuizioni utili riguardo al ruolo dell’immigrazione nella creazione di capitale. Ma il materiale è sparso per tutto il libro (ho raccolto gli elementi rilevanti più in basso), e si potrebbe pensare perciò che Harvey abbia saltato la diciottesima contraddizione – la contraddizione tra il capitalismo senza restrizioni e le politiche anti-immigrazione dei movimenti operai. Perlomeno i capitalisti considererebbero importante questa contraddizione, dato il loro attuale estremo panico pubblico riguardo alle classi operaie che stanno avendo la meglio, sotto la guida di nazionalisti populisti.

In Diciassette Contraddizioni, Harvey nota che per molti marxisti la contraddizione tra capitale e lavoro è la contraddizione principale del capitalismo, e si noti che Harvey (marxista a sua volta) concorda sul fatto che questa contraddizione può bastare da sola come spiegazione di tutte le crisi del capitalismo (pag. 65). La stessa definizione di capitale data da Harvey, e il modo in cui lo distingue dal capitalismo, lasciano molto a desiderare (pagg. 7 e 73). Dopo aver fissato il ruolo del lavoro nella storia in svolgimento del capitalismo – se sia o meno di primaria importanza resta un punto centrale – Harvey, nel suo usuale antropomorfismo del capitale, dice che “il capitale lotta per produrre un ambiente geografico favorevole alla propria riproduzione e alla sua successiva evoluzione” (pag. 146) – anche se a farlo in realtà sono i capitalisti, non il capitale in quanto tale. Quello che potrebbe aver aggiunto è che rielaborare l’ambiente geografico implica anche il come gli umani si adattano all’ambiente, e i lavoratori che si muovono attorno al pianeta sono una precisa rielaborazione della “geografia”. Dopo aver stabilito la centralità della contraddizione capitale-lavoro, e aver introdotto l’importanza dei cambiamenti geografici, Harvey aggiunge la terza componente chiave della sua analisi: “che un’economia basata sulla espropriazione sta al nocciolo della sostanza su cui si basa il capitale” (pag. 54). Come vengono espropriati i lavoratori?

L’utilità dell’immigrazione nel sistema capitalista sta nell’abilità dei capitalisti di usare l’immigrazione per distruggere il potere monopolistico del lavoro (pag. 120). Messa in modo semplice, i lavoratori possono imporre un monopolio virtuale sul loro lavoro, specialmente quando il lavoro è specializzato e il numero di lavoratori è limitato. Harvey spiega questo in dettaglio – ma senza parlare di immigrazione – usando un esempio che finisce con l’essere molto attinente con la situazione attuale negli USA:

Quello che il capitale ha in programma non è l’eliminazione delle abilità di per sé, ma l’abolizione delle abilità monopolizzabili. Quando nuove abilità diventano importanti, come la programmazione di computer, allora il problema per il capitale non è necessariamente l’abolizione di quelle abilità (cosa che potrebbe essere raggiunta sostanzialmente attraverso l’intelligenza artificiale) ma l’indebolimento delle loro caratteristiche monopolistiche aprendo svariate strade per permetterne la formazione in esse. Quando la forza lavoro dotata di abilità di programmazione cresce da relativamente piccola a sovrabbondante, allora ciò distrugge il potere di monopolio e abbassa il costo del lavoro a un livello molto più basso di prima. Quando i programmatori di computer sono a tre-braccia-una-lira, allora il capitale, nel suo impiegarla, è assolutamente contento di identificare questa come una forma di lavoro qualificato… (pagg. 119-120).

Ora possiamo chiarire meglio la situazione includendo l’immigrazione nell’analisi. Harvey suggerisce un maggiore accesso alla formazione professionale, quale mezzo per aumentare il numero di lavoratori qualificati.  Ma omette – e questo è strano, perché ha lavorato in università per la maggior parte della sua vita – il fatto che un altro modo per aumentarne il numero è quello di sottoporre gli studenti stranieri a tale tipo di formazione e poi mantenerli. Oppure, importare specialisti dall’estero, attraverso la immigrazione legale. Questo è, peraltro, un nodo centrale nella piattaforma di Hillary Clinton, nella attuale campagna presidenziale. Su tali programmi vige il silenzio in base al diversivo tattico della correttezza politica come ho detto prima. Sicché nel programma di Clinton, “Iniziativa su Tecnologia e Innovazione”, si può leggere questo:

Dobbiamo attrarre e ritenere i migliori talenti da tutto il mondo. Il nostro sistema di immigrazione è afflitto da ritardi sui visti e da altre barriere che impediscono ai lavoratori altamente qualificati e agli imprenditori esteri di rimanere e di creare posti di lavoro in America. Troppo spesso abbiamo bisogno di persone di talento provenienti da altri paesi, formatesi nelle università degli Stati Uniti. Laureati che poi tornano in patria, piuttosto che rimanere qui e continuare a contribuire allo sviluppo della nostra economia.

Come parte di un completa riforma migratoria, Hillary darebbe automaticamente una carta verde ai laureati nelle discipline STEM (lauree scientifiche, tecnologiche, matematiche e ingegneristiche) presso istituzioni accreditate—permettendo a studenti che completano gli studi in questi campi di essere immediatamente eleggibili per la carta verde di immigrazione. Hillary promuoverà anche visti per ditte “start-up” – visti che consentono ai  migliori imprenditori esteri di venire negli Stati Uniti, di fondare aziende orientate nei settori tecnologici di importanza globale, e creando quindi più posti di lavoro e opportunità per i lavoratori americani. Gli imprenditori immigrati dovrebbero ottenere un impegno di sostegno finanziario da parte di investitori statunitensi, prima di ottenere il visto. Inoltre dovrebbero garantire un certo numero di posti di lavoro e raggiungere certi obiettivi di riferimento nei risultati, al fine di ottenere una carta verde.

Con questo piano, per gli studenti americani che hanno accumulato enormi debiti per acquisire lauree scientifiche, tecnologiche, matematiche e ingegneristiche (le cosiddette discipline STEM), sarà sempre più difficile rimanere a galla quando dovranno competere con gli immigrati per un numero finito di posti di lavoro o quando i loro salari scendono e la disponibilità di lavoratori sostitutivi aumenta. Quanto propone Clinton non e’ nuovo: lei sanzionerebbe e renderebbe più efficienti le realtà attuali e la già esistente concorrenza da parte di impiegati stranieri (vedi Munro, 2016).

Alla radice del potere dei capitalisti di abbassare i livelli salariali, è la carenza di opportunità di lavoro. Negli Stati Uniti, non è solo il fatto che i lavoratori immigrati sono in concorrenza per i posti di lavoro, ma gli stranieri ottengono una quota sproporzionata di opportunità di lavoro disponibili.  Sicché, mentre i lavoratori di origine straniera rappresentano il 15% di tutti i lavoratori, hanno conseguito il 31% dei nuovi posti di lavoro (vedi Kummer, 2015).

Secondo l’analisi di Marx, è interesse dei capitalisti di possedere un vasto “esercito industriale di riserva” per contenere le ambizioni dei lavoratori (Harvey, 2014, pp. 79-80). E, come Harvey aggiunge, “se tale lavoro in eccesso non esiste, allora il capitale dovrebbe crearne uno” (p. 80). Come farlo? Harvey individua due modi per creare un eccesso di manodopera: disoccupazione indotta tecnologicamente tramite automazione, e libero accesso a nuova manodopera (come l’outsourcing per la Cina) (p. 80). È curioso che Harvey non includa un’opzione più ovvia: espandere l’offerta “domestica” mediante l’importazione di lavoratori (immigrazione). Visto che la immigrazione può giocare un ruolo importante nella creazione di un surplus di manodopera, perché non parlarne?

Finora abbiamo parlato di come l’immigrazione sia utilizzata per spezzare il potere monopolistico dei sindacati, o espandendo l’offerta nazionale di lavoro o attraverso l’esternalizzazione. Harvey nomina questo fenomeno, facendo passare il messaggio che l’immigrazione può servire come aggiustamento spaziale per il sistema capitalistico, ridistribuendo il lavoro in esubero dove è più necessario (p. 152). Ma gli aggiustamenti spaziali di questi giorni sono di due generi — uno di questi è quello che chiamiamo esternalizzazione o ricollocazione (p. 148). La ricollocazione essenzialmente fa sì che i lavoratori sovvenzionino il capitale – è una delle assurdità dell’attuale “libero scambio” che siano proibiti sostegni ai lavoratori, ma che al contrario, questi possano essere super-sfruttati a livelli di salari atrocemente bassi in modo da garantire a livello globale un prezzo concorrenziale dei loro prodotti finiti. Questa è una sovvenzione, semplicemente non è volontaria, e non è una sovvenzione statale. Però, ricollocare, cioè mandare lavoro oltremare, è solo un modo per accrescere la competizione tra i lavoratori. Un secondo metodo è quello che potremmo chiamare internalizzazione: non sono i posti di lavoro che vanno a trovare i lavoratori oltremare, sono i lavoratori oltremare che migrano per trovare i posti di lavoro, cioè l’immigrazione. Purtroppo Harvey non nomina l’internalizzazione come parte della coppia di opzioni insieme alla esternalizzazione.

Storicamente, l’immigrazione è stata usata per abbassare i salari dei lavoratori nella nazione che la riceve. Questo è in special modo vero nel caso degli USA. Come Paul Street [in inglese] ha spiegato di recente:

La dinamica sempre mutevole di offerta e domanda di forza lavoro è un fattore di non piccola rilevanza nei trionfi, prove e tribolazioni della classe lavoratrice americana passata e presente. Come spiega l’importante economista della sinistra statunitense Richard Wolff, la lunga ascesa storica dei salari reali negli Stati Uniti è finita più di trent’anni fa grazie a “il combinato di informatizzazione, esportazione di posti di lavoro, aumento delle donne nel mercato del lavoro, e una nuova ondata migratoria… questa volta dall’America Latina, principalmente da Messico e America Centrale…. I capitalisti da Main Street a Wall Street si sono rapidamente resi conto che i datori di lavoro potevano rallentare o fermare la crescita dei salari, una volta che l’offerta supera la domanda nel mercato del lavoro…”

Se non credete che l’immigrazione sia usata dai datori di lavoro per abbassare gli standard di vita e lavorativi negli USA, allora andate a lavorare in una qualunque fabbrica statunitense che offra un significativo numero di posizioni sgradite e con mansioni che richiedono bassa formazione. Vedrete i vostri boss capitalisti che tengono bassi i salari e i lavoratori intimiditi e oppressi da (tra le altre cose) l’assunzione di immigrati la cui esperienza di estrema povertà, violenza e altre forme di miseria nella loro patria d’origine li rende più che pronti a lavorare, obbedendo e senza che all’esterno trapeli alcuna lamentela, per dieci dollari l’ora, o anche meno, nella  “produzione moderna”.

Non di meno, “l’opinione degli esperti[in inglese] persiste nella creazione del mito secondo cui l’immigrazione non avrebbe impatti negativi sui lavoratori.

Un altro modo in cui l’immigrazione può sostenere il capitale ha a che fare col potere d’acquisto dei salari. Come abbiamo visto, è nell’interesse dei capitalisti mantenere i salari i più bassi possibile. Tuttavia, la contraddizione che sorge – e Harvey le dà considerevole attenzione – è che salari più bassi significano meno soldi disponibili per acquistare beni, cosa che rimpicciolisce le dimensioni del mercato, e riduce il profitto guadagnato dai capitalisti. Perciò, se tutti i lavoratori hanno meno soldi, cosa fare per mantenere alta la domanda? Una (pessima) opzione sarebbe aumentare i salari; un’altra opzione sarebbe aumentare la concessione di crediti, come viene fatto adesso; una terza opzione sarebbe aumentare la massa totale dei lavoratori, come viene pure fatto. I lavoratori hanno tutti meno denaro da spendere, ma importando più lavoratori, si ottiene un maggior numero di persone che spendono (comunque poco). Perciò l’immigrazione può sostenere o perfino aumentare la domanda, senza aumentare i salari (vedere pag. 82).

“Un fenomenale tasso di crescita nella forza lavoro totale”, scrive Harvey, “aumenterebbe la massa di capitale prodotto anche se il tasso di ritorno individuale è in caduta” (pag. 107). Comunque, Harvey non menziona il fatto che un modo per progettare una crescita fenomenale della forza lavoro sia incoraggiare l’immigrazione di massa, o permettere tacitamente l’ingresso illegale in un paese a grandi numeri di persone. Ciò che Harvey dice è che l’immigrazione può aiutare a sostenere la futura crescita economica, ma non è chiaro come, dato che subito dopo afferma che, nel caso americano, “la creazione di posti di lavoro a partire dal 2008 non ha tenuto il passo dell’espansione della forza lavoro” e che l’apparente declino del tasso di disoccupazione riflette al contrario “una diminuzione della proporzione di popolazione in età da lavoro che cerca di partecipare alla forza lavoro” (pagg. 230-231). Ancora una volta non riesce a considerare l’impatto di milioni di persone che entrano nella forza lavoro dall’estero.

Il perché David Harvey appaia reticente al produrre una critica focalizzata dell’immigrazione, può essere spiegato da una particolarissima riga del suo libro, dove sembra incolpare per la sua disoccupazione attraverso la delocalizzazione, la classe operaia stessa, e i suoi comportamenti verso le altre classi:

Quando ha preso piede nelle classi operaie un fervore anti-immigrati, i capitali si sono spostati nelle maquiladora [in italiano] messicane e nelle fabbriche cinesi e bengalesi, in un movimento di massa verso dovunque ci fosse lavoro in surplus. (Harvey, 2014, pag. 174).

Che affermazione deludente: all’improvviso il capitale non è più sotto accusa, in questa brusca deviazione dalla narrazione centrale di Harvey. Sono le classi operaie che si sono fatte “prendere” da qualcosa. Come hanno raggiunto un potere tale da mettere le mani sugli stessi processi produttivi che non hanno mai posseduto? E se le classi operaie avessero un’opinione più allegra della concorrenza della manodopera immigrata, quei posti di lavoro sarebbero comunque andati all’estero? I capitalisti prendono le loro decisioni su dove ottenere il maggior profitto consultando prima i loro operai su quello che provano nei riguardi degli altri? Non so se ci sia una prova minimamente in grado di convalidare una conclusione così assurda.

Dove Harvey, nella sua propria discussione, avrebbe potuto trovare un punto d’accesso più fruttuoso è dove ha scritto che “i tre affari più lucrosi del capitalismo contemporaneo” sono “il traffico di donne, lo spaccio di droga e la vendita clandestina di armi” (pag. 32). Traffico di “donne”? Perché non traffico di “lavoratori” – come è nel caso dell’immigrazione illegale, che viene sfruttata dai trafficanti di esseri umani in numeri molto più grandi rispetto al traffico delle sole donne? In entrambi i casi, i confini “aperti” o poco controllati sono un regalo ai “tre commerci più lucrosi” del capitalismo contemporaneo. Il modo migliore per massimizzare la crescita della forza lavoro si trova esattamente nei mezzi illegali, perché, come dovrebbe essere ovvio, “illegale” significa che il movimento dei migranti è: (a) non regolamentato dallo stato, e non soggetto al dibattito politico; (b) illimitato nei numeri; e, (c) esiste una situazione dove i lavoratori non possono avvalersi dei diritti concessi loro dalle leggi sul lavoro.

Nella cornice dell’attuale dibattito politico negli USA, Harvey ci ricorda alcuni punti importanti. Uno di questi punti è che fu sotto l’amministrazione del Presidente Bill Clinton che gli USA hanno visto un grande aumento del numero di lavoratori disoccupati oppressi dalla povertà. In cambio, osserva Harvey, “Clinton è stato da allora profumatamente ricompensato dalle organizzazioni affaristiche, guadagnando nel 2012 circa 17 milioni di dollari di onorari come conferenziere principalmente dai gruppi d’affari” (pag. 176). Una delle tante cose divise in comune tra Bill e Hillary Clinton è perciò un consistente insieme di politiche progettate per assicurare la crescita del “l’esercito di riserva” di lavoratori. Ma, con gli attuali dibattiti in mente, nel libro c’è poco che spieghi come il Messico, per esempio, guadagni dal deflusso di migranti (che producono rimesse) verso gli USA insieme alla produzione di beni a basso costo per l’esportazione. Si potrebbe pensare che questo sia importante, perché sconvolge i modelli neo-marxisti canonici per i quali il flusso di capitale è a senso unico, dalla periferia al centro – o forse no, ma è per questo che ulteriori discussioni sarebbero utili.

Però Harvey ha qualche utile intuizione sul modo con cui stiamo assistendo a un conflitto sulle politiche migratorie tra “politica” ed “economia” (pag. 156). Per politica, lui intende lo stato e la territorialità del potere statale, per economia intende gli interessi del capitale. Come osserva Harvey “la lealtà costruita dei cittadini nei confronti dei loro stati è in conflitto, per principio, con la lealtà particolare del capitale solo ed esclusivamente nei confronti del fare soldi” (pag.157). In quella che per Harvey avrebbe dovuto essere di nuovo un’apertura per riflettere sull’immigrazione, egli scrive che, “affezioni e lealtà verso particolari posti e forme culturali sono viste come anacronismi”, e a questa frase fa seguire la domanda: “Questo non è quello che la diffusione dell’etica neoliberista ha proposto e, alla fine, attuato?” (pag. 277). Qui potremmo rivisitare il summenzionato commento di Naomi Klein.

Una argomentazione meno indulgente riguardo Diciassette Contraddizioni sarebbe che è problematica la persistente riluttanza di David Harvey di permettere alle sue critiche di incorporare le realtà dell’immigrazione, in parte perché suggerisce una debolezza non solo dello schema analitico, ma anche della capacità o volontà di analizzare. Una discussione più indulgente direbbe che Harvey ammette esplicitamente di lasciare fuori razza e genere dalle contraddizioni che studia (pag. 7), e perciò l’immigrazione potrebbe essere solo un’altra delle contraddizioni che non ha affrontato. Il suo ragionamento è che i conflitti di razza e genere non sono peculiari al capitalismo – e si potrebbe dire anche che le migrazioni di massa hanno preceduto di molto il capitalismo. Comunque, la migrazione contemporanea tra due stati è senza dubbio un fenomeno del moderno sistema capitalista, e quindi la sua logica dell’esclusione non si applicherebbe, e potrei aggiungere anche che la sua argomentazione è su basi particolarmente traballanti quando si arriva al razzismo (che non è una forma preistorica di disciplina del lavoro e discriminazione).

Immigrazione: al servizio dei padroni dei voti

Se concordate con Marx, che è nell’interesse dei capitalisti avere a disposizione un grande esercito di riserva di lavoratori disoccupati per mantenere bassi i livelli dei salari e possibilmente spezzare la schiena delle organizzazioni sindacali, non penserete che la creazione di schiere di lavoratori sacrificabili rappresenti in qualche modo una novità (non c’è bisogno comunque di essere un marxista per essere d’accordo con qualcosa che in ogni caso è un’osservazione della realtà). Però, deve essere anche chiaro che negli USA, in Canada e in parti dell’Europa, la deindustrializzazione derivante dagli accordi di libero scambio ha creato un numero di disoccupati molto maggiore di quanto fosse mai avvenuto prima. Il fenomeno di accresciuta perdita di posti di lavoro dovuta al libero scambio globale è una particolarità del capitalismo neoliberale. Chiaramente, per tutti quelli che beneficiano di questo stato degli affari – le élite politiche ed economiche che governano il sistema a proprio vantaggio –  la crisi ha fatto sì che essi adesso sentano gli effetti della reazione di chi si è impoverito. La democrazia liberale, come sistema di potere, è stata possibile solo dopo che, avendo separato la politica dall’economia, il voto non ha costituito più una minaccia per il sistema economico (Macpherson, 1965, pp. 12, 13, 51). Però, quando i lavoratori spossessati hanno trovato modo di esprimere le proprie proteste tramite le elezioni, questi muri di separazione hanno cominciato a rompersi. Non c’è da meravigliarsi allora che le élite liberali democratiche adesso continuino a proclamare che ciò a cui stiamo assistendo oggi è il “suicidio [in inglese] della democrazia”, scrivendo addirittura in termini apocalittici che “la fine è vicina[in inglese] e che sta arrivando la “tirannia[in inglese].  Quello che è arrivato alla fine – per come doveva, visto quanto sia evidentemente irrazionale e insostenibile – è il sistema “elitista democratico” creato da chi ha il potere che, si sperava, avrebbe preservato il sistema economico rimuovendo le istanze popolari dalla politica (Bachrach, 1980). Invece, gli elettori adesso si rendono conto che in casi eccezionali, effettivamente, riescono ad esprimere un voto su globalizzazione, libero scambio e neoliberalismo – come nel caso del voto sul Brexit in Gran Bretagna e nel caso del movimento di Trump negli USA.

(Ma chi avrebbe detto che le élite fossero talmente delicate e isteriche che adesso, quando sono più ricche che mai nella storia umana, il solo parlare di una riduzione della loro abilità ad avere ancora di più sia concepito in termini di suicido e di apocalisse?)

D’altra parte le democrazie liberali non rendono mai disponibili alla scelta pubblica le questioni come il libero scambio o l’immigrazione. Non è mai stata destinata ad esserlo, poiché i lavoratori sono guardati con profondo disprezzo (vedi  Krugman, 2016Confessore, 2016 [entrambi in inglese]). Nel caso del Brexit, c’è stato aperto disprezzo per la democrazia da parte di chi ha votato per il Remain, provando di tutto, dal chiedere al parlamento di semplicemente ignorare il risultato del referendum, al chiedere un altro referendum con una soglia più alta per la vittoria del Brexit, ed entrambi gli sforzi sono stati vani. Gli appartenenti alla sinistra metropolitana si sono arrabbiati con la classe lavoratrice e il fatto che alcuni avvocati del Remain fossero motivati dalla prospettiva di altro lavoro a prezzi stracciati non è passato sotto silenzio. Gli oligarchi sono in grossi problemi e vorrebbero che il resto di noi li salvino.

Quando un sistema oligarchico [in inglese] è nei guai, cerca, ovviamente, delle soluzioni. Dopo aver reso usa e getta la maggior parte dei lavoratori esistenti, la chiave sta nel trovare modi per renderli sacrificabili anche come elettori. Fortunatamente per gli oligarchi, la storia gli offre delle soluzioni. Sul sito web [in inglese] del Dipartimento di Stato americano, ci sono lezioni sulla sopravvivenza di un regime da parte di politici che, per avere una nuova riserva di elettori, hanno importato immigrati riconoscenti. Uno di questi casi riguarda la Guyana sotto il dominio di Forbes Burnham e del Congresso Nazionale del Popolo (PNC). Con una classe operaia divisa tra Afro- e Indo-Guyanesi, con i secondi, più numerosi, che sostenevano il partito di opposizione, Burnham importò immigrati neri da qualcuna delle vicine isole caraibiche più piccole, i quali avrebbero votato [in inglese] il PNC come ringraziamento per la protezione di Burnham. Cose simili sono accadute a Trinidad e Tobago [in inglese], sotto il governo alleato dagli USA di Eric Williams e del Movimento Nazionale del Popolo (PNM). In questo casi si è ampiamente sospettato che la grande crescita di popolazione immigrata [in inglese] da Saint Vincent e Grenadine e da Grenada, abbia potenziato la base degli elettori del PNM.

Negli USA, sembra che ci sia un sollievo che sconfina nella gioia quando i Democratici possono dichiarare [in inglese] il declino del numero di elettori bianchi della classe operaia, e l’aumento del numero di elettori ispanici – grazie all’immigrazione, sia legale che illegale, che le loro politiche hanno aiutato a sostenere. Io non direi che gli attuali governanti degli USA abbiano preso suggerimenti da stati che hanno usato usato limmigrazione per creare nuove basi demografiche di supporto, né penso che questa logica sia così estranea da dover essere importata. Invece, il punto è comprendere come, in una nazione divisa dal punto di vista etnico, limmigrazione possa venir utilizzata come strumento per la sopravvivenza di un regime. Una intuizione insolitamente assennata ci è arrivata da uno dei presentatori radiofonici di destra americani, che, prendendosi gioco della correttezza politica di chiamare gli immigrati illegali “lavoratori senza documenti”, li ha invece chiamati “Democratici senza documenti” [in inglese].

I “confini aperti” forniscono l’opportunità per estendere la durata della vita di un regime impopolare. Le élite dominanti capiscono che: (a) i lavoratori sacrificabili sono elettori sacrificabili, e, (b) possono sempre importare una nuova base elettorale, grata per la loro protezione, fino a quando possono fare i loro discorsi a favore della immigrazione. È qui che esse si rivolgono alla politica identitaria, alla lobby neo-tribale [in inglese] e all’ipocrito narcisismo morale che sfrutta espressioni di sdegno calcolate. Dato che gli oligarchi si rivolgono al resto di noi perché li salviamo, molti sono cascati nelle seducenti e sfruttatrici politiche dell’identità e dello sdegno morale. Molti lo fanno illudendosi di far parte di una qualche antica lotta contro il “fascismo”, e vanno in battaglia appropriatamente armati di foto, affisse sui social media, di quei testi classici marxisti dell’800 e dei primi del ’900 che sono orgogliosi di leggere. Altri lo fanno perché ancora una volta si lasciano guidare da reazioni emotive istantanee verso obiettivi che a malapena percepiscono.

E’ significativo che il vero fascismo non si sia radicato in una nazione affetta da alti livelli di immigrazione. Al contrario, si è sviluppato in uno dei principali paesi fornitori di emigranti al mondo: proprio l’Italia, in cui è stato inventato il concetto stesso del fascismo. Infatti, il vero ed effettivo fascismo storico prevedeva un piano di colonizzazione, al fine di sistemare e trovare impiego a una popolazione nazionale in costante aumento, il che non riflette affatto le posizioni di Trump.

Mentre la immigrazione può aiutare la sopravvivenza di un regime in territorio nazionale, essa può anche essere un fattore destabilizzante quando deriva da un cambiamento di regime all’estero. L’immigrazione è stato uno dei principali fattori motivanti per la recente vittoria del Brexit nel Regno Unito (vedi Kummer, 2016a, [in inglese] per dettagli).

Come alcuni hanno spiegato, “la società britannica è stata trasformata da una ondata di immigrazione senza precedenti nella sua storia”.  Con l’avvento di Tony Blair al governo, “circa il doppio di immigrati sono arrivati nel Regno Unito, di quanti erano arrivati nel mezzo secolo precedente” (Salam, 2016a [in inglese]). Per cui, alcuni hanno sostenuto che il Brexit è una vittoria [in inglese] per la classe operaia della Gran Bretagna.

Immigrazione e Capitale 1

Immigrazione e Capitale 2

Nel caso europeo, il massiccio afflusso di rifugiati e migranti negli ultimi due anni, in arrivo attraverso la Turchia, la Grecia e la Libia, non ha favorito la stabilità della classe politica dominante. Qui si vede come i governi europei, alcuni dei quali favorevoli e collaboratori degli Stati Uniti in campagne per il  cambio di regime, in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, raccolgano il contraccolpo di un afflusso di rifugiati. Dopo aver indebolito certi stati o creato dei non-stati virtuali in Afghanistan, Iraq e Libia, e al contempo minando pesantemente la stato della Siria, la violenza senza precedenti in quelle nazioni ha generato enormi popolazioni di rifugiati.

Per un po’, è stato possibile trasferirne l’onere a nazioni meno in grado di permettersi di ospitare rifugiati, come la Giordania, la Turchia, e anche l’affannata Grecia. La stessa Siria ha ospitato centinaia di migliaia di Iracheni dopo l’invasione degli Stati Uniti. Quando parte delle popolazioni di rifugiati hanno cominciato a muoversi verso nord, verso l’Unione Europea, le élite politiche dominanti ne hanno, in pratica, trasferito i costi alla classe operaia. Con l’effetto di  ridurre ulteriormente i servizi sociali, già peraltro diminuiti in regime di austerità, e con l’aspettativa che la classe operaia vi si adattasse senza lamentarsi.

Le proteste della classe operaia sono state definite “razziste” e “xenofobe”, in particolare dai cosiddetti “progressisti”. Il punto qui non è che i meno abbienti, e meno in grado di dare spazio a rifugiati e migranti, debbano essere accoglienti o ostili. Il punto è che, in primo luogo, i paesi occidentali non avrebbero dovuto creare quelle popolazioni di rifugiati, come hanno fatto con le loro invasioni, occupazioni, e  campagne di bombardamento.

Conclusione: la Sinistra sta scomparendo?

Finora abbiamo assistito ad alcuni casi in cui la Sinistra, a grandi linee, ha abbandonato ogni sforzo di articolare una prospettiva critica sulla immigrazione. Vediamo ciò in casi come:

  • il ritrarsi dei politici e degli attivisti di sinistra delle critiche alla immigrazione, come nel caso di Naomi Klein e Bernie Sanders, che o non hanno detto più nulla al riguardo o hanno cambiato idea;
  • la chiara riluttanza degli studiosi marxisti come David Harvey a tracciare ovvie connessioni allinterno del loro proprio lavoro;
  • la denuncia, da parte dei politici di sinistra, delle classi operaie, quelle che resistono alla ulteriore austerità dovuta al perdere l’accesso ai servizi sanitari, educativi e sociali per fare spazio ai migranti; e,
  • i tentativi di appellarsi alla sinistra da parte delle élite politiche, le quali dichiarano di essere progressiste e di sostenere gli emigrati provenienti da Messico e America Centrale.

Comunque, visto il modo in cui limmigrazione è stata invischiata nel sostenere il capitalismo neoliberista, e dato lattuale collasso del dominio neoliberista, la Sinistra, nel seguire le tracce dei politici neoliberisti, sta minacciando sé stessa di estinzione. “Non voterò per un razzista o un bigotto” può essere facilmente tradotto con “Sto salvando loligarchia”. E allora, quello di cui potremmo essere testimoni in Occidente è un punto di svolta storico ancora più grande, immaginato in precedenza forse da qualcuno di noi, in cui il futuro verrà plasmato dallassenza della Sinistra in esso. Anche volendo essere meno pessimisti, la Sinistra potrebbe risultare poco più che un residuo, un lascito, che appare sotto forma di vari aspetti superficiali, o di una serie di frasi e temi, invece che una forza sociale consistente.

Senza una Sinistra, le attuali distinzioni Destra-Sinistra (che sono già sfocate e stanno già svanendo su tutti i lati) diventeranno sempre più insignificanti, in particolare considerando il fatto che la Destra comincia ad appropriarsi di questioni e interessi che una volta erano dominio della Sinistra. Fatti alcuni passi in avanti, quello che potrebbe accadere nel caso degli USA è una nuova inversione: i Democratici si posizioneranno più chiaramente come il Partito del Grande Business, mentre i Repubblicani diventeranno il Partito dei Lavoratori [in inglese], ma non in senso assoluto, dato che entrambi i partiti sono essenzialmente alleanze tra diverse classi sociali. Qualunque cosa possa essere la Sinistra, qualunque cosa possa significare Sinistra, dovrà rielaborare le sue posizioni di conseguenza e scrivere per sé stessa nuovi testi fondamentali.

La cosa più importante che dovremmo fare ora, parlando in termini politici più ampi, è quella di sottoporre la immigrazione a un processo decisionale democratico. Deve essere dibattuta profondamente e ci dovrebbe essere unampia consultazione pubblica. Costringere semplicemente le persone al silenzio, con l’aiuto di facili e a volte ipocrite accuse di  “razzismo”, non fungerà da sostituto alla democrazia. Il pubblico ha bisogno di sapere come l’immigrazione può influire su salari, prezzi, opportunità d’impiego, servizi sociali e organizzazione sindacale – considerato che la materia è profondamente collegata alla economia, ai sussidi pubblici e alla politica commerciale. Attualmente negli Stati Uniti ho il sospetto che, per fin troppi politici di sinistra, sulla politica di immigrazione gli Stati Uniti dovrebbero essere tenuti a rispondere più ai cittadini non statunitensi che a quelli statunitensi, e questo è un approccio dannoso e irrazionale. Inoltre, troppo spesso la definizione delle politiche di immigrazione è stata sequestrata dietro alle porte chiuse di comitati legati a filo doppio a interessi privati. Ciò ha prodotto programmi di immigrazione loschi e contorti e ha allontanato il dibattito fino a giungere a importanti punti di svolta, momento in cui il campo politico si è ormai talmente polarizzato da far procedere il dibattito solo nei termini più assoluti. Infine, dal punto di vista della politica estera americana, quello che bisogna invertire è l’uso decennale della pratica  di promuovere nel mondo gli USA come un faro, un modello, come il punto più alto dei risultati umani nel campo della salute e della ricchezza, cosa che automaticamente li rende la destinazione privilegiata di molti, che li scelgono con pochi dubbi e senza conoscerne di migliori.

Note

Confesso di trovare oscure alcune delle spiegazioni e definizioni di Harvey, per esempio ad un certo punto definisce il capitale in un modo che pare includere ogni cosa economica: il capitale è il denaro, la terra, le risorse, le industrie e le fatiche dei lavoratori (pag. 73). Se il lavoro è capitale, come può esserci allora una contraddizione fra capitale e lavoro? In altri momenti la sua distinzione fra capitale e capitalismo diventa così vaga che non si riesce a capire se lui intenda una contraddizione del capitale oppure una contraddizione nel capitalismo, e il titolo del suo libro (“la fine del capitalismo”) non aiuta a decidere a favore del primo caso. Lui dice di fare una distinzione chiara fra capitale e capitalismo e dove dice di farla offre solo la sua definizione del capitalismo (pag. 7). Perciò in pratica non è offerta nessuna distinzione e, circa 70 pagine dopo, il capitale è definito in sostanza come una cosa o forse un processo per fare cose, e, poiché i processi sono processi di qualcosa, sembra che il capitalismo sia ciò che dà senso al capitale. Come ho confessato, trovo tutto ciò alquanto confuso. Tuttavia, dato l’usuale antropomorfismo del capitale nei lavori di Harvey, tale che il “capitale” prende caratteristiche umane come l’iniziativa, il prendere decisioni e l’agire, ciò suggerisce che anche lui potrebbe non avere chiaro di quando scrivere “capitale” e quando scrivere “capitalisti”.

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Articolo di Maximilian Forte apparso su Zero Anthropology il 3 agosto 2016
Traduzione in italiano di Fabio_San, Voltaire1964, Raffaele Ucci, Mario B. per SakerItalia

[le note in questo formato sono dei traduttori]