Intervista esclusiva a Thomas Graham. Il possibile futuro ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca parla della Russia, dell’Ucraina e del ruolo degli Stati Uniti in un mondo cambiato.

Il periodico Politico riferisce che Donald Trump potrebbe nominare ambasciatore americano in Russia Thomas Graham, consigliere di Henry Kissinger ed ex-direttore della società di consulenza Kissinger Associates. In un’intervista esclusiva alla redazione russa di Voice of America, Graham ha rifiutato di commentare la sua eventuale nomina. “Sono solo voci” – ha detto – “Io non leggo i giornali. Dicevano anche che Mitt Romney sarebbe stato designato Segretario di Stato, e sappiamo come sono andate le cose”.

Tuttavia non è sorprendente che il suo nome sia stato menzionato come candidato alla carica di ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca. Thomas Graham è un diplomatico esperto, ed è considerato uno dei massimi esperti americani sulla Russia. Parla bene il russo. Ha lavorato come responsabile per la Russia al Consiglio di Sicurezza Nazionale, ed è stato consigliere speciale del presidente George W. Bush per le questioni inerenti la Russia. Negli anni ’80 e ’90 ha lavorato presso l’ambasciata americana a Mosca.

Ma forse è ancora più importante il fatto che egli ora ricopra la carica di amministratore delegato della società di consulenza Kissinger Associates, e sia considerato il consulente principale dell’ex Segretario di Stato. Lo stesso 93enne Henry Kissinger, nonostante l’età avanzata, conduce una vita politica molto attiva: da molti anni incontra regolarmente il presidente Vladimir Putin, va spesso a Pechino a incontrare i leader cinesi, e dopo la sua vittoria elettorale ha avuto diversi incontri con Donald Trump. Alla fine dello scorso anno sulla stampa si ipotizzava che Kissinger potrebbe assumere il ruolo di mediatore fra Trump e Putin.

Thomas Graham si è rifiutato di commentare queste indiscrezioni.

Sia Graham che Kissinger sono i rappresentanti della scuola “realista” della politica estera americana, e a quanto pare le loro opinioni in una certa misura riflettono quelle di Donald Trump, soprattutto per quanto riguarda le relazioni USA-Russia.

“Credo che in questo caso io possa parlare a nome del dott. Kissinger” ha detto Graham in un’intervista a Voice of America. “Egli vorrebbe vedere un miglioramento delle relazioni USA-Russia, e per molti anni ha lavorato a questo, da quando Vladimir Putin è diventato presidente della Federazione Russa. Nel corso degli ultimi anni, quando le relazioni bilaterali si sono drasticamente deteriorate, egli stava cercando di raggiungere una normalizzazione nei rapporti, l’apertura di canali di comunicazione e di dialogo per discutere degli interessi nazionali, dei problemi del mondo, e delle sfide che devono affrontare i nostri paesi. Sulla base di tale dialogo si può giungere a una comprensione di come costruire le relazioni bilaterali, poi sui dettagli si può discutere”.

Kissinger vedere un miglioramento delle relazioni USA-Russia, e per molti anni ha lavorato a questo, da quando Vladimir Putin è diventato presidente della Federazione Russa.”

L’iniziativa Boisto

Secondo il giornale tedesco Bild, Kissinger ha già suggerito a Trump un piano per risolvere il problema ucraino, che è il principale ostacolo nelle relazioni USA-Russia. Questo piano si basa sulla cosiddetta iniziativa di Boisto. Boisto è un’isola della Finlandia, dove ad agosto 2014 gli esperti russi e americani avevano tenuto “consultazioni informali per concordare le iniziative diplomatiche atte a porre fine al conflitto ucraino-russo. L’essenza delle loro proposte era il conferimento dello status di paese neutrale all’Ucraina, la smilitarizzazione del sud-est del paese, e l’ulteriore discussione sulle questioni legali relative allo status della Crimea. In seguito, alcune di queste raccomandazioni hanno costituito la base degli accordi di Minsk. Thomas Graham era un membro chiave del Gruppo di Boisto nella delegazione americana.

“L’Iniziativa di Boisto è stata inizialmente sottoposta a dure critiche, sia negli Stati Uniti che in Russia”, dice l’ esperto “Successivamente, molti elementi di questa iniziativa andarono tuttavia a costituire la base degli accordi Minsk. Non voglio attribuirne il merito al gruppo di Boisto; in fin dei conti, le modalità della tregua e della risoluzione di tali conflitti non le abbiamo inventato noi. Tuttavia, c’è una certa ironia della sorte nel fatto che le stesse persone che criticavano l’iniziativa di Boisto ora dicano: “Se solo fossimo stati in grado di raggiungere l’attuazione degli accordi di Minsk, questa crisi potrebbe essere stata già risolta!” L’iniziativa di Boisto prevedeva delle possibili vie di uscita dalla crisi, e oggi in molti sono concentrati sulla realizzazione degli accordi di Minsk, che, anche se non sono scaturiti direttamente da questa iniziativa, si sono però sviluppati in parallelo con essa”.

Oggi, Graham ritiene che l’attuazione degli accordi di Minsk, insieme alla revoca delle sanzioni imposte contro la Russia dall’amministrazione di Barack Obama, possa portare alla soluzione della crisi.

“Vedere la Russia così com’è”

“Penso che sia ovvio che la Russia abbia i propri interessi a lungo termine in Ucraina: per questo ci sono ragioni storiche, culturali e personali” dice Thomas Graham “Tuttavia, il riconoscimento di questi interessi non implica il riconoscimento della sfera di influenza russa. Credo che questi interessi dovrebbero essere presi in considerazione per correggere la politica estera americana. Anche gli Stati Uniti hanno i propri interessi in Ucraina, e quindi bisogna trovare un equilibrio nel rispetto degli interessi reciproci. Questo è il vero scopo del dialogo”.

“Tuttavia, la questione dovrebbe essere posta più ampiamente” continua l’esperto “Ci sono gravi disaccordi su una serie di questioni che devono essere discusse. Sono, soprattutto, le questioni di ordine mondiale: nel corso degli ultimi 60-70 anni, e, in alcuni casi, degli ultimi 300-400 di anni, ci siamo basati su principi europei di sovranità, di integrità territoriale, di uso legittimo della forza, del diritto all’autodeterminazione. A mio parere, sia a Washington che a Mosca si è d’accordo su questi principi fondamentali. Il problema è come interpretarli e come applicarli nella situazione attuale”.

“Pertanto, la nuova amministrazione degli Stati Uniti dovrebbe stabilire i canali di comunicazione e discutere seriamente a un livello adeguato su come interpretiamo la situazione attuale del mondo e su come vediamo il rapporto tra Stati Uniti e Russia”

“Questo è un problema di carattere generale, ma ci sono delle questioni concrete su cui abbiamo divergenze, tra cui l’Ucraina, e la Siria; i nostri interessi possono non coincidere nell’Artico, nell’Asia meridionale” indica Graham. “Pertanto, la nuova amministrazione degli Stati Uniti dovrebbe stabilire i canali di comunicazione e discutere seriamente ad un livello adeguato su come interpretiamo la situazione attuale del mondo e su come vediamo il rapporto tra Stati Uniti e Russia”.

“Sulla base dell’intesa raggiunta, dobbiamo formulare una politica verso la Russia, che promuova i nostri interessi, considerando la Russia reale con cui abbiamo a che fare oggi, e non la sua immagine idealizzata che avevamo sperato di vedere 25 anni fa dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e certamente non con quell’immagine demoniaca della Russia dipinta oggi dalla gran parte dei media occidentali” conclude Graham. “Questo è un approccio molto pragmatico, basato su una comprensione realistica dei nostri interessi nazionali, e anche del fatto che la Russia perseguirà con forza i propri interessi e non farà concessioni che, a suo parere, mettano a rischio il raggiungimento dei suoi obiettivi in tutto il mondo”.

La NATO, le sanzioni, la Crimea

Mikhail Gutkin: Lei pensa che una parte della soluzione dovrebbe essere una moratoria sull’espansione della NATO e il rifiuto di adesione dell’Ucraina alla NATO?

Thomas Graham: Non vedo alcuna ragione per l’espansione della NATO nella situazione attuale. All’interno della NATO ci sono abbastanza problemi che hanno bisogno di una soluzione. La Russia, in un certo senso, è una minaccia per la NATO, ma una minaccia non meno grave l’alleanza deve affrontarla ai suoi confini meridionali.

Per quanto riguarda l’Ucraina: in considerazione degli interessi della Russia e la suscettibilità di Mosca su questo tema, non vedo quale scopo si raggiungerebbe con l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Ciò non migliorerebbe la sicurezza dell’Alleanza e non contribuirebbe a ripristinare le relazioni con la Russia. Credo che parte della soluzione della crisi possa essere uno status di paese non allineato per l’Ucraina. Kiev dovrebbe autoescludersi dalla lotta geopolitica, il che consentirà all’Ucraina di concentrarsi sulla soluzione dei suoi pressanti problemi interni. Credo che la questione dell’adesione dell’Ucraina alla NATO dovrebbe – con il consenso di Kiev – essere tolto dall’ordine del giorno.

MG: A quali condizioni si dovrebbe iniziare a togliere le sanzioni contro la Russia?

“Non possiamo risolvere niente, se insistiamo a dire che le sanzioni si possano togliere solo dopo la piena effettuazione degli accordi di Minsk. Questo semplicemente non è possibile, a causa dei malumori a Mosca e dei problemi a Kiev. ” vignetta: “Non hai paura?”

TG: In primo luogo, dobbiamo riconoscere che le sanzioni stanno perdendo il sostegno in Europa. Secondo, dobbiamo riconoscere che le sanzioni non hanno portato alla risoluzione della crisi in Ucraina. Quindi penso che dovremmo cominciare a pensare alla revoca delle sanzioni, prima di tutto al fine di preservare l’unità transatlantica. Penso che la cosa peggiore che possa accadere sia una frattura tra Bruxelles e Washington su tale questione.

Inoltre, non possiamo risolvere niente, se insistiamo a dire che le sanzioni si possano togliere solo dopo la piena effettuazione degli accordi di Minsk. Questo semplicemente non è possibile, a causa dei malumori a Mosca e dei problemi a Kiev. Ma non credo neanche che occorra semplicemente allentare le sanzioni. Le sanzioni devono essere alleggerite in cambio di azioni concrete. Per questo avrei diviso gli accordi di Minsk in parti e avrei offerto a Mosca la loro attuazione a tappe in cambio della revoca di alcune sanzioni. Questo approccio dell’alleggerimento delle sanzioni passo dopo passo in cambio di certe azioni di Mosca può portare alla risoluzione della crisi.

Credo che in questa fase Mosca troverà interessante questo approccio. Questa impostazione sarà anche un segnale a Kiev che l’Ucraina non può più utilizzare la stagnazione prolungata come un espediente per non prendere le decisioni di politica interna necessarie per garantire la sicurezza e lo sviluppo economico del paese.

MG: Lei è favorevole al riconoscimento de facto dell’annessione della Crimea? Gli Stati Uniti possono avere un atteggiamento verso la Crimea simile a quello nei riguardi dei Paesi Baltici all’epoca dell’Unione Sovietica? Gli Usa non li hanno mai riconosciuti come parte dell’URSS, ma questo non ha impedito a Washington di interagire con il Cremlino, dov’è stato possibile.

TG: Adesso non c’è la Guerra Fredda, e noi non possiamo ritardare la risoluzione di questo problema per 50 anni. Credo che la questione della Crimea dovrebbe essere risolta al più presto possibile. E’ necessario trovare una soluzione accettabile per Kiev, Mosca, Washington e le capitali europee. Credo che Mosca sia interessata a legittimare il suo controllo sulla Crimea. Affermare solamente che “la Crimea è nostra e noi non discutiamo su questo problema” in questa fase sembra una reazione inadeguata, soprattutto se la Russia vuole ristabilire i legami con l’Europa e sviluppare l’economia della Crimea. Le sanzioni esistenti limitano la capacità delle imprese straniere di investire nell’economia della Crimea e interagire con le autorità esistenti della Crimea.

Avrei consigliato a Mosca un approccio creativo alla soluzione della questione della Crimea, e gli Stati Uniti possono aiutarla in questo. Si potrebbe trattare del pagamento di un risarcimento alla parte ucraina, oppure di un secondo referendum, visti i dubbi sulla legittimità del primo referendum sull’unione alla Russia. Potrebbe trattarsi dello sfruttamento delle risorse offshore, o di altre soluzioni che non necessariamente cambieranno la situazione attuale della penisola, ma prenderanno in considerazione la volontà della popolazione della Crimea, senza danneggiare gli interessi economici e la sicurezza dell’Ucraina. Non so come sarà in dettaglio questa soluzione, ma non dobbiamo rimandarla all’infinito. Forse questa non è una priorità nelle relazioni USA-Russia, ma penso che nei prossimi 5-10 anni possa essere risolta.

“Avrei consigliato a Mosca un approccio creativo alla soluzione della questione della Crimea, e gli Stati Uniti possono aiutarla in questo. Si potrebbe trattare del pagamento di un risarcimento alla parte ucraina, oppure di un secondo referendum, visti i dubbi sulla legittimità del primo referendum sull’unione alla Russia.”

Stati Uniti, Russia, Cina

MG: Thomas Graham ritiene che la Casa Bianca e il Cremlino dovranno avere degli incaricati speciali per le relazioni bilaterali. Queste persone devono godere della fiducia di Donald Trump e Vladimir Putin, per poter trasmettere messaggi da un leader all’altro aggirando le strutture burocratiche, che non sempre sono in grado di articolare un unico messaggio coerente.

TG: Il presidente eletto Trump ha più volte detto che vorrebbe stabilire un rapporto di lavoro con il presidente Putin. Quanto tempo ha intenzione di dedicare allo sviluppo di queste relazioni, non lo sapremo fino a quando non entrerà in carica e determinerà le sue priorità. Presumo che la maggior parte del tempo il presidente Trump lo spenderà nella risoluzione dei problemi interni degli USA, che sono stati messi in rilievo durante la sua campagna elettorale: la protezione dei posti di lavoro, la protezione del livello e dello stile di vita degli americani, soprattutto quelli che vivono in provincia. Quanto tempo gli resterà per la politica estera, non lo sapremo fino a quando non diventerà presidente. Ecco perché credo che ci sia bisogno di un addetto alle relazioni con la Russia. Ma, francamente, non solo a quelle con la Russia, ma anche con la Cina e altre potenze chiave in grado di influenzare gli interessi americani in materia di sicurezza nazionale.

MG: Donald Trump per molti anni (molto prima di annunciare la sua candidatura alla presidenza) ha espresso l’idea che gli Stati Uniti debbano mantenere buone relazioni con la Russia. Allo stesso tempo, parla della Cina in modo molto più critico, si potrebbe anche dire conflittuale. Pensa che questa sua visione si rifletterà nella politica che intende condurre il Presidente Trump?

TG: E’ difficile rispondere ora a questa domanda. E’ facile esprimere delle opinioni quando non si è responsabili della politica estera americana. Si può concludere che la Russia non è più una minaccia strategica per gli Stati Uniti, e noi possiamo interagire in un modo diverso da quello con cui abbiamo costruito i rapporti durante la Guerra Fredda. D’altra parte, è evidente che la Cina è una potenza in ascesa, le cui ambizioni a lungo termine non possiamo comprendere appieno. Forse, in un futuro non troppo lontano, la Cina pareggerà la potenza economica degli Stati Uniti e si avvicinerà a quella militare, mentre già ora gli interessi di questo paese non si limitano più al sud-est asiatico. La ricerca del giusto equilibrio di potenze sulla scena internazionale in termini di interesse nazionale degli Stati Uniti sarà una sfida per qualsiasi presidente americano.

Il problema è sempre come realizzare queste idee nelle iniziative concrete di politica estera. Il Presidente eletto Trump dice che vuole migliorare le relazioni con la Russia. Ma cosa significa esattamente? Prendiamo, per esempio, la Siria. In che modo il corpo diplomatico, i militari e le agenzie di intelligence statunitensi coopereranno con i loro omologhi russi? Quali saranno i parametri di questa collaborazione? E’ una domanda molto difficile. Non basta che i presidenti Putin e Trump dicano: cerchiamo di lavorare insieme. Queste intese devono avere un contenuto concreto.

Il Presidente eletto Trump ha parlato dell’ammodernamento dell’arsenale nucleare degli Stati Uniti e dell’eventuale rottura degli accordi sul nucleare con l’Iran. Credo che non sia proprio ciò che vogliano sentire a Mosca. Il problema è come tutte queste idee talvolta contrastanti si possano tradurre in una politica estera coerente, che possa portare al miglioramento nelle relazioni con la Russia, salvaguardando allo stesso tempo gli interessi nazionali.

Lo stesso vale per le relazioni con la Cina. I primi passi di Trump, tra cui una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, così come alcune sue dichiarazioni sulla politica commerciale, suggeriscono che le relazioni USA-Cina saranno più complicate. Tuttavia, molte domande restano aperte: come elaborare una strategia sulla base di queste idee? Quali equilibri dovrebbero esserci nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina e tra Stati Uniti e Russia? Penso che Trump non abbia ancora avuto né il tempo né l’apparato necessario per lo studio di questi problemi.

I tweet di Trump e la resistenza alla sua agenda di politica estera

MG: In effetti, Trump viene criticato oggi perché fa dichiarazioni politiche tramite Twitter. So che lei è in contatto con la squadra di transizione di Trump. Pensa che la sua squadra abbia le competenze necessarie per un approccio sistematico alla politica estera, di cui lei parla?

TG: Oggi non possiamo dare una risposta a questa domanda, perché non sappiamo ancora chi entrerà nella squadra per la politica estera di Trump. Sappiamo i nomi dei candidati per i posti in Consiglio dei Ministri, e le opinioni di alcuni di essi sono discordanti. Non sappiamo come lavoreranno insieme. E soprattutto, non sappiamo chi saranno i loro assistenti e i vice, quelli che preparano per loro i documenti ed elaborano i progetti. E’ ancora troppo presto per parlarne. Quello che si vede nei media è pura speculazione. Qualcosa di questo può essere vero, e qualcosa assolutamente no.

“A mio parere, è molto difficile condurre un lavoro diplomatico tramite Twitter. Forse nelle relazioni internazionali c’è un posto per i tweet, ma essi non possono sostituire una discussione seria che si dovrebbe tenere tra Mosca, Washington, Pechino, Berlino, Londra e altre capitali.”

Per quanto riguarda i suoi tweet, si tratta di un fenomeno nuovo. Non sappiamo se Trump continuerà ad usarli attivamente dopo l’insediamento. A mio parere, è molto difficile condurre un lavoro diplomatico tramite Twitter. Forse nelle relazioni internazionali c’è un posto per i tweet, ma essi non possono sostituire una discussione seria che si dovrebbe tenere tra Mosca, Washington, Pechino, Berlino, Londra e altre capitali. Indipendentemente da come la pensa il presidente eletto, non credo che la sua squadra effettuerà la politica estera attraverso Twitter.

MG: Molte idee sulla politica estera di Trump sono criticate duramente dai media, dal Congresso, dalla comunità degli esperti. Sarà in grado di superare una forte resistenza del genere? Riuscirà la sua squadra a orientarsi in una nuova direzione?

TG: Se la politica estera di Trump sarà più pragmatica, non c’è dubbio che diventerà oggetto di dibattito negli Stati Uniti. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nella politica estera degli Stati Uniti hanno dominato gli interventisti liberal (durante l’amministrazione Clinton) e i neoconservatori (sotto l’amministrazione Bush). Il presidente Obama aveva una posizione più pragmatica, ma nel dibattito pubblico sulla politica estera prevalevano ancora gli interventisti liberal e i neocon. Per questo l’amministrazione Trump dovrà senza dubbio affrontare la resistenza dei media e del Campidoglio.

Uno dei problemi principale sarà se l’amministrazione Trump riuscirà a disciplinare l’apparato burocratico. La maggior parte dei dipendenti del Dipartimento di Stato, del Pentagono, delle agenzie di intelligence, sanno come funziona il nostro sistema e sapranno realizzare professionalmente i compiti posti dall’amministrazione Trump. Non credo che ci saranno problemi solo perché qualcuno al Dipartimento di Stato si considera un interventista liberal o neocon, e si rifiuta di eseguire la linea politica di Trump.

Gli hacker russi

MG: Uno dei problemi immediati sembra quello degli hacker russi. Nell’establishment americano molti ritengono che non si tratta solo della raccolta di informazioni, ma dei tentativi della Russia di influenzare o addirittura di minare la democrazia americana. Sembra una cosa abbastanza straordinaria, e molti sono molto preoccupati per questo fenomeno. Cosa ne pensa?

TG: E’ una domanda molto difficile. La complessità dell’argomento per il dibattito pubblico sta nel fatto che ben pochi dei suoi partecipanti hanno accesso ai rapporti di intelligence. Io non ho accesso a tali dati, e non so su cosa si basino le loro conclusioni.

Qualsiasi intelligence raccoglie informazioni e ricorre ad attività di hackeraggio. La leadership politica degli Stati Uniti attira l’attenzione di tutto il mondo, e le agenzie di spionaggio di molti paesi cercano di raccogliere ogni tipo di informazione, utilizzando tutti gli strumenti disponibili e i metodi più efficaci… La Russia, come altri paesi, utilizza per questi scopi il cyberspazio. E’ diventata una norma. Ogni partecipante ad un processo politico che non usa i programmi di crittografia, non presta sufficiente attenzione alla sicurezza informatica, e utilizza dei dispositivi mobili dovrebbe essere consapevole che alle sue comunicazioni possono accedere i russi, i cinesi, e così via.

Non è per niente sorprendente che la Russia abbia potuto cercare di ottenere l’accesso ai server del Comitato Nazionale del Partito Democratico e di John Podesta (il capo del comitato elettorale di Hillary Clinton – MG) … Il problema sta nei tentativi di collegare gli attacchi degli hacker con la pubblicazione delle informazioni reperite. Senza l’accesso ai dati di intelligence è difficile affermare, con qualsiasi grado di sicurezza, che dietro tutto questo ci sia la Russia. Ed è ancora più difficile dire che il Presidente Putin, dal Cremlino, sovrintendeva personalmente a tutto ciò. Non escludo che dietro ci sia la Russia, ma non posso escludere la possibilità che ci possano essere altri Paesi o individui interessati alla pubblicazioni di tali informazioni, e che possano ottenerle da altri canali.

Riflettendo su cosa fare per proteggere il nostro sistema elettorale, è necessario considerare l’intera gamma di possibilità, e non fissarsi solo sulla Russia.

Da un punto di vista storico, non c’è nulla di nuovo. I paesi sono intervenuti negli affari interni degli altri per decenni, se non per secoli. E in modi diversi. Durante la Guerra Fredda esisteva il Partito Comunista degli Stati Uniti, e probabilmente esiste anche oggi. Abbiamo ragione di credere che fosse finanziato da Mosca. Non era forse un intervento di una potenza straniera negli affari interni degli Stati Uniti? (il Partito Comunista degli Stati Uniti fino ad oggi ha negato il finanziamento dall’URSS – M.G.).

Noi siamo sempre preoccupati per la propaganda, la disinformazione, ma tutti i servizi segreti in un modo o nell’altro sono coinvolti in queste attività, e hanno ottenuto successi in questo campo soprattutto durante la Guerra Fredda. L’ingerenza negli affari interni degli Stati Uniti non è una novità. È possibile ingaggiare un lobbista, che a vostro nome cercherà di influenzare uno o l’altro aspetto della politica degli Stati Uniti. E’ anche vero che l’attività delle lobby è regolata dalla legge ed è svolta apertamente, e quindi non causa particolare preoccupazione, tuttavia è difficile sostenere che questo non sia un tentativo di interferire negli affari interni. Il problema con gli hacker russi è che i partecipanti al processo politico negli Stati Uniti ritengono che la Russia in qualche modo abbia influenzato l’esito delle elezioni americane; questa reazione forte è dovuta a un livello di ostilità generale nei rapporti USA-Russia. Propongo di fare un passo indietro e, dopo un respiro profondo, di condurre un’indagine approfondita per individuare la vulnerabilità del sistema e di adottare le misure per garantire l’integrità del nostro processo elettorale.

“Propongo di fare un passo indietro e, dopo un respiro profondo, di condurre un’indagine approfondita per individuare la vulnerabilità del sistema e di adottare le misure per garantire l’integrità del nostro processo elettorale.”

Penso anche che noi, come comunità politica, dobbiamo decidere come trattare tali fughe di informazioni. A mio parere, per esempio, nella corrispondenza di Podesta non c’era niente di straordinario. E’ la corrispondenza di persone che devono risolvere alcune questioni politiche in situazioni stressanti; è una normale reazione di persone coinvolte nella campagna elettorale. Ma la stampa si è concentrata su queste fughe di notizie, ignorando le domande chiave che dobbiamo affrontare se vogliamo proteggere il benessere della nostra società e i nostri interessi nazionali nel mondo.

Su una valutazione realistica degli interessi nazionali americani

MG: Tutto questo è vero, ma possiamo parlare di una percezione venuta a crearsi per certe affermazioni o certe decisioni dei politici nei media e nella società in generale. Oggi c’è una percezione di Trump come di un candidato pro-Putin, che dice di voler stabilire buone relazioni con Putin. Ma gli viene fatto presente che i buoni rapporti con la Russia devono essere uno strumento per raggiungere determinati obiettivi degli Stati Uniti, non un qualcosa fine a se stesso.

TG: Penso che oggi dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia, e stabilire dei canali di comunicazione. Possiamo immaginare una situazione in cui cooperiamo con la Russia su una serie di questioni? Sì. Ma finché non ci sediamo a un tavolo di negoziati, non si può dire cosa siano tali questioni. Alla fine, l’amministrazione di Trump sarà giudicata dalla qualità della sua politica estera e dal modo in cui corrisponderà all’interesse nazionale degli Stati Uniti. Trump preoccupa la classe politica americana perché l’establishment non è in grado di riconoscere che il mondo intorno a noi sta cambiando. Trump esprime idee contrarie ai principi della politica estera americana degli ultimi 70 anni. La stampa esclama: “Ha rotto una tradizione di 70 anni di politica estera americana!” invece di spiegare al pubblico americano perché ciò che abbiamo fatto per 70 anni per promuovere gli interessi nazionali americani dovrebbe essere necessario continuare a farlo. Il mondo è cambiato nel corso degli ultimi 70 anni, anche negli ultimi 25 anni. Ci troviamo di fronte a sfide nuove, e la politica estera dovrebbe rispondere ad esse. Credo che abbiamo bisogno di un sano dibattito su come il mondo è cambiato, come questi cambiamenti influenzano gli interessi nazionali, e come gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi in questo mondo mutato.

Stiamo tornando alla necessità di una comprensione realistica degli interessi nazionali americani: qual è il ruolo degli Stati Uniti nel mondo? Di quali risorse abbiamo bisogno per poter svolgere con successo questo ruolo? Abbiamo bisogno di un nuovo consenso sulla politica estera americana nel 21° secolo. Queste domande non sono state sollevate durante la campagna presidenziale dello scorso anno, ma dovrebbero essere discusse nel momento in cui l’amministrazione Trump formula la sua politica estera.

Cosa devono temere a Kiev?

MG: Immagini che lei lavori nel governo dell’Ucraina… oppure, per esempio, in Lettonia. E’ il caso di preoccuparsi per le politiche dell’amministrazione Trump?

TG: Se stessi lavorando nel governo della Lettonia, dovrei preoccuparmi soprattutto di ciò che sta accadendo in Europa. Dovrei pensare insieme ai miei partner europei a come ridurre la vulnerabilità della Lettonia, come bloccare le minacce interne del progetto europeo. Dovrei pensare alla politica estera degli Stati Uniti e a come convincere Washington che il sostegno alla sicurezza e al benessere della Lettonia corrispondono agli interessi degli Stati Uniti. Il ruolo della Russia dovrebbe essere discusso, ma nel più ampio contesto delle minacce e delle sfide alla sicurezza europea e transatlantica. Penso che non ci sia bisogno di fissarsi sulla minaccia russa, che spesso viene utilizzata come un pretesto per rinviare la soluzione dei problemi interni più pressanti. Non credo che la Russia crei una spaccatura in Europa, ma che usi volentieri le divergenze esistenti a proprio vantaggio. L’Europa e l’Alleanza Atlantica hanno notevoli risorse per risolvere le contraddizioni interne, e saranno in grado di superarle, se si concentrano sul problema.

“Penso che non ci sia bisogno di fissarsi sulla minaccia russa, che spesso viene utilizzata come un pretesto per rinviare la soluzione dei problemi interni più pressanti.”

Per quanto riguarda l’Ucraina… Kiev deve pensare al proprio ruolo nella politica mondiale, al consolidamento politico e alla sua economia. Kiev dovrebbe preoccuparsi? Sì, si dovrebbe preoccupare per la situazione geopolitica, per l’economia, per la corruzione, e perché, nonostante il Maidan, il sistema politico del paese non è fondamentalmente cambiato, e questo sistema non ha portato all’unità nazionale e a quelle competenze che sono necessarie per garantire la sicurezza e la prosperità dell’Ucraina. L’attenzione si deve concentrare su questi problemi, e partendo da questo bisognerà pensare a come costruire le relazioni con Mosca, Berlino, Bruxelles e Washington.

MG: Per quanto ne so, lei è coerente nelle sue opinioni. Ma solo un paio d’anni fa, la sua opinione era minoritaria. Si può dire che il suo approccio realistico sarà più apprezzato nell’amministrazione Trump?

TG: Il mio parere potrebbe essere ancora in minoranza. Credo che il mio approccio sia pragmatico, mirato alla risoluzione di problemi specifici e alla protezione degli interessi americani. Dobbiamo valutare realisticamente la situazione e le nostre risorse, riconoscendo che nel 21° secolo non siamo in grado di dominare il mondo così come ci siamo riusciti durante e dopo la fine della Guerra Fredda. La valutazione realistica delle nostre capacità deve portarci alla comprensione che abbiamo bisogno di prendere in considerazione gli interessi di altre nazioni. Credo che gli eventi ci stiano portando in questa direzione. Dobbiamo riconoscere che la tutela degli interessi americani oggi non può essere la stessa di 70 anni fa. Accolgo con favore il dibattito aperto su questi temi, che porterebbe a un ampio consenso sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo e sui nostri interessi. Credo che tale consenso sia necessario per una politica estera coerente ed efficace.

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Articolo comparso su Golos Ameriki il 3 gennaio 2017

Tradotto in Italiano dal Russo da Elena per Sakertalia