Guardate i film campioni d’incassi dal “sud del mondo” e probabilmente comincerete a credere che il mondo non sia davvero un posto così disperato. Forse potreste persino convincervi che con l’attuale regime globale imperialista e turbo-capitalista le cose possono sempre migliorare. Se vivete in ​​qualche angolo sperduto del subcontinente indiano o dell’Africa, basta semplicemente provarci duramente, basta “credere in te stesso e amarti”, basta “ascoltare i tuoi istinti” e tutto alla fine si sistemerà. I tuoi meriti verranno riconosciuti, verrai ricompensato e persino catapultato dalla tua miseria in uno dei ricchi pascoli che coprono le alte colline verdi del successo.

Pensateci due volte! Oppure… non pensateci affatto – infilate semplicemente la testa sotto la sabbia.

Ci sono sempre stati libri e film scritti e prodotti solo per soddisfare le agenzie finanziarie e di propaganda occidentali. Ho descritto il processo, in modo colorito, nel mio recente romanzo politico/rivoluzionario “Aurora[in Inglese].

Basta pensare a Il Cacciatore di Aquiloni, scritto dall’Afghano-Americano Khaled Hosseini, o a tutti quei bestseller di Salman Rushdie o di Elif Şafak, libri sull’India o la Turchia, ma intesi quasi esclusivamente per un pubblico occidentale e spesso disprezzati nei loro paesi nativi.

Le opere di Rushdie e Şafak possono perlomeno essere definite “letteratura”, ma ora sia i mercati occidentali che i media tradizionali richiedono sempre più libri e film spazzatura “buonisti” provenienti da paesi poveri, sempre più storie semplici, pittoresche e “positive” che in realtà confondono e danno false speranze alla popolazione locale di molti paesi poveri.

Ve lo ricordate ancora The Millionaire? Quanto era realistico quello scenario? Prima di tutto, non era nemmeno un film indiano; era un film britannico del 2008, diretto da Danny Boyle, lo stesso che ha diretto Trainspotting. Si svolgeva nella baraccopoli di Juhu a Mumbai.

Nel 2011 ho filmato la stessa baraccopoli di Mumbai dove è stato girato il film. Ho chiesto a molti quanto era probabile un simile “scenario di successo” in quel quartiere sporco e senza speranza. Gli abitanti della baraccopoli di Juhu hanno semplicemente liquidato l’intera faccenda con gesti volgari; perché sprecare parole preziose?

Ora stanno arrivando ​​altri film – sempre di più… e altri ancora! Sentitevi bene; nutrite sentimenti buonissimi nei confronti del mondo! Versate alcune lacrime mentre uscite dal cinema. Mentre respirate proferite le parole: “Tutto è possibile”. Collaborate con l’establishment. Dimenticate la rivoluzione, pensate “positivamente” (il modo in cui il sistema vuole che voi pensiate) e, soprattutto, pensate a voi stessi!

Il film Queen of Katwe, ideato dalla regista indiana Mira Nair (che tra le sue altre opere annovera i film Fire e Water – Il Coraggio di Amare) e che tratta di una vera giocatrice di scacchi ugandese, Phiona Mutesi, è un tour de force di vero individualismo. E poi, se state pensando di vedere davvero un film ugandese o anche indiano, vi state proprio sbagliando: è stato girato per sembrare un film africano, ma è un film americano prodotto dalla Walt Disney Pictures. Ed è in realtà inteso e persino orgogliosamente pubblicizzato come un “film buonista”.

La trama è semplice e prevedibile: una bambina cresce nella miseria totale, in una delle baraccopoli più dure dell’Africa – Katwe, alla periferia di Kampala. Suo padre è già morto di AIDS, sua madre non è in grado di pagare l’affitto, e la sua sorella maggiore sopravvive a malapena come prostituta. Phiona, di appena 10 anni, è costretta ad abbandonare la scuola.

La sua vita si avvicina al collasso totale, ma poi, improvvisamente, un miracolo! Alleluia!

Phiona si iscrive ad un programma di scacchi sponsorizzato dal governo. Lei ha talento, risale la china, presto viaggia in Sudan con un aereo e pochi mesi dopo, anche in Russia.

Dovrebbe essere una “storia vera”. E sì, c’era una povera ragazza, cresciuta in una bidonville in Uganda. Aveva talento, anche se non ha mai raggiunto lo zenit e non ha mai vinto una medaglia d’oro. Nel film, vince tornei, fa soldi e acquista una villa (che sembra un palazzo) per la sua famiglia.

È questo quello a cui dovrebbero mirare i giovani ragazzi poveri della baraccopoli di Katwe che guardano il film? Un sogno simile sarebbe realistico, o è un miraggio assoluto?

Ho girato anche a Katwe, per il mio documentario di condanna Rwanda Gambit [in Inglese, a pagamento]. E quando ero un ragazzino, anch’io passavo per un talentuoso giocatore di scacchi e partecipavo a diversi tornei e concorsi. In un modo o nell’altro, il film Queen of Katwe non aveva alcun senso. Diventare campione di scacchi richiede molto più di un po’ di fortuna e di zelo. Come un pianista di concerti, un giocatore di scacchi deve passare anni e anni ad allenarsi duramente per giocare ad un certo livello, ammazzandosi letteralmente.

Quando ero un ragazzo, mio ​​padre, uno scienziato, era ossessionato dal trasformarmi in un campione. Francamente, non ero molto interessato, anche se ho lavoravo sodo per anni. Ho vinto alcune medaglie, ma non sono mai andato oltre. Avrebbe potuto Phiona, affamata, quasi senza un tetto sopra la testa, diventare un grande maestro di scacchi subito dopo pochi mesi di allenamento senza sforzi?

Mi piacerebbe, ma conoscendo l’Uganda, le sue baraccopoli, comprendendo pienamente la spietatezza della loro realtà e, naturalmente, conoscendo gli scacchi, ne dubito.

Chi beneficia di tali film? Sicuramente non i più poveri dei poveri, e sicuramente non gli Indiani o gli Africani!

Sembra che gli unici beneficiari siano coloro che cercano di mantenere lo status quo, in Occidente e nelle colonie. Non vogliono che la gente si renda conto che non c’è quasi più alcuna speranza, e che solo un cambiamento radicale, una rivoluzione, può invertire e migliorare le cose nei loro paesi saccheggiati.

Una rivoluzione è un evento “comunitario”. Non si tratta mai di una persona che improvvisamente avanza, o viene “soccorsa” o “salvata”. Non si tratta di una persona sola o di una sola famiglia che “ce la fa”. Si tratta di un’intera nazione che lotta per i suoi diritti, per il progresso, e riguarda la giustizia sociale per tutti.

In realtà le “storie di successo” che dividono le comunità, offrendo false speranze, sono poche.

La storia di Phiona, proveniente da un Uganda filo-occidentale e turbo-capitalista non ha niente in comune con i grandi progetti comunitari delle baraccopoli venezuelane: come le orchestre classiche giovanili, le funivie, i centri per i bambini, le biblioteche pubbliche, i centri di apprendimento comunitari e gli ospedali gratuiti .

Non importa quanto sia “adorabile” la cinematografia di Mira Nair, vincere la lotteria o avere fortuna qua e là non cambierà l’intero paese. È proprio per questo che quei piccoli atti e trionfi individualistici vengono celebrati e glorificati nei centri dell’imperialismo occidentale. Là, nessun cambiamento reale è mai benvenuto, sia che avvenga in patria o nelle colonie, mentre invece tutte le vittorie egoistiche vengono trattate come sacre. Bisogna vivere per sé stessi, ignorando il contesto.

Quanti altri film profondamente “positivi”/irrealistici/”buonisti”/di “false speranze” ho visto, ultimamente? Molti. Per esempio Lion – La Strada Verso Casa, una coproduzione Anglo-Australiana del 2016, su un povero ragazzo indiano che salta su un treno, non riesce più a tornare a casa e, infine, viene adottato da una famiglia australiana amorevole e devota.

Sembra un diluvio, una valanga di film, libri e notizie simili. Sembra una specie di nuova ondata di “pensiero positivo”, o del dogma “non c’è niente di veramente sbagliato con il nostro mondo che non può essere risolto da un po’ di fortuna personale e di individualismo”. La maggior parte delle cose è in qualche modo connessa all’epicentro dell’indottrinamento ideologico occidentale – il Regno Unito (un paese che sta eliminando con successo tutto lo zelo rivoluzionario dei suoi cittadini, degli immigrati provenienti da paesi disperati e colonizzati e perfino di quelli che vivono nella disperazione in vari luoghi lontani).

L’Occidente è impegnato nella produzione di una “pseudo-realtà”. E in questa grottesca pseudo-realtà, parecchi individui ​​come i giocatori di scacchi affamati, i venditori di strada e gli abitanti delle baraccopoli diventano improvvisamente ricchi, di successo e realizzati. Milioni di altri, intorno a loro, continuano a soffrire. Ma in qualche modo, a loro non sembra importare molto.

C’è un nuovo gruppo di celebrità in divenire – chiamiamoli i “poveri affascinanti”. Queste “persone eccezionali”, i poveri affascinanti, sono facili da digerire, e anche da celebrare in Occidente. Vengono integrati rapidamente e allegramente nel club “mainstream” degli “arrivisti” globali e dei ricchi narcisisti.

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Articolo di Andre Vltchek pubblicato su New Eastern Outlook il 27 maggio 2017.

Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[Le note in questo formato sono del traduttore]

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