Giunta ormai al quarto anno di cronaca di guerra nel Donbass la nostra platea di lettori ha preso familiarità con diversi protagonisti del conflitto. Non fa eccezione una particolare categoria di personaggi, ovvero i nostri connazionali che, spinti dalle più diverse motivazioni, hanno deciso di imbracciare un fucile e partecipare alla lotta in prima persona. Una scelta di vita estrema, che suscita reazioni altrettanto polarizzate: scetticismo, rifiuto, ma anche approvazione e un entusiasmo che sconfina facilmente nel desiderio di emulazione.

Ascoltare le testimonianze di queste persone mi suscita spesso un sentimento misto: da un  lato è impossibile negare rispetto a chi, diversamente da noi “leoni da tastiera”, scommette la propria stessa vita sul tavolo degli ideali che proclama. Dall’ altro è difficile fugare il dubbio che queste scelte, spesso motivate in maniera assai semplice, o addirittura rozza (“ho sentito che dovevo partire e sono partito”) rispondano, sotto sotto, ad impulsi personali (ricerca di avventura, di emozioni, nei casi peggiori di violenza e adrenalina) che poco hanno a che fare con i nobili principi professati.

La sensazione più importante che lasciano la lettura di In Donbass non si passa (di Alberto Fazolo / Nemo – Redstar Press), e l’ascolto degli interventi del Comandante Nemo, è invece quella di avere a che fare con un persona del tutto normale, mossa ad una scelta estrema da una fede politica vissuta con entusiasmo ma anche con ragionevolezza, studio e ponderazione. Nel racconto della dura vita di trincea, delle esperienze di guerra, delle emozioni provate, non c’è autoesaltazione,  non retorica, non teatralità. Anzi, le parti autobiografiche, quelle narrative, quelle, in definitiva, che coinvolgono di più il lettore avido di dettagli “dalla prima linea”, sono sacrificate ad una prevalente parte di analisi geopolitica e politica, di esame delle cause dei conflitto, del suo sviluppo e delle sue possibili evoluzioni. Il Comandante Nemo ci tiene ad inserire il suo gesto nel contesto di una analisi, e a divulgare questa analisi con evidente intento didascalico nei confronti di una certa sinistra globalista e salottiera che ha ormai archiviato quel conflitto come “guerra di aggressione di Putin”. Questo sforzo ce lo rende più umano, più vicino, più comprensibile, facendo cadere nel lettore e nell’ ascoltatore ogni riserva preconcetta nei confronti suoi e della suo scelta: Nemo è, evidentemente, una brava persona, è uno a cui chiederesti di andare a prendere un figlio a scuola.

Riepilogare il complesso percorso espositivo proposto da Nemo nel libro nel breve spazio di una recensione è impossibile. Mi limiterò a proporre una riflessione che prende le mosse dalla natura autenticamente popolare e antifascista della resistenza nel Donbass, così come emerge vivamente dalle pagine del libro. Chi conosce la storia delle idee e delle parole che le esprimono sa che esse evolvono assieme alla sensibilità sociale ed agli assetti politici. E tuttavia nessun disincanto può attutire lo sgomento che proviamo assistendo al totale stravolgimento di significato, alla totale inversione di polarità inflitti, negli ultimi anni, dalle classi egemoni al termine  antifascista. Un termine che evocava valori di amore per il popolo e che oggi è brandito troppo spesso come un manganello per mettere a tacere il dissenso, per invocare la repressione di classe e financo per proporre impossibili misure distopiche che neghino (ai bifolchi, agli ignoranti…) il diritto di voto. Stravolgimento speculare a quello del termine fascista che viene decontestualizzato, destoricizzato ed utilizzato come stimmata da imprimere non solo sulle posizioni individuali e sui movimenti autenticamente nostalgici (al contrario spesso vezzeggiati e utilizzati ad usum Delphini come manovalanza nei vari golpe colorati) ma anche su quelli, di destra e di sinistra, impegnati in sacrosante lotte di emancipazione nazionale dall’ opprimente sistema liberale di relazioni politiche ed economiche che convenzionalmente chiamiamo Impero.

La lotta nel Donbass, il racconto dell’ esperienza del Comandante Nemo, hanno il pregio di smascherare questo inganno, di azzerarlo, e di rimettere di un colpo le cose al loro posto originario. I fascisti ritornano sottoproletariato manovrato dalle oligarchie, manovalanza tenuta assieme ideologicamente da un macabro culto della violenza e da una ipocrita e falsa retorica di supremazia nazionale e di superiorità razziale: una realtà che si dissolverebbe in un attimo senza le sovvenzioni dei grandi capitali. Gli antifascisti sono di nuovo, come allora, vicini al popolo, al fianco del popolo, tutt’ uno con un popolo che, nei suoi diversi orientamenti politici (coesistenti anche nelle formazioni politicamente più mature ed avanzate, come la Prizrak) combatte, in ogni paese, per la giustizia sociale e la sovranità nazionale.

Riflessione, questa, che potrà apparire meramente speculativa, ma che invece nelle pagine scritte dal Comandante Nemo diventa vita reale, vita quotidiana, vita vissuta, e che contribuisce, come la stessa persona di Nemo, a creare un nesso, tenue ma visibile, fra lotte diversissime e tuttavia per certi versi parallele come quella del popolo italiano e del popolo ucraino, ridando senso ad un’ altra parola troppe volte stravolta nel lessico corrente: l’ internazionalismo. Un regalo che dobbiamo ad un rivoluzionario tranquillo di nome Nemo.

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articolo di Marco Bordoni per Saker Italia

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