- Marco Bordoni -

Secondo alcuni il processo di Minsk è un fallimento, ma questa opinione è frutto del pregiudizio secondo cui Minsk sarebbe inteso a risolvere la crisi. Le cose stanno diversamente. Minsk II è una grande macchina che restituisce l’input come prodotto o, se preferite, un labirinto concepito per riportare chi vi si addentra al punto di partenza e, in quanto tale, non solo è un indiscutibile successo, ma una ingegnoso artificio diplomatico che, per la perizia con cui è stato concepito, desta ammirazione.

Per capire bene la situazione che si è venuta a creare bisogna ricordare come funziona il percorso di Minsk II in astratto. Dopo il ritiro delle armi pesanti dalla linea di contatto, controllata dai supervisori dell’OSCE, il governo Ucraino dovrebbe approvare una serie di provvedimenti alla cui attuazione non viene espressamente condizionato il compimento dei passi successivi (punto 5: amnistia, punto 6:  liberazione dei prigionieri politici, punto 7: libero transito fra le zone, punto 8: assunzione dei carichi sociali del Donbass): chiameremo queste prescrizioni condizioni cogenti ma non necessarie. Dopo avere compiuto queste mosse preliminari gli Ucraini arriverebbero finalmente al sospirato “premio”, il recupero del controllo delle frontiere e le elezioni nel Donbass “secondo la legge ucraina” (punto 9), eventi pratici e simbolici che sancirebbero il ritorno della piena sovranità governativa sulla regione. Se non che (colpo di scena !) l’applicazione del punto 9 è espressamente subordinata alla “piena esecuzione” del successivo punto 11, che prevede il varo di una “riforma costituzionale concordata con i rappresentanti di quei distretti” (la chiameremo condizione cogente e necessaria perché, a differenza di quelle 5-8, è espressamente previsto che la sua mancata attuazione sia preclusiva del riconoscimento della sovranità ucraina da parte delle repubbliche separatiste).  Detta più semplicemente: niente riforma concordata, niente elezioni e niente controllo delle frontiere. Secondaria è la questione dei termini temporali indicati per fare tutto questo, termini abbondantemente scaduti ed implicitamente prorogati sine die in quanto non perentori.

Ora, esaminata la procedura astratta, vediamo le opzioni concrete date alle parti, ed in particolare al governo ucraino. Mettetevi per un attimo nei panni di Poroshenko (panni comodi solo sotto il profilo strettamente sartoriale) e cercate di immaginare un percorso che vi porti all’ obiettivo (recuperare il Donbass) pagando il minor prezzo possibile in termine di accuse da parte degli zeloti neonazisti della opposizione interna e di indebolimento del potere centrale del paese.

Come vi muovereste? In primo luogo, probabilmente, ignorereste le condizioni cogenti ma non necessarie, ed è proprio questo che l’Ucraino ha fatto. Vi inoltrereste così nel labirinto di Minsk e vi trovereste, al passaggio successivo: la “riforma costituzionale” (cogente e necessaria) senza la quale non si può riscuotere il “premio” del recupero del Donbass. Il problema, per Poroshenko, è che non può trattare direttamente con i ribelli (accusa di tradimento!) o con i Russi (accusa di doppio tradimento !!). Perché non può?

Che cosa vogliono i Russi si sa dall’aprile 2014: federalizzazione del paese e sua neutralità (vi avevo detto che il punto 10 di Minsk prevede l’espulsione di tutte le truppe straniere, ivi comprese, quindi, quelle della NATO, dal paese? No? Beh, ve lo dico adesso). Se Poroshenko potesse accettare queste condizioni non ci sarebbero stati due anni di guerra e decine di migliaia di morti. Accettare significa capitolazione totale (e successiva, scontata, defenestrazione).

Quindi, nei panni di  Poroshenko, l’unica soluzione ragionevole che potreste elaborare sarebbe preparare una riforma costituzionale che preveda una blanda autonomia senza consultare i Russi e le Repubbliche e presentarla al Parlamento andando a raccontare che, dopo, arriverà il premio, ovvero si recupererà il Donbass. Questo passo, però, ha solo l’aspetto di essere intelligente, per due motivi.

Il primo è che né i Russi né i responsabili delle Repubbliche sono nati ieri o sono stupidi, per cui gli uni  e gli altri hanno fatto subito sapere che la riforma Costituzionale – patacca di Poroshenko non integra, secondo loro, adempimento della condizione necessaria di cui al punto 11 dell’accordo, non essendo concordata. Quindi, senza “cammello” della Riforma, niente “moneta” della sovranità.

Il secondo è che lo stato del dibatto pubblico in Ucraina è talmente deteriorato che anche un lieve decentramento come quello sul tavolo rischia di fare cadere il governo. La riforma, secondo la Costituzione Ucraina, richiede o una maggioranza qualificata di 300 voti o due conferme in 6 mesi. La maggioranza qualificata Poroshenko se la sogna (specie tenendo conto del fatto che 28 dei 450 seggi della Rada sono vacanti perché non si è voluto astutamente rinunciare alle circoscrizioni precedenti la perdita delle Crimea e del Donbass), così che ai primi di settembre 2015, a prezzo di un morto e oltre cento feriti negli scontri con i neonazisti la Rada ha approvato il testo in prima lettura. Sei mesi dal 4 settembre (ratifica dell’approvazione) scadono la settimana prossima, il 4 febbraio 2016, e gli Ucraini si stanno chiedendo cosa fare. Come se cambiasse qualcosa.

La prima opzione, per Poroshenko & co. è sfidare i nazistoidi di Settore Destro e l’opposizione di Timoshenko e Lyashko e portare di nuovo il testo alla Rada sperando in una approvazione. Con quali effetti? A Russia e Donbass l’approvazione di questa riforma non farebbe né caldo né freddo: hanno già messo in chiaro di non ritenersi vincolati dal testo. Gli Ucraini potrebbero sperare che gli Europei si bevano la loro versione dei fatti e decidano di prendere misure contro la Russia, come ad esempio delle sanzioni, se non fosse per il fatto che … queste misure sono già state adottate nel settembre 2014 e il loro aggravamento o la loro riduzione non dipende certo da loro, ma dagli “alleati” di oltre Atlantico. Già. E gli Americani? Nonostante la loro adesione formale agli Stati Uniti non interessa assolutamente il processo di Minsk (a cui non partecipano), e non se ne sentono vincolati né nel caso Kiev approvi il decentramento né nel caso contrario: fanno fede i loro istruttori be piantati a Leopoli e rifornimenti di armi in barba all’ art. 10 dell’accordo. Esito della manovra: situazione di fatto dell’11 febbraio 2015, data della sigla di Minsk. Tutto da rifare.

Seconda opzione, Poroshenko rinuncia e decide di abortire, con qualsiasi scusa, il processo di riforma costituzionale. Ancora: i Russi e il Donbass seguirebbero a chiedere l’ applicazione di Minsk tramite il varo di una nuova riforma concordata con le Repubbliche (il federalismo), gli Americani perseguirebbero comunque i loro fini come nulla fosse, gli Europei guarderebbero di sottecchi Washington nella speranza di un via libera per levare le sanzioni, rimanendo probabilmente delusi. Esito: situazione di fatto dell’11 febbraio 2015.

Quanto alla soluzione militare, se non bastassero i nomi di Ilovaisk e Debaltsevo, c’è la fidejussione di Putin, che ha esplicitamente avvertito Kiev: Mosca non tollererà che il problema del sud est venga risolto con la forza. Una nuova fase di operazioni nel Donbass produrrebbe per Porsohenko o un disastro o (nel migliore dei casi), e ancora una volta: la situazione di fatto del febbraio 2015.

Riforma o non riforma, Minsk II ci fa tornare in ogni caso alla casella di partenza, e non perché non funzioni, ma perché è stato concepito esattamente per questo: per congelare la situazione dando modo alle parti di accusarsi vicendevolmente di inadempimento.

Qualcuno lo descriverebbe come l’ennesimo “trionfo di Putin” (e in effetti il meccanismo rivela indizi di una astuzia giuridica che potrebbe dovere qualcosa al Presidente russo) ma in realtà Minsk presenta per la Russia quasi altrettanti problemi che opportunità. Come abbiamo più volte spiegato in questo blog per la Russia una Ucraina nel presente corso politico è semplicemente inaccettabile, e non perché si voglia un nuovo impero, ma perché l’Ucraina maidanista è una minaccia strategica e ideologica mortale per lo stato russo. Qualsiasi soluzione che conservi l’attuale dirigenza a Kiev non può che essere provvisoria. Senza contare le sofferenze degli abitanti del Donbass, che Minsk consegna in un limbo non solo ideale, ma anche logistico, e che verosimilmente dovranno proseguire nel calvario della “dichiarazione di indipendenza al rallentatore” verso la costruzione di una forma statale provvisoria e non riconosciuta più o meno collegata alla Russia.

In quanto soluzione per il congelamento dello status quo Minsk è semplicemente una tregua, che consente la continuazione della guerra sul piano politico. Una guerra che, come di solito avviene per i confronti est ovest, si concluderà in tempi medi o lunghi o con la clamorosa conquista di Mosca da parte dei liberali, o con il silenzioso riallineamento strategico di Kiev. E’ probabile che il giorno in cui ci scorderemo dell’Ucraina significherà che la Russia avrà vinto (gli organi di informazioni sanno bene come esaltare i successi di tacitare le sconfitte degli editori atlantici di riferimento).

Nel frattempo avremo lunghi anni di Minsk, e tutti penseremo e diremo che quell’accordo non funziona, mentre in realtà sta facendo egregiamente il suo lavoro.