JakubRozalski

Jakub Rozalski

Questo articolo è, ancora una volta, una replica, ma l’argomento sembra decisamente opportuno. Mentre guardate il sistema politico degli US attraversare le sue solite buffonate, chiedetevi: sono almeno in grado di capire che hanno già perso l’Impero?

La storia è sempre la stessa: qualche nazione, a causa del sovrapporsi di fortuite circostanze, diventa potente – molto più potente delle altre – e, per un po’, domina. Ma le fortuite circostanze, che spesso risultano essere nient’altro che pochi stravaganti regali della geologia, siano il carbone gallese o il petrolio del Texas occidentale, a tempo debito giungono alla fine. Nello stesso tempo, la precedente superpotenza inizia ad essere corrotta dal suo stesso potere.

Mentre la fine si avvicina, coloro che sono ancora formalmente al potere nell’impero al collasso ricorrono ad ogni sorta di disperati rimedi – tranne uno: rifiuteranno anche solo di considerare il fatto che il loro super potere imperiale sia alla fine, e che dovrebbero di conseguenza cambiare i loro metodi. George Orwell diede un’eccellente spiegazione di questo fenomeno: mentre la fine dell’impero si avvicina, diventa una questione di auto-preservazione dell’impero stesso il riuscire a riprodurre una classe dirigente specificatamente pensata per essere incapace di capire che la fine è vicina. Perché, vedete, se avessero anche solo un vaghissimo sentore di quel che sta succedendo, non prenderebbero i loro compiti abbastanza seriamente da continuare a fare proseguire  il gioco il più a lungo possibile.

L’imminente collasso imperiale si può vedere dai risultati sempre peggiori che ottiene dai suoi sforzi egemonici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti riuscirono a compiere un rispettabile lavoro aiutando a ricostruire la Germania, insieme al resto dell’Europa occidentale. Anche il Giappone funzionò piuttosto bene sotto la tutela degli USA, così come fece la Corea del Sud dopo la fine della guerra nella penisola coreana. Con il Vietnam, il Laos e la Cambogia, tutti pesantemente devastati dagli USA, i risultati furono invece notevolmente peggiori: il Vietnam fu una chiara sconfitta, la Cambogia vivette un periodo di genocidio, mentre il sorprendentemente duttile Laos – il paese più pesantemente bombardato del pianeta – riuscì a riprendersi da solo.

La Prima Guerra del Golfo andò ancora peggio: timorosi di intraprendere un’offensiva terrestre in Iraq, gli Stati Uniti si fermarono prima dell’usuale ribaltamento del governo e installazione di un regime fantoccio, e lasciarono il paese nel limbo per un decennio. Quando alla fine invasero il paese, la spuntarono solo uccidendo un innumerevole numero di civili e distruggendo molte delle infrastrutture – lasciandosi dietro il corpo smembrato di una nazione.

Risultati simili sono stati ottenuti in altri luoghi in cui gli Stati Uniti sono intervenuti: Somalia, Libia e, più recentemente, Yemen. Non menzioniamo nemmeno l’Afghanistan, dal momento che tutti gli imperi non sono riusciti ad ottenere buoni risultati lì. Quindi la tendenza è inequivocabile: mentre al suo apice l’impero distrugge al fine di ricostruire il mondo a propria immagine, così, mentre la sua fine si avvicina, distrugge semplicemente per il gusto di distruggere, lasciando cumuli di cadaveri e di rovine fumanti nella sua scia.

Un altro inconfondibile trend ha a che fare con l’efficacia dei soldi spesi per la «difesa» (che, nel caso degli USA, andrebbe ridefinita «attacco»). Avere un esercito sontuosamente equipaggiato può talvolta portare al successo, ma anche qui qualcosa è cambiato nel corso del tempo. Il famoso spirito americano del «can-do» (si può fare), evidente a tutti durante la Seconda guerra mondiale, quando gli USA mettevano in ombra tutto il resto del mondo con la propria potenza industriale, non esiste più. Oggi, sempre di più, la stessa spesa militare è l’obiettivo – a prescindere da qual è il risultato.

E quel che l’esercito ottiene è l’ultimo jet F-35 che non può volare; l’ultima portaerei che non può lanciare aerei senza distruggerli, se equipaggiati dei serbatoi ausiliari necessari per le missioni di combattimento; il più tecnologicamente avanzato cacciatorpediniere AEGIS che può essere messo fuori gioco da un singolo jet russo disarmato, equipaggiato di dispositivi per la guerra elettronica, e un’altra portaerei che può essere messa in fuga e costretta ad attraccare da pochi sottomarini russi in giro di perlustrazione di routine.

Ma agli Americani le loro armi piacciono, e gli piace passarle ad altri come dimostrazione di sostegno. Capita però spesso che queste armi finiscano nelle mani sbagliate: quelle che hanno dato all’Iraq sono ora nelle mani dell’ISIS; quelle che hanno dato ai nazionalisti ucraini sono state vendute al governo siriano; quelle che hanno dato al governo in Yemen sono ora nelle mani degli Houthi che l’hanno di recente rovesciato. E così si è ridotta anche l’efficacia della sontuosa spesa militare. Potrebbe diventare più efficiente modificare le stampanti del Tesoro per lanciare rotoli di dollari americani direttamente verso il nemico.

Con la strategia del «distruggere per creare» non più percorribile, ma con la cieca ambizione di prevalere ovunque ancora presente nella cultura politica, non rimane altro che l’omicidio. Il principale strumento della politica estera diventa l’assassinio politico: sia esso Saddam Hussein, Muammar Gaddafi, Slobodan Milošević, Osama bin Laden, o un qualsiasi numero di bersagli minori, l’idea è semplicemente di ucciderli.

Quando mirare alla testa di un’organizzazione è la tecnica preferita, anche la popolazione comune finisce per ricevere la sua dose di omicidi. Quanti funerali e feste di matrimonio sono stati distrutti dagli attacchi di droni? Non so se qualcuno negli Stati Uniti davvero lo sa, ma sono sicuro che i parenti delle vittime lo ricordano, e che lo ricorderanno come minimo per i prossimi secoli. Questa tattica non è generalmente favorevole alla creazione di una pace duratura, ma è buona per perpetuare ed intensificare il conflitto. Ma questo è ora un obiettivo accettabile, perché motiva l’aumento della spesa militare, rendendo possibile lo sviluppo di ulteriore caos.

Recentemente, un generale americano non più in servizio è comparso in televisione dichiarando che, per ribaltare la situazione in Ucraina, era semplicemente necessario «iniziare a uccidere Russi». I russi lo hanno ascoltato, meravigliati della sua idiozia, dopodiché hanno aperto una procedura criminale contro di lui. Ora questo generale non potrà più viaggiare in un sempre maggior numero di Stati, per paura di essere arrestato e portato in Russia per subire un processo.

Questa è un’azione perlopiù simbolica, ma seguiranno sicuramente non-azioni non-simboliche di natura preventiva. Vedete, amici viaggiatori spaziali, pare che l’omicidio sia illegale. Nella maggior parte delle giurisdizioni, incitare altri ad uccidere è, a quanto pare, ugualmente illegale. Gli Americano si sono riservati la licenza di uccidere senza chiedersi se avrebbero potuto abusare della propria autorità. Possiamo quindi prevedere che, non appena il loro potere sarà gli sgoccioli, la loro licenza di uccidere sarà revocata, e che si ritroveranno riclassificati da dominatori mondiali a meri assassini.

Gli imperi quando collassano ripiegano su se stessi, e sottopongono la propria popolazione allo stesso malefico trattamento con cui avevano sottomesso gli altri. L’America qui non fa eccezione: il numero di americani uccisi dalla loro stessa polizia, con ripercussioni minime per coloro che hanno commesso gli omicidi, è decisamente impressionante. Quando gli Americani si chiedono chi è realmente il loro nemico, non devono guardare lontano.

Ma questo è solo l’inizio: c’è già un precedente per il posizionamento di truppe americane su suolo americano. Mentre la legge e l’ordine crollano ovunque, vedremo sempre più truppe americane nelle strade delle città americane seminare morte e distruzione proprio come facevano in Iraq o in Afghanistan. L’ultima licenza di uccidere ad essere revocata sarà la licenza di uccidere se stessi.

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Articolo di Dmitry Orlov pubblicato da ClubOrlov il 15 Dicembre 2015

Traduzione in Italiano a cura di Gregorio per SakerItalia.it