È opinione diffusa tra gli analisti di temi geopolitici che la Seconda Guerra Fredda che contrappone attualmente NATO e Federazione Russa si sia originata con la crisi Ucraina del 2014: rivolta di Euromaidan, secessione della Crimea e guerra civile nel Donbass. In realtà la radice del conflitto è da ricercare una decina di anni più addietro e in eventi di natura essenzialmente economica; d’altronde, se in occasione di Euromaidan i governi occidentali sostennero apertamente la rivolta, significa che in occidente vi erano già ragioni sostanziose per cercare di contrastare gli interessi della Russia. Vediamo quali.

Nei primi anni ’90 nasce la Yukos, azienda petrolifera privata russa organizzata come società per azioni, generata dalla fusione e privatizzazione di vecchie aziende sovietiche. Il suo CEO è il potente imprenditore Mikhail Chodorkovskij, che durante la genesi e la strutturazione dell’azienda gode dell’appoggio politico-legale dell’allora presidente russo Eltsin.

Nel 2003, dopo quasi un decennio di importante crescita del fatturato di questa azienda, favorito anche dall’apertura di nuove estrazioni in Siberia, si incomincia a trattare per la vendita di importanti quote azionarie della Yukos alla multinazionale americana Exxonmobil, come riferito dal New York Times [link in inglese].

Nel frattempo il presidente della Federazione Russa non è più Eltsin, ma un suo collaboratore e compagno di partito, Vladimir Putin. Apparentemente sotto il profilo politico non è cambiato nulla, o almeno questa è la percezione del pubblico occidentale di allora: Putin è un esponente dello stesso partito di Eltsin e le elezioni che lo vedono vittorioso sanciscono un’ulteriore sconfitta del Partito Comunista, all’epoca percepito ancora come una possibile minaccia a causa di una sua certa crescita elettorale verso la metà degli anni ’90.

Invece Putin rivede la politica del suo predecessore e punta a riprendere il controllo della produzione energetica, evitando che finisca per sempre in mano straniera. Cominciano indagini sui membri del consiglio di amministrazione della Yukos e il primo a finire agli arresti è il responsabile della sicurezza, Aleksej Pichugin. Successivamente si arriva all’arresto dello stesso Chodorkovskij, il 25 ottobre 2003.

Geografia delle attività di Yukos nel 2002

Dato che l’inchiesta scoperchierà importanti frodi fiscali, la Yukos sarà costretta mettere all’asta le proprie azioni per coprire i debiti da pagare, azioni che verranno al 60% assorbite dalla statale russa Rosneft.

Negli anni successivi anche la restante quota di azioni saranno vendute, una parte delle quali a loro volta acquisite amcora da Rosneft; il fatto di aver venduto a più riprese tali azioni farà scrivere, alla stampa italiana di allora, titoli giornalistici imperniati sull’affermazione “Putin fa a pezzi la Yukos”.

La manovra del presidente russo si traduce, di fatto, in una nazionalizzazione di importanti segmenti di produzione energetica del più grande paese del mondo. Ora, in epoca di globalizzazione, il verbo “nazionalizzare” rappresenta la peggiore bestemmia pronunciabile e realizzarne una corrisponde a commettere il peccato più imperdonabile. Soprattutto quando si vanno a urtare gli interessi di una multinazionale non certo di secondo piano come la Exxonmobil.

Non solo la nazionalizzazione dei primi anni duemila non piace affatto alla nota corporation americana del petrolio, ma in generale viene vista come un pericoloso precedente da sopprimere quanto prima. Quindi la classe politica americana (i cui finanziamenti per le campagne elettorali, non dimentichiamolo, dipendono in larga parte proprio dalle multinazionali) decide che il nuovo ceto dirigente russo sia un potenziale pericolo da rimuovere, e che la maniera migliore per sbarazzarsene consista in un cambio di regime a Mosca. Per ottenere un risultato così significativo, specialmente in un paese in cui il governo sta ottenendo vistosi miglioramenti economici e sociali come nella Russia degli anni 2000, i politici USA pensano che occorra destabilizzare la Russia stessa dall’esterno. E la maniera più pratica è isolarla dagli altri stati ex-sovietici.

Ecco come nasce la stagione delle “rivoluzioni colorate”. La prima è la “rivoluzione delle rose” in Georgia del 2003, e si noti come viene promossa contemporaneamente ai fatti riguardanti la Yukos: il Presidente Shevardnadze è costretto a dimettersi a seguito di manifestazioni di piazza nel Novembre dello stesso anno. La rivolta ha successo e impone un regime anti-russo molto feroce che, con alcuni mutamenti, controlla il paese a tutt’oggi.

L’anno dopo è la volta della “rivoluzione arancione” in Ucraina; ha successo e porta al potere il presidente anti-russo Viktor Yushenko, ma il governo che ne nasce cade poi successivamente per via di divisioni interne.

Nel 2005 si impone la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan, anch’essa inizialmente con successo; ma col passare degli anni il presidente filo-occidentale Kurmanbek Bakijev viene poi rimosso dallo stesso popolo kirghizo per via di evidenti fatti di corruzione.

Nel 2006 viene tentata in Bielorussia la “rivoluzione dei jeans”, che fallisce subito per via della scarsissima partecipazione popolare: la manifestazione più numerosa a Minsk vede la presenza di 30.000 persone (secondo gli organizzatori, 14.000 secondo la polizia) e non si tengono manifestazioni di rilievo nelle altre città del paese.

Infine, si arriva alla rivoluzione più significativa e anche più sanguinosa: Euromaidan in Ucraina degli anni 2013-2014.

Durante quest’ultima rivoluzione abbiamo tutti assistito alla plateale interferenza degli occidentali nei fatti interni di un paese terzo, con politici di primo piano sia europei sia americani in piazza con i manifestanti anti-governativi, in completo spregio alla Convenzione di Vienna da loro stessi sottoscritta. In generale, tutte queste rivoluzioni hanno avuto non solo consistenti finanziamenti da parte di fondazioni private americane, ma in alcuni casi addirittura l’interferenza in prima persona di agenti stranieri: per esempio, durante la rivoluzione dei jeans a Minsk furono fermati cittadini americani, legati ad ONG occidentali, che stavano distribuendo generi di prima necessità ai manifestanti accampati in piazza.

Sappiamo cosa accade da Euromaidan in poi, dall’imposizione delle prime sanzioni economiche alla Russia fino alla recente cancellazione del trattato INF che ci ha riportati ai tempi più oscuri della Prima Guerra Fredda. Ma ciò che è davvero importante ricordare è la radice dell’attuale conflitto: tutto è iniziato per via di una “disubbidienza” di genere economico, in cui un attore – Vladimir Putin – ha violato, magari inconsapevolmente, una legge non scritta del mondo globalizzato, ossia che nessuno stato può detenere il controllo di risorse economiche, specie se sono di alto profilo strategico; risorse di questo genere, nella logica globalista, devono invece rimanere strettamente privatizzate. E la lezione che occorre trarne è che qualunque paese al mondo tenti di recuperare autonomia economico-finanaziaria debba aspettarsi una “rivoluzione colorata”, organizzata dalle potenze occidentali, di lì a poco. Non considerare questo scenario significa ignorare deliberatamente la storia fino ad oggi scritta del XXI secolo.

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Articolo di Marco Trobino per Saker Italia

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