I paranoici capi della CIA incolpavano le talpe sovietiche, ma la vera ragione dei ripetuti disastri era molto più semplice.

Mentre la Guerra Fredda si concludeva con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989, quelli della sede della CIA a Langley, in Virginia, speravano finalmente di risolvere molti enigmi di lunga data.

Il più importante era perché gli agenti sul campo sotto copertura diplomatica e copertura profonda, di base in tutto il mondo, venissero facilmente identificati dal KGB. Di conseguenza, le operazioni segrete dovevano essere annullate quando gli agenti locali venivano individuati e il personale della CIA veniva compromesso o, in effetti, le loro vite venivano messe a rischio.

Il problema risaliva alla metà degli anni ‘70, proprio quando James Angleton, il capo paranoico dell’agenzia di controspionaggio, lasciò finalmente il suo incarico, col sollievo degli ufficiali coscienziosi che fino a quel momento erano finiti sotto un’oscura nuvola di sospetti, ritrovatisi con la loro promozione ritardata o, peggio ancora, negata, e in alcuni casi con intere carriere distrutte.

Ma forse Angleton aveva ragione? Alcuni lo hanno affermato costantemente, in particolare il compianto Bruce Bagley. La loro argomentazione era semplice. Come potevano questi disastri accadere con tanta regolarità se l’agenzia non era stata penetrata dalle talpe sovietiche?

Il problema di questa linea di pensiero era non tanto che sovrastimasse la sicurezza della CIA, quanto sottovalutava le capacità intellettuali delle controparti russe.

Un nome ben presto emerse dal sottobosco del KGB: quello di Jurij Totrov, una vera e propria leggenda che presto divenne nota, con un cupo umorismo, come il direttore ombra del personale della CIA.

Alla fine della Guerra Fredda, un ufficiale anziano e molto esperto fu inviato in Giappone per cercare Totrov e offrirgli una grossa somma di denaro per le sue “memorie”. La risposta di Totrov fu ovviamente brusca. “Non hai letto quello che c’è sul mio file a Langley? C’è scritto “Da non beccare””.

In che modo, esattamente, Totrov ha ricostituito le liste del personale della CIA senza accesso ai file stessi o a chi li ha redatti?

Il suo approccio richiedeva una combinazione intelligente di chiare intuizioni sul comportamento umano, sul basilare buon senso e su una logica rigorosa.

Nel mondo dell’intelligence segreta la prima regola è quella dell’antico filosofo cinese di guerra Sun Tzu: per sconfiggere il nemico, devi soprattutto conoscere te stesso. Il KGB era un’enorme burocrazia all’interno di una burocrazia: l’Unione Sovietica. Ogni cittadino sovietico aveva una conoscenza intima di come funzionano le burocrazie. Sono fondamentalmente creature abitudinarie e, come sa qualsiasi crittoanalista, la chiave per decifrare i codici dell’avversario è trovare le ripetizioni. Lo stesso vale per l’universo parallelo del controspionaggio umano.

La differenza tra Totrov e i suoi concittadini era che mentre altri in patria e all’estero pensavano che l’Unione Sovietica fosse in qualche modo unica, egli applicò la sua comprensione della propria società ad una società che in apparenza sembrava unica, ma che, per quanto riguarda il funzionamento del governo, non era in realtà molto diversa: gli Stati Uniti.

Dalla fine degli anni ‘50 alla missione sovietica in Thailandia e successivamente in Giappone, entrambi profondamente radicati nella sfera d’influenza americana, Totrov ha per primo applicato i suoi metodi per identificare i funzionari dei servizi segreti statunitensi sul campo.

Di ritorno a Mosca iniziò sistematicamente ad ordinare gli archivi del KGB per ottenere modelli coerenti osservabili nelle basi delle controparti della CIA. La ricerca venne estesa per ottenere dati dagli archivi degli alleati del KGB, di Cuba e del Patto di Varsavia. Anche la letteratura pubblica degli Stati Uniti venne sfruttata al massimo. E ovunque era possibile si cercava di ottenere l’accesso ai dati raccolti dalle autorità di polizia locali.

Ciò che Totrov produsse furono 26 indicatori immutabili come modello per identificare i funzionari dei servizi segreti statunitensi all’estero. Altri indicatori di natura più banale potevano essere rilevati sul campo da un vigile controspionaggio da parte di un operativo straniero, ma non in modo uniforme: il fatto che gli ufficiali della CIA che si sostituiscono tra loro tendessero ad assumere lo stesso posto all’interno della gerarchia dell’ambasciata, a guidare la stessa marca di veicolo, ad affittare lo stesso appartamento e così via. Perché? Perché l’ufficio del personale di Langley faceva pochissimi sforzi quando rimescolava e assegnava gli incarichi all’estero.

Gli indicatori fissi richiesero ulteriori ricerche, basate tuttavia su pratiche governative statunitensi da tempo consolidate a causa dell’ambivalenza con cui il Dipartimento di Stato trattava i suoi cugini dell’intelligence.

Così una linea di indagine produttiva produsse rapidamente prove: le differenze nel modo in cui i funzionari dell’agenzia sotto copertura come diplomatici venivano trattati da veri ufficiali in servizio estero (FSO).

La scala salariale all’entrata era molto più alta per un ufficiale della CIA; dopo tre o quattro anni all’estero un vero FSO poteva tornare a casa, mentre un dipendente dell’agenzia non poteva; i veri FSO dovevano essere reclutati tra i 21 e i 31 anni, mentre ciò non si applicava ad un ufficiale dell’agenzia; solo gli FSO effettivi dovevano frequentare l’Istituto per i Servizi Esteri per tre mesi prima di entrare in servizio; i naturalizzati americani non potevano diventare FSO per almeno nove anni, ma potevano diventare impiegati dell’agenzia; quando i funzionari dell’agenzia tornavano a casa, di solito non comparivano nelle liste del Dipartimento di Stato; se apparivano, venivano classificati come personale di ricerca e pianificazione, di ricerca e intelligence, consolare o di cancelleria per gli affari di sicurezza; a differenza degli FSO, i funzionari dell’agenzia potevano cambiare sede di lavoro senza una ragione apparente; le loro biografie pubblicate contenevano evidenti lacune; i funzionari dell’agenzia potevano essere trasferiti all’interno del paese in cui erano stati distaccati, gli FSO no; gli ufficiali dell’agenzia di solito parlavano più di una lingua straniera; la loro copertura era solitamente quella di un funzionario “politico” o “consolare” (spesso vice-console); le riorganizzazioni interne dell’ambasciata di solito lasciavano intatto il personale dell’agenzia, indipendentemente dal loro grado, dal loro incarico o dai loro telefoni; i loro uffici erano situati in zone limitate all’interno dell’ambasciata; apparivano per strada durante la giornata lavorativa utilizzando cabine telefoniche pubbliche; organizzavano gli incontri la sera, fuori città, di solito verso le 19:30 o le 8:00; e mentre gli FSO dovevano osservare regole rigide riguardo alla frequentazione delle cene, gli ufficiali dell’agenzia potevano andare e venire come volevano.

Non appena diventa evidente alla lettura, il fatto che Totrov sia stato in grado di produrre interi elenchi telefonici sulla CIA e altri agenti dei servizi segreti per il capo del KGB Jurij Andropov testimoniò i difetti strutturali all’interno del governo degli Stati Uniti nella relazione tra i suoi principali dipartimenti operativi nella sfera della politica estera. Tutto ciò che fece Totrov, una volta informato di questo difetto cruciale, fu seguire schematicamente e tracciare lo schema. Si trattò di intelligenza umana di prim’ordine e di acuto imbarazzo, una volta noto, per i responsabili della condotta dell’intelligence straniera statunitense.

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Articolo di Jonathan Haslam pubblicato su Russia Insider il 15 febbraio 2019
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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