Una rassegna del dottore in scienze politiche Dmitry Tsybakov sull’espansione dell’influenza della NATO nei paesi dell’ex URSS

Mentre gli alleati ufficiali della Russia tra gli Stati della CSI si distanziano dalla sua strategia di politica estera, come si è particolarmente manifestato negli eventi della “Primavera russa” e della “Nuova Russia”, la NATO sta facendo ulteriori sforzi per consolidare la propria posizione nei paesi dell’ex URSS.

 L’espansione della NATO nella regione post-sovietica dovrebbe essere considerata come una strategia delle élite transnazionali, riuscite a prendere il controllo della politica estera degli Stati Uniti e dei suoi alleati minori. Questo gruppo informale viene solitamente definito come comunità euro-atlantica, e comprende rappresentanti della classe politica degli Stati Uniti, legati al continente europeo da radici etniche e interessi economici, nonché politici europei, burocrati delle strutture amministrative della NATO, e vertici russofobi dei paesi dell’ex “campo socialista”.

La strategia di integrazione russa con i suoi vicini non tiene conto di tutte le sfide e i pericoli per gli interessi nazionali della Russia nello spazio post-imperiale/post-sovietico, in parte dovuti alle modalità “ufficialmente neutrali” di unificazione  con gli stati del vicino estero.

 Scommettendo sull’espansione della cooperazione economica e commerciale con la Bielorussia, il Kazakistan, il Kirghizistan e l’Armenia, il governo russo ha mancato di stabilire un feedback tra le proprie opzioni in queste aree e la politica estera dei suoi vicini più prossimi. Allo stesso modo, tra Russia e stati post-sovietici va sempre più scomparendo una visione comune in campo umanistico e culturale, per non parlare dell’unità ideologica.

I partner russi nell’Unione economica eurasiatica e nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) approfittano di incentivi e agevolazioni finanziarie economiche e legislative, ma allo stesso tempo ignorano gli interessi nazionali della Russia se entrano in collisione con quelli della comunità atlantica.

 Per limitarsi al solo mese corrente, l’opinione pubblica russa, distratta dagli eventi in Siria e nel Donbass, e sconvolta dalla “sorpresa” della riforma delle pensioni, non ha prestato la dovuta attenzione alle valutazioni degli esperti a riguardo dei frequenti contatti tra la burocrazia della NATO e i leader dei paesi dell’Unione eurasiatica. Ad esempio, non c’è stata una reazione articolata dei funzionari russi alle dichiarazioni fatte il 3 luglio dall’ambasciatore della Bielorussia Igor Petrishchenko all’agenzia Ria Novosti sulla mancanza di interesse dei nostri alleati per impiantare nel paese una base militare russa in caso di dispiegamento in Polonia di un contingente permanente di truppe statunitensi.

Solo di recente, nel corso di una sua visita in Belgio, il ministro degli Esteri bielorusso Vladimir Makei, che gode di fama di euro-integrazionista, ha reso una dichiarazione sull’approfondimento di un’integrazione militare con la Russia. Nonostante la pluriennale strategia multivettoriale negli affari internazionali e gli appelli per una cooperazione con la UE, è stato proprio lui che a destare una certa sorpresa con le sue dichiarazioni sull’espansione delle infrastrutture militari della Federazione russa in territorio bielorusso nel caso gli americani si stabilissero oltre il confine.

Tuttavia, dopo qualche esitazione, la Minsk ufficiale è tornata alla solita posizione di osservatore distaccato della lotta geopolitica.

 Bisogna dire che la correzione di tiro dei funzionari bielorussi si è verificata dopo la smentita di Washington sulla collocazione stabile e non temporanea dei suoi militari in Polonia. Se le élite post-sovietiche, sia quelle delle ex repubbliche sovietiche che degli stati della “Nuova Europa” continuano a pensare in termini di guerra fredda e si mostrano più realisti del re nei loro desideri di assecondare gli atlantisti, i loro mentori stranieri operano da tempo in modo molto più insidioso e sofisticato.

 Dal noto “discorso di Monaco” del presidente russo nel 2007, la strategia della NATO per le ex repubbliche sovietiche è radicalmente cambiata. Nel corso del primo decennio del XXI secolo, quasi tutti i paesi dell’Europa orientale, soddisfacendo i criteri dell’organizzazione, hanno avuto la possibilità di diventarne suoi membri. Pertanto, il processo di allargamento ha persino superato la realizzazione degli obiettivi di cambiamento della missione e di ampliamento dell’area di influenza della NATO. L’eccessivo attivismo della burocrazia della NATO e delle forze filo-occidentali in Europa orientale ha causato un peggioramento delle relazioni con la Federazione russa, considerata un tradizionale partner economico da molti membri del blocco.

Quindi i leader dell’Alleanza atlantica hanno dovuto combinare la loro politica di espansione globale con la conservazione delle relazioni con la Russia e gli altri centri di influenza globale, nelle aree vantaggiose all’alleanza. Introducendosi nella struttura politico-militare di un paese specifico e adattando la sua politica militare ai propri bisogni geopolitici, la NATO è in grado di affermarsi in una certa regione d’interesse. Inoltre, ai suoi concorrenti, la Federazione russa o la Cina, vengono a mancare motivi formali per una critica della strategia della NATO.

La “Concezione strategica” dell’Alleanza, approvata a Lisbona nel novembre 2010, prevede per il paese di interesse per la NATO il passaggio dall’appartenenza formale ad essa a una partnership bilaterale diretta.

L’Alleanza sta attivamente espandendo la cooperazione con nuovi stati situati a migliaia di chilometri dall’area operativa originale. Il formato della cooperazione prevede operazioni congiunte di mantenimento della pace, operazioni umanitarie e antiterrorismo, un programma per il riarmo delle forze armate, consulenza e supporto di esperti. Nello spazio post-sovietico, questa strategia è pienamente attuata nei riguardi dell’Ucraina post-Maidan, e specialmente della Georgia. Quest’ultima non solo si è completamente ripresa dalla sconfitta nella “guerra dei cinque giorni” del 2008, ma ha anche maggiormente integrato le sue Forze Armate nell’organizzazione militare della NATO. Non appartenendo formalmente all’alleanza, l’esercito georgiano è in prima linea per promuovere l’influenza della NATO nello spazio post sovietico. Pertanto, l’invito ufficiale alla Georgia di aderire all’Alleanza, fatto in una recente riunione della NATO, non sembra essere giunto così inaspettato.

Sforzi particolari vengono intrapresi dagli atlantisti nei riguardi degli alleati ufficiali della Russia. Nessuno pensa sul serio di invitarli ufficialmente all’adesione. Per indebolire l’influenza russa nelle loro fila, si sta svolgendo un lavoro meticoloso e, per ora, non visibile all’osservatore esterno. Anzi, l’osservatore disattento non si prende la briga di guardare, ad esempio, alla pagina ufficiale del portale di informazioni del Ministero della Difesa della Bielorussia, ma nella sezione “cooperazione militare internazionale” c’è una sottosezione “Bielorussia-NATO”, dove si possono trovare i dettagli sul coordinamento degli sforzi dell’esercito bielorusso e dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico nel quadro del Programma individuale di partenariato e cooperazione (IPPC).

Negli ultimi due anni il governo bielorusso ha messo a disposizione dell’Alleanza una compagnia di peacekeeper, un plotone NBCP (Nucleare, Biologico e Protezione Chimica), un gruppo di medici militari, ed esperti sulla cooperazione civile-militare, oltre a gruppi di ufficiali inviati in centri operativi congiunti. I soldati della compagnia di mantenimento della pace della 103ª Brigata aviotrasportata, resasi famosa nella II Guerra Mondiale e durante la campagna in Afghanistan, sono coinvolti in esercitazioni con gli istruttori della NATO. Allo stesso tempo, presso l’Accademia Militare bielorussa e sul territorio degli Stati membri dell’alleanza, si tengono corsi d’inglese per i militari bielorussi, e non meglio specificati “corsi specializzati”.

C’è da notare che proprio gli ufficiali delle Forze armate ucraine con esperienza di varie missioni di “mantenimento della pace” e operazioni “umanitarie” sotto il patrocinio di strutture NATO, furono tra i più attivi esecutori del coinvolgimento dell’esercito ucraino nella guerra civile nel 2014, e tra i nemici più inconciliabili della “primavera russa”.

Se la cooperazione tra la NATO e la Bielorussia non ha ancora portato alla partecipazione di soldati bielorussi in conflitti armati, la leadership armena da tempo mette a rischio la vita di propri concittadini oltre i confini del Paese. Nell’ambito dello stesso programma di partenariato individuale, un plotone di militari armeni ha partecipato nel 2006-2008, sotto comando polacco, all’occupazione dell’Iraq. Dal 2010 al 2012 una compagnia rafforzata delle forze armate armene ha fatto parte delle forze della coalizione in Afghanistan. C’era un progetto di creazione di un battaglione di peacekeeper nell’esercito armeno, seguito da quello di una brigata secondo gli standard della NATO.

Questo progetto ha tutte le possibilità di essere realizzato, non ci sono dubbi particolari. Opportunità assolutamente uniche si sono aperte per gli Stati Uniti e per la NATO dopo la recente rivoluzione colorata a Yerevan. Il brutale leader delle proteste N. Pashinyan, sulla falsariga del presidente ucraino Yushchenko, iniziò con delle manovre miranti a far abbassare la guardia alla Russia. Già il suo sfortunato predecessore, S. Sargsyan, si recava regolarmente in visita alle riunioni della NATO, ma Pashinyan sembra essere pronto ad andare oltre. Durante la riunione di Bruxelles dell’11-13 luglio 2018, ha svolto un’attività frenetica, non prevista dal formato delle relazioni di alleanza con la Federazione Russa.

Gli osservatori hanno notato che la maggior parte dei contatti del politico armeno a Bruxelles era dimostrativa, e non aveva alcun significato. Tuttavia, la scelta dei partner per farsi delle foto ricordo è indicativa: insieme ai leader atlantici c’erano degli espliciti detrattori della Russia – i presidenti di Lituania e Ucraina.

I sostenitori di quest’ultimo costituiscono ora l’ossatura della squadra di N. Pashinyan, che, tra le altre cose, deve collaborare con gli altri membri all’interno della CSTO. Una questione sorge spontanea: per quanto confidenziali e nascosti ai potenziali nemici della Russia possano ora essere le attività strategiche di pianificazione nell’ambito della CSTO, il loro sviluppo e approvazione coinvolgerà dei politici direttamente o indirettamente legati a ONG straniere e ai loro tutori.

L’effetto del nuovo corso di Yerevan è già evidente: nei media transcaucasici corrono voci sul ritiro delle truppe russe di frontiera in Armenia, ogni attività della base militare russa a Gyumri viene presentata sotto una luce negativa e suscita la disapprovazione dell’opinione pubblica, mentre l’esercito armeno si affretta alle esercitazioni della NATO. All’inizio di agosto di quest’anno, sono previste le principali manovre degli eserciti degli atlantisti e dei loro satelliti in Georgia, per la quarta volta. Come l’anno scorso, vi parteciperanno anche le forze armate armene, così come di più di una dozzina di paesi, tra cui Ucraina e Azerbaijan.

Tutto ciò suggerisce l’esistenza di una precisa strategia a lungo termine volta alla separazione del nostro Paese dai suoi alleati tradizionali. La partecipazione dei paesi della CSI all’unione politico-militare della CSTO non è più un ostacolo per questo. Senza una rapida revisione degli strumenti di legge, compresi divieti e dettagli su contatti e relazioni degli stati alleati con la NATO, l’integrazione politico-militare tra la Russia e gli Stati post-sovietici sarà insufficiente per affrontare le sfide e le minacce alla sicurezza nazionale e collettiva.

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Articolo di Dmitry Tsybakov pubblicato su Segodnia.ru il 27 luglio 2018
Traduzione dal russo a cura di Elena per SakerItalia

 

P.S. Nel frattempo la Russia ha fornito all’Armenia gli armamenti dovuti secondo il contratto di finanziamento per 200 milioni di dollari – ha dichiarato ai giornalisti il capo del Ministero della Difesa David Tonoyan, che ha fatto notare come tra questi ve ne siano anche di ultima generazione. Nel giugno 2015 è stato firmato un accordo tra la Russia e la parte armena sul prestito di 200 milioni di dollari per l’acquisto di attrezzature militari. In base all’accordo, l’Armenia dovrebbe ricevere lanciatori di sistemi lanciarazzi multipli “Tornado”, missili anti-aerei (SAM) “Igla-S”, sistemi lanciafiamme TOS-1A, lanciagranate RPG-26, fucili da cecchino Dragunov, autoblindo “Tigre” e altre armi.

https://www.rbc.ru/rbcfreenews/5b552bde9a79471ebae360f8
https://centercigr.livejournal.com/138352.html

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