Come i miei lettori abituali probabilmente sanno, non sono davvero un tifoso dell’Unione Sovietica, ma a prescindere dalla mia visione politica, come professore di storia sono prima di tutto favorevole alla precisione storica. Se la precisione storica mi richiede, di tanto in tanto, di assumere la difesa dei Sovietici, che sia.

E allora, procediamo.

The Washington Post ha pubblicato ieri un commento di Terrell Jermaine Starr che tracciava paralleli fra la politica delle nazionalità sovietica e i presunti tentativi, da parte della Russia moderna, di istigare le tensioni razziali in America. Il messaggio era piuttosto chiaro: i Sovietici non erano solo razzisti, ma in particolare razzisti Russi. E quindi non dovrebbe sorprendere il fatto che lo siano anche i Russi di oggi. Vediamo i particolari.

Starr inizia affermando che “il Washington Post ha scritto di recente che entità sostenute dalla Russia hanno speso almeno 100.000 dollari in pubblicità su Facebook, intesa ad aizzare gli Americani bianchi sostenitori di Trump contro gli attivisti di Black Lives Matter e le minoranze etniche in generale… Non sappiamo ancora di preciso come qualcuno di questi sforzi sulle reti sociali abbia influenzato le scelte di voto degli Americani nel 2016”. Qui incontriamo subito un problema: 100.000 dollari è il totale che in teoria sarebbe stato speso  su Facebook in pubblicità, molta della quale non aveva niente a che fare con l’”istigazione di Americani bianchi sostenitori di Trump contro gli attivisti di Black Lives Matter e le minoranze in generale”, ma riguardavano piuttosto cose tipo siti per amanti di cani, mentre uno di questi (l’account “Blacktivist”) si suppone criticasse il razzismo dei bianchi contro i neri (tutto parte del “suscitare divisioni”, come viene spiegato). E più di metà delle somme è stata spesa dopo le elezioni del 2016 (ne deriva che non può averle influenzate in alcun modo). Ma tutto questo è dettaglio. Quello che mi interessa davvero è il prosieguo del ragionamento di Starr: una discussione sulla politica delle nazionalità sovietica. “Non dovremmo sorprenderci” per il banditismo russo su Facebook, dice Starr, perché:

Essendo uno stato suprematista Russo, l’ex URSS sapeva molto bene come trasformare il razzismo in arma. Ha favorito l’omogeneità russa contro le sue stesse minoranze. Per i 70 anni della sua esistenza… [le 15 repubbliche sovietiche] non erano nulla più che colonie di Mosca. Una delle prime cose che il colonizzatore fa è sottolineare la propria superiorità etnica sui popoli sottomessi. Durante i primi anni ’30, Giuseppe Stalin perpetrò l’“holodomor” (o Olocausto) contro l’Ucraina. Le ricerche più attendibili riportano la cifra di 4 milioni di morti, ma alcune stime hanno esteso tale cifra a 10 milioni. Stalin … gestiva un’URSS che favoriva i Russi come gruppo etnico dominante. I libri per bambini sovietici rappresentavano i bambini africani in toni negativi e l’Africa come un continente incivile. Nel 1927 l’Unione Sovietica intraprese una campagna per ottenere che le donne dell’Uzbekistan smettessero di usare il velo. La vera motivazione era omogeneizzare ai valori russi una popolazione che il Cremlino considerava primitiva e retrograda. La propaganda sovietica dipingeva il clero in Uzbekistan come primitivo e minaccioso: un caso da manuale di islamofobia. Mentre uccideva gli Ucraini e “civilizzava” i popoli dell’Asia Centrale o disprezzava la gente di colore mentre pretendeva di trattarla da pari a pari, l’URSS ha sempre messo al centro gli slavi Russi. La Federazione Russa non è diversa.

Proviamo ad esaminare questo pezzo.

Primo: è vero che l’URSS “impose l’omogeneità russa” contro le nazioni minoritarie e “favorì la sua [Russa] superiorità etinca su di loro”? Notate come gli esempi di Starr siano presi quasi interamente dal periodo staliniano. E’ vero che la politica delle nazionalità svoltò in senso Grande Russo a quel tempo, ma si trattò di una parentesi relativamente breve. Negli anni venti, e poi di nuovo dagli anni cinquanta in poi, la politica sovietica promesse l’”indigenizzazione”(korenizatsiia). Questo incoraggiò l’ uso delle lingue locali e la formazioni di elite nazionali locali. Di fatto, i Sovietici furono artefici della diffusione dell’ educazione di massa in lingue non russe, e spesso della stessa standardizzazione ed invenzione di un linguaggio letterario fra popolazioni locali, facendo in modo che l’educazione di massa negli stessi linguaggi diventasse possibile. E’ dato comunemente condiviso fra gli studiosi delle nazionalità sovietiche che l’Unione Sovietica pose le premesse per il suo stesso collasso creando nazionalità, istituzioni nazionali ed elite nazionali che non erano mai esistite prima.

Al di fuori del period staliniano, il nazionalismo Grande Russo ebbe qualche sostenitore nella dirigenza del partito, ma fu generalmente disapprovato. Nel 1970 lo stesso Politburo provvide a purgare la redazione del giornale Molodaia Gvardiia, perché aveva passato il segno nel promuovere il nazionalismo russo. Il responsabile ideologico del partito, Mikhail Suslov, era un fermo oppositore del nazionalismo russo, come lo era il capo del KGB e più tardi Segretario Generale del Partito Comunista Yuri Andropov. E mentre il partito purgava i nazionalisti russi, garantiva una certa protezione a Lev Gumilev che pubblicava i suoi libelli Eurasianisti che deviavano la linea ufficiale per esaltare le qualità dei popoli delle steppe dell’Unione Sovietica, come Tatari, Kazaki e Kirgizi, libelli che fruttarono a Gumilev l’appellativo dispregiativo “amante dei Tatari” affibbiato dai nazionalisti. La politica sovietica era molto lungi dal promuovere il razzismo, per non parlare del nazionalismo russo.

Secondo: venendo al Holodomor, è interessante che Starr, dopo aver ammesso che la maggior parte degli storici convalidano in circa 4 milioni il numero delle vittime, tiri fuori anche la cifra di 10 miloni, come se esistesse un riscontro a questo numero molto superiore. Inoltre dimentica di sottolineare che molti Russi e Kazaki morirono nello stesso periodo. Risultato: una rappresentazione distorta della realtà.

Terzo: magari Starr avrà anche ragione per quanto riguarda la rappresentazione sovietica della gente di colore. Sarei l’ultimo a stupirmene. Ma questo difficilmente renderebbe i sovietici gli unici razzisti, tenuto conto di come i neri venivano rappresentati negli altri paesi nello stesso periodo.

Quarto: non ha senso descrivere la campagna sovietica contro le tradizioni islamiche in Uzbekistan come un tentativo di omogeneizzare i popoli dell’Asia Centrale con “gli autentici valori Russi”. Il fine era omogeneizzarli i “valori sovietici”. Non è assolutamente lo stesso. Si, la propaganda sovietica rappresentava il clero musulmano come “minaccioso e primitivo”. E si, se proprio si vuole, si può chiamare tutto ciò “islamofobia”. Ma, contemporaneamente, la propaganda sovietica era altrettanto aggressiva contro il clero ortodosso. Nel 1916 in Russia c’erano 66.000 preti. Nel 1940 solo 6.000. Nel 1916 c’erano oltre 33.000 parrocchie in Russia. Nel 1940 solo 950. I Sovietici praticamente cancellarono l’ortodossia come istituzione formale. Se era “islamofobi” erano anche “ortodossofobi”.

Questo è un dettaglio importante perchè l’Ortodossia era, ed è, una parte centrale della identità nazionale russa. Nell’assalire la Chiesa, i Sovietici aggredirono il nucleo della Russia. Distrussero il suo retaggio storico, abbattendo monumenti e distruggendo chiese. Starr dovrebbe dare un’occhiata alla “prosa di villaggio” o leggere qualche articolo della Molodaia Gvardiia degli ultimi anni sessenta, per cogliere ciò che molti Russi ritenevano l’Unione Sovietica stesse facendo alle loro tradizioni. Quando lo scultore Sergei Konenkov, l’artista Pavel Korin e lo scrittore Loenid Leonov firmarono una articolo intitolato “salvaguardiamo i nostri oggetti sacri” denunciando la campagna anti religiosa di Khrushchev e chiedendo la preservazione dei monumenti storici russi, non lo fecero certo perché sentivano che la Russia comandava nell’Unione Sovietica e “imponeva la propria superiorità etnica ai popoli dominati”. Lo facevano perché capivano molto bene che il regime sovietico era una minaccia per la cultura russa. E quando Vladimir Soloukhin scrisse il suo “Visita al Museo Russo” e si lamentò della distruzione della cultura russa, non lo faceva certo perché pensava che l’Unione Sovietica “favorisse l’omogeneità russa sulle sue stesse minoranze” ma perché realizzava che i valori tradizionali russi erano minacciati.

E allora l’Unione Sovietica non “favorì i  Russi slavi”. Il suo obiettivo era la fusione (sliianie) dei popoli sovietici in una sola, comune, nazionalità sovietica, un obiettivo che era una minaccia alla identità nazionale russa come a quella degli altri popoli.

E per quanto riguarda l’idea di Sterr che la Russia segua un politica simile (razzista e ostile ai non Russi) va osservato che, se si esamina la situazione reale, si trova che i nazionalisti russi non amano affatto le politiche dell’attuale governo. Detestano che il governo predichi che la Russia è uno stato multinazionale Rossiiskaia [di genti che vivono in russia N.d.T.], non  Russkaia [di Russi etnici N.d.T.]. Non amano le libertà data alle regioni che fanno parte della Federazione Russa di educare i bambini nei linguaggi locali. E non amano assolutamente la politica governativa di confini relativamente aperti, che incoraggia una nutrita immigrazione dell’Asia Centrale. Dal punto di vista dei nazionalisti, lo stato non “favorisce i Russi slavi”. Affatto.

Starr conclude il suo articolo con la seguente gemma:

Mentre ero in visita alla città ucraina di Leopoli, nel 2010, un uomo che mi sembrava almeno ottantenne mi si avvicinò in una affollata strada del centro città e mi chiese se conoscevo la storia dell’Ucraina. Era una domanda dispersiva, ma accolsi con favore la sua intuizione: “l’Ucraina è una colonia di Mosca, e la Russia la vuole indietro”.

Ecco le prove di Starr: l’opinione di un vecchietto di Leopoli.

Quindi deve essere vero.

***

Articolo di Paul Robinson, comparso su Irrusianality il 10 ottobre 2017

Tradotto in Italiano da Marco Bordoni per Saker Italia il 13 ottobre 2017

L’autore è docente di storia russa all’Università di Ottawa

 

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