– Patrick Smith –

Dopo una campagna propagandistica prolungata, una rara boccata di aria fresca dal Washington Post, Foreign Policy e Henry Kissinger

Bene, bene, bene. Compiacersi è sconveniente, soprattutto in pubblico, ma per una volta me lo concederete, vero? Difendendo la versione reale degli eventi in Ucraina ho passato un inverno lungo e solitario, ma finalmente è uscito il sole. Abbiamo un riconoscimento nelle alte sfere che Washington è il vero responsabile di questo pasticcio, il Motore Primo, l’”aggressore” e finalmente questa etichetta è appiccicata su chi se la merita. La NATO, per l’ ennesima volta, ha dimostrato di provocare molti problemi in più di quanti non ne prevenga. Washington, ormai lo si dice apertamente, aveva torto, torto e ancora torto.

Le prese di posizione da segnalare non si occupano dei mezzi di comunicazione, ma io lo farò, e scegliendo le parole con cura. Con poche eccezioni si sono dimostrati falsi, falsi, ancora falsi, non solo facendo da cassa di risonanza per la versione ufficiale dei fatti, ma contribuendo a crearla con zelo di propria iniziativa. Un pro memoria per l’ufficio di Mosca del New York Times: Vicky Nuland, già salita alla ribalta della vergogna per i suoi appetiti sessuali nei confronti dell’Unione Europea, ha già spedito a ciascuno di voi con Fedex delle stellette che potete appiccicarvi in fronte.

Indossatele con orgoglio, visto che domani avrete di nuovo senz’altro il vostro posto in prima linea, dal momento che non avete imparato nulla ed ignorate completamente il senso del ridicolo. Se vi doveste sentire un po’ a disagio, potete dire alla gente che hanno qualcosa a che fare con le festività.

Fine del autocompiacimento. Al lavoro.

Nel giro di pochissimo tempo abbiamo letto diverse analisi degne di nota della crisi Ucraina, analisi basate su un metodo che fa scappare il Dipartimento di Stato a gambe levate: la prospettiva storica. Henry Kissinger, niente meno, in una lunga intervista con Der Spiegel, il settimanale tedesco, mette Washington alla sbarra con attenta crudeltà. Il dott. K. si chiede: “l’ordine mondiale si consegue scatenando il caos o analizzando i problemi?”. Ecco un estratto pertinente:

KISSINGER:  … Ma se l’Occidente è onesto con sé stesso, deve ammettere che sono stati compiuti errori anche dalla sua parte. L’annessione della Crimea non è stata un passo verso la conquista del mondo: non ha niente a che vedere con l’ingresso di Hitler in Cecoslovacchia.

SPIEGEL: E allora cosa è stata?

KISSINGER: Dobbiamo chiederci questo: Putin ha speso decine di miliardi di dollari per organizzare le Olimpiadi Invernali di Soci. Il motivo dominante delle Olimpiadi è stato che la Russia è uno stato moderno legato dalla propria cultura ad un Occidente di cui, presumibilmente, vuole fare parte. E allora non ha senso che una settimana dopo la chiusura delle Olimpiadi, Putin si prenda la Crimea ed incominci la guerra in Ucraina. Dunque ci si deve chiedere: perché è accaduto?

SPIEGEL: Sta cercando di dire che l’Occidente ha almeno una parte di responsabilità nell’escalation?

KISSINGER: Si. Lo sto dicendo. L’Europa e l’America non hanno capito la portata di questi eventi, iniziati con i negoziati aventi ad oggetto i rapporti economici fra Unione Europea ed Ucraina e culminati con le manifestazioni di Kiev. Tutto questo e le sue conseguenze, avrebbero dovuto essere oggetto di un confronto con la Russia. Il che non significa che la risposta Russia sia stata corretta.

Interessante. Cercare capacità analitica o onestà nella Casa Bianca di Obama o nel suo Dipartimento di Stato è un’ impresa disperata, e Kissinger sicuramente lo sa. E allora: lui, come sempre, è un critico sottile. Ma ci sono diversi fattori da esaminare, compito a cui mi accingo:

Primo, notiamo che i rilievi di Kissinger seguono un saggio intitolato: “Perché la Crisi Ucraina è colpa dell’Occidente”. Il sottotitolo è altrettanto diretto: “L’allucinazione liberale che ha provocato Putin”.

Accidenti! E’ il tipo di espressioni che userei io stesso! E, doppio accidenti, per la testata che ha ospitato il saggio: il numero di settembre ottobre di Foreign Affairs, quel fogliaccio radicale pubblicato fra la 68ma Est e Park Avenue, la sede di Manhattan del covo di incendiari noto come Consiglio delle Relazioni internazionali. Infine, per ultima, l’altro giorno è arrivata Katrina vanden Heuvel prendendo posizione sulla pagina delle opinioni del Washington Post’s con “ripensando i costi dell’Intervento Occidentale in Ucraina” nel quale la popolare editrice di The Nation afferma:

“Ad un anno di distanza dalle celebrazioni europee e statunitensi per il colpo di stato di Febbraio che spodestò Viktor Yanukovich, il presidente eletto dell’Ucraina, gli interventisti liberali e neo-conservatori hanno molto di cui rendere conto.–”

Esattamente cosi. Ed ecco un’altra delle osservazioni più significative di vanden Heuvel:

“Il governo statunitense e sistema dei media presentano questa calamità come una favola con una morale: gli Ucraini sono scesi in piazza contro Janukovich perché volevano allinearsi all’Occidente ed alla democrazia. Putin, nel ritratto firmato, fra gli altri, da Hillary Rodham Clinton, è un Hitler espansionista che ha calpestato il diritto internazionale e a cui occorre far “pagare un prezzo salato” per la sua aggressione.

Sono stati inflitti isolamento e sanzioni economiche.

Infine, se i falchi del Senato come John McCain e Lindsey Grahm avranno carta Bianca, l’ Ucraina verrà rifornita di armi per “scoraggiare” l’”aggressione” di Putin. Ma questa ricostruzione distorce la realtà.”

Posso facilmente anticipare i commenti che uno o due lettori assennati potrebbero inserire nel thread: “ma queste sono cose già note. Dove vuoi andare a parare?”

Si, sono tutte cose che sappiamo sin dall’ inzio, grazie a commentatori attenti come Robert Parry e Steve Weissman. Parry, come chi scrive, è un profugo del sistema dei media, uno che non ne poteva più; Weissman, le cui credenziali risalgono al Movimento per la Libertà di Parola, sembra essersi stufato di tutto e si è ritirato in esilio volontario in Francia. Ecco qualcosa che voglio dirgli da mesi: grazie, colleghi. Continuate a tenere duro.

Un altro esponente di questa corrente che deve essere menzionato è Stephen Cohen, l’insigne studioso di cultura Russa di Princetone, il cui saggio, pubblicato su The Nation lo scorso Febbraio ha offerto una prospettiva superba ed ancora utile, una lettura d’obbligo per chi intenda prendere l’Ucraina sul serio e spingersi oltre la propaganda (anche Vanden Heuvel lo ha giustamente notato, omettendo però di dar conto del fatto che Cohen è suo marito: la Polizia Etica ha già ricevuto una segnalazione anonima su questa vicenda).

I corsivi e le analisi di questi signori non hanno certo bisogno dell’autorizzazione della stampa di regime. A chi interessa? Il punto non è questo. I punti, per come la vedo io, sono due.

Primo. Non ho ombra di dubbio che il lavoro dei suddetti e quello di pochi altri come loro sia servito a fare emergere la verità sulla crisi ucraina. Non dimenticatelo. In un sistema in cui le oligarchie politiche sono totalmente deresponsabilizzate verso il corpo elettorale (impensabile anche immaginare il contrario) fornire resoconti precisi e ricostruzioni responsabilmente esplicative (così come usufruirne) è essenziale. Gli storici futuri si uniranno a me nell’ esprimere la loro gratitudine.

Secondo: siamo di fronte ad una indiretta ammissione di fallimento. E’ molto indicativo che il Foreign Affairs e il Washington Post, due bastioni dell’ortodossia, siano oggi disposti a pubblicare quella che in fin dei conti corrisponde ad una resa. Sarebbe ingenuo pensare che questo non rifletta un mutamento di opinione di membri di primo piano dell’oligarchia politica.

Per mesi, durante il penoso svolgersi della crisi, ho pensato che un simile grado di disinformazione fosse alla lunga insostenibile. Dalla registrazione della Nuland in poi la biancheria in vista mentre le braghe calavano era decisamente troppa, per usare una metafora. E ora abbiamo i servitori dello Stato e dei Media con le braghe completamente alle caviglie.

Il pezzo su The Foreign Affairs è firmato da uno studioso dell’Università di Chicago di nome John Mearsheimer, le cui pubblicazioni includono “perché i leader mentono: la verità sulla menzogna nella politica internazionale” e “la lobby israeliana e la politica estera Americana”: questo secondo rappresenta una impresa particolarmente coraggiosa. Lui è qualcosa di simile ad un veggente, e, ci crediate o no, capita di trovare ogni tanto una persona del genere fra gli studiosi.

Mearsheimer ha iniziato sin da marzo a scrivere sul Times opinioni con titoli tipo “Sbagliare in Ucraina”, quando già i giornali erano impegnati a farlo. Nel pezzo di Foreign Affairs attacca vigorosamente l’espansione della NATO, citando un George Kennan nella fase conclusiva della sua carriera, quando il Dott. Contenimento si opponeva strenuamente all’ espansione ad est condotta nel periodo post sovietico ed al completo fraintendimento del suo pensiero da parte dei neo-liberali “non-so-nulla-non-leggo-niente”.

Ecco un breve estratto da Mearsheimer:

… Gli Stati Uniti e i loro alleati Europei condividono la maggior parte delle responsabilità della crisi. La chiave del problema è l’allargamento della NATO, l’elemento centrale di una più ampia strategia per sottrarre l’Ucraina dall’orbita Russa e integrarla nell’occidente. Altri elementi critici presentatisi nel mentre sono stati l’espansione ad est dell’Unione Europea ed il sostegno occidentale del movimento per la democrazia in Ucraina (iniziato con la Rivoluzione Arancione del 2004).

Sin dalla metà degli anni ’90 i governanti Russi si sono opposti con tutte le loro forze all’allargamento della NATO e, negli ultimi anni, hanno messo in chiaro che non sarebbero rimasti alla finestra mentre vicini di importanza strategica si trasformavano in altrettanti bastioni dell’occidente.

Dal punto di vista di Putin, il rovesciamento illegale del Presidente Ucraino, filorusso e democraticamente eletto, rovesciamento che lui ha giustamente descritto come “colpo di stato” è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ha risposto occupando la Crimea, una penisola che temeva avrebbe ospitato una base navale della NATO e lavorando per destabilizzare l’Ucraina fino a che non avesse desistito nei suoi sforzi per unirsi alla coalizione occidentale.

Offro volentieri una bottiglia a Mearsheimer, nel caso il professore passasse nel mio piccolo paese del Connecticut, per l’uso, in Inglese schietto, dell’espressione “colpo di stato”. E’ un pezzo esauriente ed accurato, che merita di essere letto anche se Foreign Affairs non è nel numero delle vostre letture consuete.

Le sue conclusioni, ora che l’Ucraina è in pezzi, la sua economia distrutta, ed il suo tessuto sociale lacerato:

Gli Stati Uniti e i loro alleati Europei si trovano oggi di fronte ad una scelta nella partita ucraina. Possono continuare la loro politica attuale, che inasprirà le ostilità con la Russia e, nel far questo, devasterà l’Ucraina: uno scenario in cui ogni attore uscirà sconfitto.

Oppure possono cambiare registro e creare una Ucraina prospera ma neutral, un anche non minacci la Russia e permetta all’Occidente di normalizzare le sue relazioni con Mosca. In questo modo tutte le parti vinceranno.

Le possibilità che Mearsheimer assista ad un simile cambiamento di strategia politica non sono superiori a quelle che ha Kissinger di trovare onestà e capacità analitica da qualche parte a Washington. Mi auguro che non ci perda troppo tempo.

Per quanto riguarda il dott. K., a novant’anni mi ricorda i vecchi sopravvissuti della rivoluzione maoista, gli ultimi reduci della Lunga Marcia. Nella terza età possono usufruire di una certa immunità, qualsiasi cosa dicano, e per questo motivo ho sempre apprezzato i pochi incontri che ho avuto. La stessa cosa vale per Henry.

E’ possibile che in qualche modo Washington abbia autorizzato l’intervista di Kissinger, così come potrebbe averlo fatto con il pezzo di Foreign Affairs, vista la correzione di rotta alla 68ma Est? Ne dubito. Sapeva che sarebbe uscita? Quasi certamente. Henry, per quanto novantenne, si muove ancora fra le alte sfere politiche.  Le sue critiche sull’Ucraina sono state chiare su questo e su quel versante per molti mesi. E’ interessante, in primo luogo, che C ad un settimanale tedesco. Nessuno nella stampa Americana avrebbe osato maneggiare bordate di quel calibro: non possono, avendo mentito tanto a lungo. E Kissinger ovviamente capisce che i Tedeschi sono ambivalenti (per usare un termine gentile) riguardo all’aggressione di Washington alla Russia.

Ero furioso con Kissinger al tempo in cui lanciavo pietre alla CRS, la polizia antisommossa francese, fuori dall’ambasciata Americana di Parigi, nella primavera del 1970, quando gli Stati Uniti iniziarono a bombardare la Cambogia. E anche oggi non sono dalla sua parte quando sostiene che “la risposta Russa non è stata appropriata”.

Perché no? Cosa avrebbe dovuto fare Putin di fronte alla prospettiva della NATO e della marina statunitense che occupavano una posizione dominante nel Mar Nero? E’ stato “appropriato” quando Kennedy minacciò Khrushchev di scatenare una guerra nucleare durante la crisi dei missili di Cuba? E armare i contras? E deporre Arbenz? E Allende? Mi fermo ancora prima di iniziare.

Ecco qual è il punto, per quanto riguarda Henry. Europeo per formazione, capisce che non si possono ignare in politica gli equilibri di potere (il mio punto di vista, spiegato in un articolo precedente, è di questi equilibri bisogna tenere conto, ma non metterli su un piedistallo: si tratta di realtà spiacevoli cui il nostro secolo, se tutto va bene, imparerà a rinunciare).

Con queste nuove analisi abbiamo superato, nella crisi Ucraina, il momento in cui la gente nella tenda urinava fuori dalla tenda, come si dice. Ho già indicato in passato qual è la lezione che dobbiamo appuntarci. Magari adesso sarà più chiaro a quelli che sollevano obiezioni. Qualunque cosa si possa pensare della Russia sotto Vladimir Putin, oggi come oggi questo è secondario rispetto ad un problema molto più vasto (ed è un affare che riguarda più i Russi di chiunque altro). Si tratta di una nazione non Occidentale che sta tracciando una linea di resistenza contro l’avanzata del neoliberalismo Anglo Americano attraverso il pianeta. Dal mio punto di visto ciò ha una grande importanza.

Alcuni lettori obiettano che Putin gestisce a sua volta un regime neo-liberale. Si tratta senz’altro di una variante di capitalismo poco attraente, sebbene la centralizzazione dell’economia rifletta la strategia elaborata da Putin di fronte all’esigenza di ricostruire urgentemente partendo dal dannato disastro lasciato da Eltsin, il beniamino degli Stati Uniti. Si veda il sopracitato articolo di Stephen Cohen a tal proposito.

Assumiamo come vera, in via puramente ipotetica, questa premessa: la Russia è una compagine neo-liberale. O.K., ma… di novo: questo è un problema russo e i Russi, non gli Americani, lo risolveranno in una maniera o nell’altra, alla fin fine, se vorranno. Quello che ci interessa è che Putin non sta imponendo quel modello in giro per il mondo, insistendo a petto in fuori perché gli altri vi si adeguino. Anche questa è una differenza importante.

Joseph Brodsky scrisse una lettera aperta a Vaclav Havel nel 1994, un tempo in cui l’ortodossia neo-liberale e i suoi evangelisti era già ben annidati a Washington. Il pezzo era intitolato “l’incubo post comunista”. Nell’argomentazione Brodsky era molto critico nei confronti dei “cowboy delle democrazie industriali occidentali” che, sosteneva, “traggono enorme gratificazione morale dall’essere considerati cowboy, in primo luogo dagli Indiani. “Ora tutti gli indiani si metteranno ad imitare i cowboy?” chiedeva il poeta Russo emigrato al nuovo presidente della (a sua volta nuova) Repubblica Ceca.

Vedo la crisi ucraina attraverso queste lenti. Un grande errore è stato finalmente riconosciuto. E’ il momento: invece di lamentarci di Putin e di ciò che ha fatto ad ogni occasione, come cagnolini ammaestrati, è dobbiamo lamentarci di quello che l’America si propone di fare al resto del mondo. Senza limiti.

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