Traduzione a cura di D.D.M. per sakeritalia.it
Articolo apparso su Russia Insider il 6 Dicembre 2014.

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Di “Shellback”

Esperto in: Storia russa, sovietologia, questioni militari, geopolitica, NATO

Bio: “Shellback” è lo pseudonimo di una persona che iniziò a lavorare per la struttura militare della NATO durante gli anni della segreteria di Brezhnev. La sua idea è che la Guerra Fredda non fu poi così divertente tanto da meritare un tentativo di rimetterla in piedi.

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Con l’approvazione di una risoluzione particolarmente aggressiva da parte dalla Casa dei Rappresentanti degli Stati Uniti, andiamo più rapidamente che mai verso la guerra. Perciò quanto segue vi sembrerà abbastanza appropriato. In breve, gli Stati Uniti e la NATO, abituati a vincere facile (almeno nel breve termine, mentre nel lungo termine possiamo difficilmente riferirci agli scenari dell’Iraq, Afghanistan, Libia e Kosovo parlando di “vittorie”) si troveranno ad affrontare un duro risveglio qualora decidessero di intraprendere un confronto militare con le forze armate russe.

Al principio della mia carriera, negli anni ’70, partecipai per parecchi anni alle simulazioni di combattimento. La maggior parte di queste esercitazioni servivano per addestrare gli ufficiali di stato maggiore, ma alcune erano organizzate internamente per mettere alla prova un’arma o una strategia. Lo scenario di solito era sempre lo stesso: noi, la NATO, “i buoni” identificati con il colore blu, venivamo schierati in Germania; ovvero, sul confine est della Germania occidentale. Lì, venivamo attaccati dal Patto di Varsavia, “i cattivi”, di colore rosso (Per inciso, i colori risalgono al primissimo gioco di guerra “Kriegspiel”; quindi nulla a che vedere con il colore preferito dal Partito Comunista).

L’aver fatto parte del personale di controllo per tanti anni mi ha permesso di notare due cose. Naturalmente noi impersonavamo sia la parte dei “rossi” che dei “blu”, ma sarebbe stato davvero interessante prendere in prestito qualche ufficiale sovietico per fargli interpretare il ruolo dei “rossi”. Quello che mi ha sempre affascinato era la rapidità con cui diventavano aggressive le persone che giocavano con i “rossi”. I loro colleghi ufficiali dal lato “blu”, invece, erano di solito molto meno inclini al rischio, agivano più lentamente e con maggior cautela. I “rossi” spesso tiravano dritti e se ne fregavano di perdere un carro armato, o anche un’intera compagnia. Quello che era davvero notevole (l’abbiamo provato in ufficio, per così dire) era che tutto sommato questo tipo di strategia causava meno perdite rispetto all’approccio cauto. L’altra cosa, piuttosto agghiacciante per la verità, era che i “rossi” vincevano sempre. Sempre. E pure piuttosto velocemente.

Sviluppai un grande rispetto per la dottrina di guerra sovietica. Non so se fosse basata su una qualche dottrina tradizionale russa, ma di certo era stata perfezionata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale i sovietici misero in piedi quelle che con ogni probabilità furono le più vaste operazioni terrestri mai condotte. Non c’era nulla di più lontano dalla realtà dell’idea superficiale diffusa in Occidente che i sovietici lanciassero masse di uomini contro i tedeschi fin quando non avessero esaurito le munizioni, per poi farli finire calpestati sotto gli stivali dell’ondata successiva. Una volta che i sovietici ebbero superato i primi indugi, diventarono davvero molto bravi.

La dottrina militare sovietica che potei osservare durante le esercitazioni aveva diverse caratteristiche. La prima cosa che risultava chiara era che i sovietici sapevano bene che la gente viene ammazzata in guerra, e che non c’era posto per le esitazioni; chi esita perde la guerra e alla fine ottiene solo di far ammazzare più gente. In secondo luogo, che là dove si ottengono successi bisogna insistere, mentre bisogna lasciare a se stesse le situazioni in cui le cose non vanno bene.

Viktor Suvorov, un disertore sovietico, scrisse di aver posto spesso un quesito agli ufficiali della NATO: avete a disposizione quattro battaglioni, di cui tre impegnati in un attacco ed uno di riserva. Il battaglione sulla sinistra riesce a sfondare con facilità, quello al centro potrebbe farcela con un po’ di sforzo, mentre quello sulla destra non riesce a muoversi. A quale dei tre andrebbe destinato il battaglione di rinforzo?
Pare che nessun ufficiale NATO abbia mai dato la risposta corretta a questo quesito. Che era: lasciate perdere i battaglioni di destra e di centro, enfatizzate i successi; il quarto battaglione deve andare a dare una mano a sinistra, anzi togliete pure il supporto dell’artiglieria agli altri due e concentratelo sempre sulla sinistra. La dottrina militare sovietica prevedeva la divisione delle forze per scaglioni, o ondate. Nel caso precedente, non solo il quarto battaglione sarebbe andato a supporto di quello di sinistra, ma anche i reggimenti seguenti sarebbero stati mandati in quella direzione. Gli sfondamenti venivano rinforzati e sfruttati con incredibile forza e velocità. Il generale von Mellenthin parla di questo nel suo libro Panzer Battles, quando dice che ogni attraversamento di un fiume da parte dei sovietici va attaccato immediatamente dal difensore con qualunque mezzo a disposizione; qualsiasi ritardo vuol dire solo più sovietici che tentano di nuotare, guadare o farsi trasportare da una riva all’altra. Mandano i rinforzi nei punti in cui riescono a sfondare, sempre e comunque. Il terzo punto era l’incredibile quantità di esplosivi ad alto potenziale che l’artiglieria sovietica era in grado di sganciare su una posizione. A tal proposito, il BM-21 Grad, del quale ho scritto in precedenza, era un’arma davvero eccezionale, ma avevano anche parecchi cannoni.

Un elemento particolarmente importante è che i sovietici non ebbero mai la presunzione di credere di poter disporre di una superiorità aerea totale per l’intera durata di un conflitto. A parer mio il buco più grande nella dottrina militare nella NATO è proprio questa presunzione. La strategia delle forze armate degli Stati Uniti spesso sembra più che altro consistere nell’attesa che l’aviazione tolga dai guai le forze di terra (sarà per questo che le truppe addestrate dagli americani se la cavano piuttosto male contro un avversario ben determinato). D’altra parte, quando mai è capitato agli americani di dover combattere senza alcun supporto aereo se non nelle primissime fasi della Seconda Guerra Mondiale? Gli alleati occidentali poterono operare sia in Italia che al D-Day in Normandia con la certezza che praticamente quasi ogni aereo nei cieli fosse uno dei loro. Questa certezza arrogante non ha potuto far altro che accrescersi negli anni successivi, in cui nel corso di guerre di breve durata l’aviazione non subiva alcuna perdita. I sovietici non si sono mai permessi questo lusso, hanno sempre saputo di dover lottare per la superiorità aerea e di dover operare in condizioni in cui non potevano disporne. E con il Generale Chuikov che “abbracciava il nemico” idearono tattiche che minimizzarono l’efficacia dell’aviazione nemica. L’esercito russo non ha dimenticato quella lezione fino ad oggi, ed è probabilmente questa la ragione per cui la loro difesa antiaerea è così efficiente.

[In caso di un eventuale attacco, oggi, da parte della forza NATO ndt], I comandanti NATO subiranno un devastante shock quando i loro aerei inizieranno a precipitare copiosamente e le perdite monteranno rapidamente verso le migliaia e migliaia. Dopotutto, ci viene fatto notare che le forze di Kiev hanno perso due terzi del loro equipaggiamento contro una milizia dotata solo di una minuscola frazione delle risorse russe, ma con lo stesso stile di combattimento.

Ma ritorniamo alle simulazioni da Guerra Fredda. Le forze della NATO avrebbero subito un attacco di artiglieria devastante oltre ogni immaginazione, unitamente ad un’avanzata, attraverso il fumo e la polvere, di una consistentissima forza di terra. Le unità NATO che fossero state in grado di respingere il primo attacco si sarebbero ritrovate in un momento di pace temporanea sul loro lato del campo di battaglia mentre quelle che avessero subito uno sfondamento sarebbero state immediatamente attaccate da forze tre volte superiori in numero rispetto a quelle della prima ondata, e avrebbero sofferto bombardamenti ancora più intensi. La situazione sarebbe precipitata piuttosto rapidamente.

Non c’è da meravigliarsi del fatto che i sovietici vincessero sempre, come non c’è da stupirsi del fatto che gli ufficiali NATO che giocavano con i “rossi”, seguendo la semplice direttiva di una risoluta spinta in avanti, rinforzando laddove ottenevano successi ed utilizzando tutta l’artiglieria a disposizione per tutto il tempo possibile, avessero sempre la meglio alla fine.

Però non vorrei che pensaste che io stia dicendo che i Sovietici sarebbero “giunti alla Manica in 48 ore”, come erano soliti mettere in guardia i disfattisti. In effetti, i sovietici avevano un grosso tallone d’Achille. Nelle retrovie di tutto questo ci si sarebbe ritrovati in un immenso ingorgo: trasporti di truppe fresche che avviavano i motori mentre i loro comandanti tentavano di farsi un’idea di dove mandarle, migliaia di camion carichi di carburante e munizioni in attesa di attraversare ponti, giganteschi parchi di artiglieria, mucchi di materiale ingegneristico accumulati alla meno peggio e nei momenti meno opportuni. E nuovi convogli in arrivo ad ogni momento. In pratica, il sogno di qualsiasi pilota del reparto di attacco al suolo. La dottrina NATO nominata “Airland Battle”, all’epoca in via di sviluppo, avrebbe di certo contribuito non poco a rimettere le cose in pari. Ma si sarebbe trattato di una guerra distruttiva all’inverosimile, senza nemmeno prendere in considerazione le armi nucleari (che avrebbero di certo trovato il loro posto nel colossale ingorgo di cui parlavamo prima).

Per quanto riguarda invece uno scenario in cui fossero stati i sovietici a difendersi da un attacco (una situazione sulla quale non effettuammo mai simulazioni dal momento che, all’epoca, la NATO era ancora solo un’alleanza difensiva), il modello a cui ci si ispirava era e rimane tutt’oggi la battaglia di Kursk: contenimento dell’attacco con una stratificazione delle linee difensive, poi, al momento giusto, attacco al punto debole con tutte le forze disponibili. Il modello di attacco classico probabilmente sarebbe stato “Tempesta d’Autunno”.

Tutta questa dottrina di guerra, robusta e ben sperimentata sul campo di battaglia, esiste ancora in qualche forma nell’esercito russo. Non ne abbiamo riscontrato traccia nella prima guerra in Cecenia, anzi abbiamo assistito solo ad incompetenza e presunzione. Forse qualcosa nella seconda guerra in Cecenia. Molto di più nella guerra in Ossezia. Oggi è in via di recupero, e la si sta mettendo in pratica a più non posso nelle esercitazioni.

Gli spensierati ufficiali, NATO e non, dovrebbero tenere bene a mente che quella di cui parliamo è una dottrina di guerra che non necessita di una superiorità aerea completa per funzionare, e che tiene conto del fatto che la vittoria può arrivare solo a caro prezzo. Nei fatti, è stata una dottrina di grande successo, alla quale si devono un gran numero di vittorie (certo, non funzionò in Afghanistan, ma non è che l’Occidente sia riuscito a fare di meglio da quelle parti).

Ho seri dubbi che la NATO disponga di qualcosa di paragonabile: certo, hanno sperimentato alcune veloci campagne aeree contro nemici di terza categoria. Ma non hanno nulla del genere.

Anche se, in qualche modo, le atomiche vengono tenute sotto chiave.

Per citare il Feldmaresciallo Montgomery: “La regola numero 1, a pagina 1 del manuale di guerra è: Non marciare su Mosca. Varie persone ci hanno provato: Napoleone e Hitler, e non è una buona mossa. Questa è la prima regola.

(Tra l’altro la sua seconda regola era: “Non portare le truppe di terra a combattere in Cina.” Proprio mentre la politica di Washington sta avvicinando Mosca a Pechino… Ma questa è un’altra storia.)

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