Il 588° Reggimento Bombardamento Notturno nel 1942.

L’Unione Sovietica fu l’unico paese fra gli Alleati della Seconda Guerra Mondiale a permettere che le donne combattessero attivamente tra le file del suo esercito. A migliaia vennero rifiutate quando nel 1941 il loro paese venne attaccato dalle forze naziste, ma in seguito alle tremende perdite subite dall’Armata Rossa la mentalità dei vertici militari cambiò, e le donne iniziarono ad essere accettate in servizio nelle unità combattenti.

Senza contare quelle che si unirono alle forze partigiane, alla fine della Seconda Guerra Mondiale 800.000 donne avevano servito nelle forze armate sovietiche nei ruoli più svariati. Quasi 200.000 vennero decorate, e 89 ottennero il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Anche se all’inizio la maggioranza servì in unità ausiliarie o nel personale medico, in seguito le donne servirono in altri ruoli, dove seppero farsi valere tanto e a volte più dei loro commilitoni uomini: commissari politici, tiratrici scelte, pilote di bombardieri, mitragliere e carriste. Oggi esamineremo la vita di dieci di queste donne, prese come esempio del coraggio e del valore che le donne sovietiche, a discapito di tutto, seppero dimostrare nell’ora più buia del loro paese.

1. Zoja Kosmodem’janskaja.

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Zoja Kosmodem’janskaja.

Una delle eroine russe più riverite, Zoja Kosmodem’janskaja discendeva da una famiglia di sacerdoti nella Chiesa Ortodossa russa. Nacque nel 1923 nel villaggio di Osino-Gaij, vicino alla città di Tambov. Nel 1929, la sua famiglia si trasferì in Siberia per paura delle persecuzioni e nel 1930 si trasferì a Mosca. Zoja si fece notare fin da subito per la spiccata intelligenza, le sue materie preferite erano la letteratura e la musica classica.

La Kosmodem’janskaja si unì al Komsomol nel 1938 e nell’ottobre del 1941, ancora studente delle superiori a Mosca, si offrì volontaria per entrare in un’unità partigiana. Sua madre cercò di dissuaderla, ma fu tutto inutile. Zoja venne assegnata all’unità partigiana 9903. Nel villaggio di Obuchovo, vicino a Naro-Fominsk, la Kosmodem’janskaja e altri partigiani si infiltrarono dietro le linee nemiche ed entrarono nel territorio occupato dai tedeschi, dove iniziarono a minare le strade e tagliare le linee di comunicazione. Il 27 novembre 1941 Zoja ricevette l’incarico di bruciare il villaggio di Petrishchevo, dove era di stanza un reggimento di cavalleria tedesco. A Petrishchevo, Zoja riuscì a dare fuoco alle scuderie e ad un paio di case occupate dai militari tedeschi, ma uno dei suoi compagni che aveva ricevuto lo stesso compito, Boris Krainov, dopo questo primo incendio doloso non attese Zoja e l’altro suo compagno, Vasilij Klubkov, nel luogo di incontro concordato, e se ne andò via da solo. Più tardi, Klubkov fu catturato dai tedeschi e Zoja, dopo aver perso i compagni ed essere rimasta sola, decise di tornare a Petrishchevo e continuare l’incendio doloso. Tuttavia, dopo il primo rogo, le autorità militari tedesche nel villaggio avevano organizzato un raduno di residenti locali, coi quali avevano formato una milizia per evitare ulteriori incendi dolosi. Zoja Kosmodem’janskaja venne catturata da questa milizia, e dopo essere stata arrestata venne interrogata e torturata, ma si rifiutò di fornire qualsiasi informazione. Il 29 novembre venne fatta marciare verso il centro del villaggio con una tavola intorno al collo con la scritta “Piromane” e impiccata.

2. Marina Raskova.

Francobollo dedicato al centenario della nascita di Marina Raskova.

Meglio nota come l’“Amelia Earhart russa”, negli anni ’30 era già una nota pilota e navigatrice. Fu lei a convincere Stalin ad accettare che le donne servissero nell’aeronautica con ruoli attivi, e contribuì a fondare tre reggimenti completamente femminili che durante tutta la guerra eseguirono oltre 30.000 missioni, e dei quali almeno 30 membri ricevettero il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Nata nel 1912, Marina Malinina faceva parte della classe media, e a differenza della maggior parte delle aviatrici sovietiche non mostrò alcun interesse iniziale per laeronautica. Divenne una navigatrice-pilota per puro caso. I suoi genitori volevano che diventasse musicista, e il suo obiettivo era quello di diventare una cantante d’opera. Nel 1919, quando aveva sette anni, suo padre morì per le ferite riportate in un incidente motociclistico. Continuò i suoi studi di recitazione e canto, ma essendo molto severa con se stessa, iniziò a soffrire di stress, perciò decise di abbandonare la musica e di dedicarsi allo studio della chimica al liceo. Dopo la laurea nel 1929, per aiutare la sua famiglia, iniziò a lavorare in una fabbrica di tinture come chimico. Sposò un ingegnere, Sergej Raskov, che incontrò nella fabbrica di tinture, cambiando così il suo nome in Raskova, e con lui ebbe una figlia, Tanja, nel 1930. L’anno successivo iniziò a lavorare nel Laboratorio di Navigazione Aeronautica dell’Accademia dell’Aeronautica come progettista. La Raskova divenne famosa come pilota e navigatrice per negli anni ‘30. Fu la prima donna a diventare navigatrice nell’aeronautica militare sovietica nel 1933. Un anno dopo, iniziò ad insegnare all’Accademia Aeronautica di Žukovskij, anche questo un traguardo raggiunto per la prima volta da una donna. Nel 1935 divorziò e in seguito stabilì una serie di record a lunga distanza. La maggior parte di questi voli record avvenne nel 1937 e nel 1938, mentre insegnava ancora all’accademia aeronautica. Il più famoso di questi record fu il volo del bombardiere convertito Rodina (Patria) il 24-25 settembre 1938, grazie al quale lei e le sue due compagne d’equipaggio, Polina Osipenko e Valentina Grizodubova, ricevettero il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, le prime donne a riceverlo e le uniche a farlo prima della Seconda Guerra Mondiale.

Un Petlyakov Pe-2 col suo equipaggio.

Quando questa scoppiò, c’erano numerose donne che si erano addestrate come piloti, e molte si offrirono immediatamente volontarie. Sebbene non vi fossero restrizioni formali alle donne che prestavano servizio nei ruoli combattenti, le loro domande tendevano ad essere bloccate, a incorrere in beghe burocratiche, ecc. il più a lungo possibile, al fine di scoraggiare le richiedenti. La Raskova usò le sue connessioni personali con Stalin per convincere le forze armate a creare tre reggimenti aerei femminili. In seguito ad un suo discorso dell’8 settembre 1941 che chiedeva il permesso di combattere alle donne pilota, Stalin, l’8 ottobre 1941, ordinò la formazione del 122° Corpo Aereo formato da sole donne, che sarebbero diventate non solo piloti, ma anche personale di supporto e ingegneri. La Raskova ricevette il comando del 587° Reggimento Bombardieri. L’unità ricevette i migliori bombardieri sovietici, i Petlyakov Pe-2, mentre molte unità maschili utilizzavano velivoli obsoleti, cosa che provocò molto risentimento. L’unità eseguì 1.134 missioni, sganciando oltre 980 tonnellate di bombe, e produsse cinque eroi dell’Unione Sovietica. Marina Raskova morì mentre volava su un Pe-2 vicino a Stalingrado il 4 gennaio 1943, quando il suo aereo si schiantò nel tentativo di effettuare un atterraggio d’emergenza sulla riva del Volga, mentre conduceva altri due Pe-2 verso il loro primo aeroporto operativo vicino a Stalingrado. L’intero equipaggio morì. Ricevette il primo funerale di Stato della guerra.

3. Lidija Litvjak.

Lydia Litvyak

Lidija Litvjak.

“Il giglio bianco di Stalingrado”, con un bottino di guerra che varia, a seconda delle fonti, da 5 a 12 abbattimenti, fu la prima donna ad abbattere un aereo, nonché la prima a guadagnarsi la qualifica di “asso”. Lidija Litvjak nacque a Mosca nel 1921 e si interessò all’aviazione in tenera età. A 14 anni si iscrisse a un club di volo, effettuò il suo primo volo in solitaria a 15 anni, e successivamente si laureò alla scuola di volo militare di Cherson. Divenne istruttrice di volo all’Aeroclub Kalinin, e quando scoppiò la guerra contro la Germania aveva già addestrato 45 piloti. La Litvjak tentò di entrare a far parte di un’unità dell’aeronautica, ma venne respinta per mancanza di esperienza. Dopo aver esagerato deliberatamente di 100 ore le sue ore di volo prebelliche, si unì al 586° Reggimento Caccia, creato da Marina Raskova, dove si addestrò sugli Yakovlev Yak-1. La Litvjak eseguì i suoi primi voli di combattimento nell’estate del 1942 nei cieli di Saratov. A settembre, fu assegnata al 437° Reggimento Caccia, un reggimento maschile che combatteva a Stalingrado. Il 10 settembre vi si trasferì, accompagnando il personale di terra femminile al campo d’aviazione del reggimento, a Verchnaia Achtuba, sulla riva orientale del fiume Volga. Ma quando arrivò trovò la base vuota e sotto attacco, così presto si trasferì a Srednjaja Achtuba, la base da dove avrebbe ottenuto notevoli successi. Nel 437° Reggimento Caccia, la Lidija abbatté i suoi primi due aerei, dei Messerschmitt Bf 109 il 13 settembre, tre giorni dopo il suo arrivo e durante la sua terza missione per difendere Stalingrado, diventando la prima donna pilota da combattimento a abbattere un aereo nemico.

La Litvjak rimase nel 437° Reggimento solo per un breve periodo, principalmente perché era equipaggiato con i LaGG-3 anziché con gli Yak-1 che pilotava, e quindi mancavano le strutture necessarie al supporto di questo aereo. Quindi fu trasferita al 9° Reggimento Caccia della Guardia, dove servì dall’ottobre 1942 al gennaio 1943. Nel gennaio del 1943, il 9° ricevette i Bell P-39 Airacobra, e la Litvjak fu trasferita al 296° Reggimento Caccia. Il 23 febbraio venne premiata con l’Ordine della Stella Rossa, promossa tenente e selezionata per poter utilizzare la tattica aerea d’élite chiamata ochotniki, o “caccia libera”, in cui coppie di piloti esperti cercavano obiettivi di propria iniziativa. Per due volte fu costretta ad atterrare a causa di danni riportati in battaglia, e il 22 marzo fu ferita per la prima volta. Il 31 maggio 1943 Lidija abbatté un obiettivo difficile: un pallone da osservazione per l’artiglieria presidiato da un ufficiale tedesco. L’artiglieria tedesca veniva aiutata a correggere il tiro grazie ai rapporti provenienti dal posto di osservazione sul pallone. L’eliminazione del pallone era stata tentata da altri avieri sovietici, ma tutti erano stati allontanati da una fitta cintura protettiva di fuoco antiaereo che difendeva il pallone. La Litvjak si offrì volontaria per abbattere il pallone, ma le venne detto di no. Insistette e descrisse al comandante il suo piano: l’avrebbe attaccato alle spalle dopo aver descritto un ampio cerchio attorno al perimetro del campo di battaglia e al territorio in possesso dei tedeschi. La tattica funzionò: il pallone pieno di idrogeno prese fuoco grazie alle scariche di proiettili traccianti e venne distrutto. Il 13 giugno 1943, Lidija venne nominata comandante del 3° Squadrone del 73° Reggimento Caccia della Guardia, e il 16 luglio 1943 abbatté un bombardiere Ju-88. Durante quell’azione venne nuovamente ferita, ma si rifiutò di prendere un congedo medico. L’1 agosto 1943, la Litvjak non tornò alla sua base di Krasnyj Luch. Era la sua quarta missione del giorno, una scorta ad un aereo da attacco Ilyushin Il-2. Mentre i sovietici stavano tornando alla loro base vicino a Orël, una coppia di caccia Bf 109 si tuffò sullaereo di Lidija Litvjak mentre questa stava attaccando un folto gruppo di bombardieri tedeschi. I testimoni la videro virare per affrontare i caccia, poi i tre aerei sparirono combattendo nelle nuvole. La 21enne aviatrice sovietica non tornò mai più da quella missione.

4. Ekaterina Budanova.

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Ekaterina Budanova.

L’unico altro asso della caccia al femminile, con un bottino che va dai 5 agli 11 abbattimenti a seconda delle fonti, Ekaterina Budanova servì più o meno nelle stesse unità di Lidija Litvjak. La Budanova nacque nel 1916 in una famiglia di contadini nel villaggio di Konoplanka, nell’Oblast di Smolensk. Dopo aver completato la scuola elementare con il massimo dei voti, dovette abbandonare gli studi a causa della morte di suo padre, e iniziò a lavorare come bambinaia. All’età di tredici anni sua madre la mandò da sua sorella a Mosca, dove iniziò a lavorare come carpentiere in una fabbrica di aeromobili. Fu lì che iniziò ad interessarsi all’aviazione, e si unì alla sezione paracadutisti di un aeroclub, ottenendo la licenza di volo nel 1934 e diventando istruttrice nel 1937. Prese parte a diverse parate aeree, volando su un monoposto Yakovlev UT-1. Dopo l’attacco tedesco all’URSS nel giugno del 1941, si arruolò nell’aeronautica e fu assegnata al 586° Reggimento Caccia, che vide azioni di combattimento nella primavera del 1942 nelle retrovie. Nel maggio del 1942, il 586° Reggimento Caccia venne trasferito ad Anisovka, dove fu assegnato alla 144a Divisione Caccia che difendeva gli impianti ferroviari vicino a Saratov, e fu qui che la Budanova prese parte alle sue prime missioni di combattimento. Ma, a causa delle perdite provocate dalla Battaglia di Stalingrado e della mancanza di riserve, l’alto comando sovietico iniziò a trasferire piloti donna scelti nelle unità maschili. Il 10 settembre Ekaterina fu assegnata assieme a Lidija Litvjak al 437° Reggimento Caccia, dove conseguì più di un abbattimento.

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Caccia Yak-1. Su questo aereo Lidija Litvjak e katerina Budanova divennero le uniche due donne asso della storia.

Da ottobre a gennaio del 1943 la Budanova e la Litvijak prestarono servizio nell’area di Stalingrado col 9° Reggimento Caccia della Guardia, un’unità d’élite composta da assi o persone considerate potenziali assi. Inizialmente le due donne volarono insieme, ma poi più spesso volarono separate come gregari di altri piloti. Mentre si trovava nella zona di Stalingrado, ricevette l’ordine di tornare al 586° Reggimento Caccia, ma chiese il permesso di rimanere con il 9° Reggimento Caccia della Guardia assieme alla Litvjak. Il permesso le fu accordato, e rimase con quell’unità per oltre tre mesi. Nel gennaio del 1943 il 9° Reggimento Caccia della Guardia venne riequipaggiato con caccia P-39 Airacobra americani, e la Budanova e la Litvjak si trasferirono al 296° Reggimento Caccia per poter continuare ad operare con i caccia Yak-1. A Ekaterina fu presto concesso il permesso di prendere parte alla “caccia libera”, un onore dato ai piloti più aggressivi e di successo. Il 10 febbraio 1943, vicino a Rostov sul Don, abbatté un Focke-Wulf Fw 190 insieme ad altri piloti, e il 23 febbraio le venne assegnato l’Ordine della Stella Rossa. Nel giugno 1943 la Budanova aveva già diverse vittorie al suo attivo, e operò vicino a Rostov sul Don durante la liberazione del Donbass, che vide pesanti combattimenti aerei. Il 19 luglio 1943 eseguì la sua ultima missione, vicino a Novokrasnovka. Quella mattina partì per una missione di scorta, e nei pressi di Antracyt, nell’Oblast di Lugansk, venne coinvolta in un combattimento con dei Bf 109. Riuscì ad allontanare i suoi avversari, ma il suo aereo fu colpito e prese fuoco. Ekaterina Budanova riuscì a spegnere l’incendio e ad eseguire un atterraggio d’emergenza nella terra di nessuno, ma quando arrivarono degli agricoltori locali a soccorrerla, era già morta. La seppellirono alla periferia del villaggio di Novokrasnovka.

5. Evdokija Bershanskaja.

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Evdokija Beršanskaja.

Evdokija Bershanskaja fu la comandante del 588° Reggimento Bombardamento Notturno, forse la più famosa delle unità femminili dell’aviazione. Nacque il 6 febbraio 1913 a Dobrovolnoe, in quello che allora era l’Impero Russo. Dopo che entrambi i suoi genitori morirono durante la Guerra Civile russa, fu cresciuta da suo zio. Dopo essersi diplomata alla scuola secondaria di Blagodarnyj, nel 1931 si iscrisse alla Scuola per Piloti di Batajsk, dove, dopo essersi qualificata come pilota, dal 1932 al 1939 addestrò altri aviatori, prima di essere nominata comandante del 218° Squadrone Operazioni Speciali e diventare deputata del consiglio comunale di Krasnodar. Prima dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica sposò Piotr Bershanskij, con il quale ebbe un figlio, ma il loro matrimonio andò rapidamente in pezzi. Continuò a usare il cognome Bershanskaja fino a quando non sposò il suo secondo marito, Konstantin Bocharov, dopo la fine della guerra.

Nel 1941, in qualità di pilota con dieci anni di esperienza, la Bershanskaja venne scelta per comandare il 588° Reggimento Bombardamento Notturno, che utilizzava antiquati biplani Polikarpov Po-2. Nel 1943 il reggimento, per il valore dimostrato in battaglia, entrò a far parte della Guardia e venne riorganizzato come 46° Reggimento Bombardamento Notturno della Guardia “Taman’”. In seguito Evdokija venne premiata personalmente con l’Ordine della Bandiera Rossa. Le donne che facevano parte del suo reggimento erano così feroci e precise che i soldati tedeschi iniziarono a chiamarle Streghe della Notte, proprio perché grazie alle loro sortite rendevano impossibile un adeguato riposo notturno. Una tattica utilizzata spesso durante le missioni era portare i motori dei loro aerei al minimo e planare sull’obiettivo prima di sganciare le bombe e riportare il motore alla massima potenza. Nessun caccia tedesco riusciva ad intercettarle, perché i biplani Polikarpov erano così lenti e volavano così basso che i piloti Nazisti, se volevano abbatterli, dovevano rischiare di far finire i loro aerei in stallo e di perderne il controllo ad altitudini fin troppo pericolose. Fino allo scioglimento dell’unità nell’ottobre 1945, il reggimento rimase composto interamente da donne. Collettivamente eseguirono oltre 23.000 missioni e lanciarono oltre 3.000 tonnellate di bombe sulle forze nemiche. Oltre ai 23 membri del reggimento che ricevettero il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, due furono dichiarati Eroi della Federazione Russa dopo la caduta dell’URSS, e uno ottenne il titolo di Eroe Nazionale del Kazakistan. Dopo la guerra, Evdokija Bershanskaja sposò Konstantin Bocharov, il comandante dell’889° Reggimento Bombardamento Notturno, unità che durante la guerra aveva lavorato a stretto contatto con il 46° Reggimento Bombardamento Notturno della Guardia “Taman’”. Al matrimonio parteciparono molti membri dei loro reggimenti. Insieme ebbero tre figlie. Nel 1975 le venne conferito il titolo di cittadina onoraria di Krasnodar. Visse a Mosca, dove morì di infarto nel 1982 e fu sepolta nel Cimitero di Novodevichij.

6. Manshuk Mametova.

Francobollo kazako in onore di Manshuk Mametova.

Prima donna kazaka ad essere premiata col titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, Manshuk Mametova nacque nel 1922 in una regione degli Urali che oggi fa parte del Kazakistan. Figlia di un calzolaio, trascorse la sua infanzia ad Almaty sotto le cure di sua zia Amina Mametova. I suoi genitori in seguito la concessero in affidamento a sua zia e suo zio, che non avevano figli. Durante le Grandi Purghe suo zio adottivo fu arrestato, ma non prima di incoraggiare la Mametova a studiare medicina. Dopo essersi diplomata alla scuola secondaria, studiò infermieristica mentre lavorava presso il Consiglio dei Commissari del Popolo della Repubblica Socialista Sovietica Kazaka come segretaria del vicepresidente. In seguito si iscrisse all’Istituto Medico di Almaty. Dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica cercò di arruolarsi nell’Armata Rossa e dopo essere stata respinta continuò l’addestramento medico e imparò ad usare una pistola. Dopo aver insistentemente chiesto di arruolarsi nell’esercito nonostante fosse stata ripetutamente respinta, alla fine Manshuk fu accettata nell’Armata Rossa nel settembre 1942, per lavorare come impiegata presso un quartier generale dell’esercito, prima di essere mandata a lavorare come infermiera in un ospedale da campo, nonostante la sua richiesta di essere assegnata ad un’unità di fucilieri. Mentre lavorava come infermiera, continuò la sua formazione sull’uso della mitragliatrice Maxim. Dopo che il suo comandante mise alla prova le sue abilità di tiro, la promosse al grado di sergente maggiore e le permise di essere trasferita alla 100a Brigata Fucilieri, spesso definita 100a Brigata Fucilieri kazaka, perché l’86% dei suoi soldati erano kazaki. Durante la guerra non si separò mai dalla sua arma e dopo il battesimo con il fuoco si guadagnò il rispetto degli altri soldati della sua divisione, durante il quale attirò i soldati nemici prima di aprire il fuoco su di loro con la sua mitragliatrice.

Dopo che le forze sovietiche riconquistarono Nevel, iniziò una serie di contrattacchi tedeschi. Il 15 ottobre 1943 la Mametova non si ritirò da una collina strategica assieme al resto della sua unità, e subito iniziarono ad avvicinarsi a lei ondate di soldati tedeschi, che, usando artiglieria e mortai, cercarono di eliminare i tre nidi di mitragliatrice dai quali stava sparando Manshuk. Venne colpita alla testa e messa fuori combattimento, ma riprese conoscenza e continuò a sparare. Un altro soldato del suo reggimento le chiese ripetutamente di ritirarsi con loro, ma si rifiutò e continuò a sparare, dicendo che se avesse smesso di sparare i tedeschi avrebbero solo avanzato di più e avrebbero ucciso tutti. La raffica di bombardamenti e attacchi di mortaio uccise il resto della squadra di mitraglieri che era arrivata brevemente in suo aiuto, quindi spostò la sua arma in una posizione diversa e continuò a sparare ad un’ondata dopo l’altra delle forze della Wehrmacht, infliggendo gravi perdite al nemico. Alla fine Manshuk Mametova fu ferita a morte dal fuoco nemico, ma continuò a combattere fino a che non morì per le ferite riportate. Durante la sua ultima battaglia uccise più di 70 combattenti nemici. I suoi resti furono scoperti dalle forze sovietiche quando riuscirono a espellere le forze tedesche; fu sepolta a Nevel, dove venne installato un monumento dedicato al suo coraggio.

7. Marija Oktjabrskaja.

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Marija Oktjabrskaja.

Prima delle uniche due donne carriste a ricevere il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, Marija Oktjabrskaja nacque nel 1905 in una povera famiglia russa o ucraina nella penisola di Crimea. Prima della Seconda Guerra Mondiale lavorò in una fabbrica di latte, e poi come operatrice telefonica. Nel 1925 sposò un ufficiale dell’esercito sovietico e iniziò quindi ad acquisire interesse per le questioni militari. Fu coinvolta nel “Consiglio delle Mogli di Militari” e fu addestrata come infermiera dell’esercito. Imparò anche ad usare le armi e guidare veicoli. Quando si aprì il fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale, Marija fu evacuata a Tomsk in Siberia. Mentre viveva a Tomsk, apprese che suo marito era stato ucciso combattendo le forze della Germania Nazista vicino a Kiev nell’agosto del 1941. La notizia, che impiegò due anni per raggiungerla, la fece infuriare e decidere di combattere i tedeschi per vendicare la morte di suo marito. Vendette tutti i suoi averi per donare un carro armato all’Armata Rossa, un T-34, che chiese venisse chiamato “Fidanzata Combattente” (“Боевая подруга”) e che le venisse permesso di guidarlo. Il Comitato di Difesa dello Stato accettò. All’epoca la Oktjabrskaja aveva 38 anni. Si iscrisse ad un programma di addestramento per carristi di cinque mesi immediatamente dopo la donazione. Questo era insolito: di solito gli equipaggi dei carri armati venivano mandati direttamente in prima linea con un addestramento minimo. Dopo aver completato la sua formazione, nel settembre del 1943 fu assegnata come autista e meccanico alla 26a Brigata Corazzata della Guardia, parte del 2° Corpo Corazzato della Guardia. Molti dei suoi compagni carristi vedevano tutto questo come una trovata pubblicitaria e uno scherzo, ma questo atteggiamento cambiò quando Marija iniziò a combattere a Smolensk, dove combatté la sua prima battaglia il 21 ottobre 1943. La Oktjabrskaja manovrò il suo carro armato in intensi combattimenti; lei e i suoi compagni dell’equipaggio distrussero nidi di mitragliatrici e pezzi d’artiglieria. Quando il suo carro armato fu colpito Marija, ignorando gli ordini, saltò fuori carro e lo riparò sotto un pesante fuoco nemico. Venne promossa al grado di sergente.

A T-34-85 tank on display at the Musée des Blindés in Saumur, April 2007

Un T-34.

Un mese dopo, il 17-18 novembre, le forze sovietiche conquistarono la città di Novaje Siało nella regione di Vicebsk durante una battaglia notturna. Durante questo attacco, la Oktjabrskaja accrebbe la sua reputazione di abile autista di carri armati. Tuttavia un proiettile di artiglieria tedesco esplose contro i cingoli del suo carro armato, fermando la sua avanzata. Marija e un altro membro dell’equipaggio saltarono fuori per ripararli, mentre altri membri dell’equipaggio fornivano fuoco di copertura dalla torretta. Alla fine sistemarono i cingoli, e il carro armato rientrò nell’unità principale alcuni giorni dopo. Due mesi dopo, il 17 gennaio 1944, la Oktjabrskaja combatté in un altro attacco notturno nell’ambito dell’Offensiva di Leningrado-Novgorod. La battaglia si sarebbe rivelata l’ultima. Ci fu un attacco al villaggio di Šviedy vicino a Vicebsk, e durante la battaglia guidò il suo T-34 contro le difese tedesche e distrusse la resistenza nelle trincee e nei nidi di mitragliatrici. L’equipaggio del carro armato eliminò anche un semovente tedesco. Successivamente, il carro armato fu colpito da un proiettile anticarro tedesco, di nuovo sui cingoli, e rimase immobilizzato. Marija Oktjabrskaja uscì immediatamente dal carro e iniziò a riparare i cingoli, sotto un feroce fuoco di armi leggere e d’artiglieria. Riuscì a riparare i cingoli, ma fu colpita alla testa da frammenti di granata e perse conoscenza. Dopo la battaglia, fu trasportata in un ospedale militare sovietico a Fastiv, vicino a Kiev, dove rimase in coma per due mesi, prima di morire il 15 marzo.

8. Ljudmyla Pavlichenko

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Ljudmyla Pavličenko.

La tiratrice scelta più abile della storia, con 309 bersagli abbattuti Ljudmyla Pavlichenko si guadagnò il soprannome di “Lady Morte” e superò la sua più nota controparte maschile, Vasilij Zajcev, che si “fermò” a 225 centri. Nata a Bila Cerkva (in Ucraina) nell’Impero Russo il 12 giugno 1916, la Pavlichenko si trasferì a Kiev con la sua famiglia all’età di quattordici anni. Ljudmyla si descriveva come un maschiaccio fortemente competitivo nelle attività atletiche. A Kiev entrò a far parte di un club di tiro dell’OSOAVIAKhIM e si trasformò in una tiratrice scelta dilettante, guadagnando il distintivo Tiratore Scelto Voroshilov e un certificato di eccellenza nel tiro. Da adolescente frequentò la scuola serale, e durante il giorno lavorò come smerigliatrice nella fabbrica dell’Arsenale di Kiev. Nel 1932, all’età di 16 anni, sposò un medico di nome Aleksej Pavlichenko e diede alla luce il figlio Rostislav, ma la coppia divorziò non molto tempo dopo il matrimonio. Si iscrisse all’Università di Kiev nel 1937, dove studiò storia, con l’intento di diventare studiosa e insegnante. Mentre frequentava l’università gareggiò nella squadra di atletica dell’università come velocista e saltatrice con l’asta. Si iscrisse anche ad un’altra scuola di cecchinaggio d’élite. Nel giugno del 1941, la 24enne Pavlichenko era al suo quarto anno di studi all’Università di Kiev quando la Germania iniziò la sua invasione dell’Unione Sovietica. Ljudmyla fu tra i primi gruppi di volontari nell’ufficio di reclutamento di Odessa, dove chiese di unirsi alla fanteria. Il reclutatore cercò di indirizzarla a fare l’infermiera, ma lei si rifiutò. Dopo aver visto che aveva completato diversi corsi d’addestramento, finalmente la lasciarono entrare nell’esercito come cecchino. Così fu assegnata alla 25a Divisione Fucilieri dell’Armata Rossa. Lì divenne una delle 2.484 donne cecchino dell’Armata Rossa, delle quali circa 500 sopravvissero alla guerra. Le autorità militari sovietiche iniziarono a convincersi della bontà dell’idea di arruolare donne cecchino perché credevano che avessero arti più flessibili, e fossero più pazienti, più attente a quelle che facevano e più astute degli uomini. Tuttavia, nonostante ricoprisse un ruolo combattente, alla Pavlichenko fu data solo una granata a causa della carenza di armi. L8 agosto 1942 un compagno caduto le avrebbe consegnato il suo fucile Mosin-Nagant Modello 1891, arma d’elezione dei tiratori scelti sovietici durante la Grande Guerra Patriottica. Abbatté i suoi primi due bersagli, e dimostrò ai suoi compagni il suo talento. Descrisse questo evento come il suo “battesimo di fuoco”, perché in seguito divenne ufficialmente un cecchino.

Ljudmyla Pavličenko in trincea nel 1942.

Ljudmyla combatté per circa due mesi e mezzo vicino ad Odessa, dove colpì 187 bersagli. Fu promossa sergente maggiore nell’agosto del 1941, quando raggiunse le 100 uccisioni confermate. Quando le truppe romene catturarono Odessa il 15 ottobre 1941, la sua unità fu ritirata via mare a Sebastopoli, nella penisola di Crimea, dove combatté per più di otto mesi. Lì addestrò quasi una dozzina di cecchini, che durante la battaglia uccisero oltre un centinaio di soldati dell’Asse. Nel maggio del 1942, recentemente promossa Tenente, la Pavlichenko venne citata dal Consiglio dell’Armata del Sud per aver ucciso 257 soldati dell’Asse. Nel giugno del 1942, Ljudmyla fu colpita al volto dalle schegge di un proiettile di mortaio. Dopo il suo ferimento, l’alto comando sovietico ordinò che fosse evacuata da Sebastopoli tramite sottomarino. Era troppo preziosa per perderla, perciò trascorse circa un mese in ospedale e non tornò più sul fronte orientale dopo essersi rimessa. Divenne una propagandista dell’Armata Rossa, e venne destinata ad un viaggio in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada che la portò ad incontrare il Presidente Roosevelt e sua moglie. In seguito ottenne il grado di maggiore, e in virtù di questo fatto non tornò mai più al fronte, venendo destinata all’addestramento dei tiratori scelti fino alla fine della guerra. Nel 1943 ricevette la stella d’oro di Eroe dell’Unione Sovietica e venne premiata due volte con l’Ordine di Lenin. Dopo la guerra si laureò all’Università di Kiev e iniziò la sua carriera di storica. Dal 1945 al 1953 fu assistente ricercatrice presso il quartier generale centrale della marina sovietica, e fu poi attiva nel Comitato Sovietico dei Veterani di Guerra. Durante la sua visita in Unione Sovietica nel 1957, Eleanor Roosevelt andò a farle visita a Mosca. Trovò una donna in continua lotta con la depressione, causata dalla morte del suo secondo marito, Aleksej Klicenko, che aveva sposato in guerra ma era morto poco dopo il matrimonio a causa di un colpo di mortaio. Soffriva anche di sindrome da stress post-traumatico e aveva anche problemi d’alcolismo, tutti fattori che probabilmente contribuirono alla sua morte prematura. Ljudmyla Pavlichenko morì a 58 anni il 10 ottobre 1974 a causa di un ictus, e venne sepolta nel Cimitero di Novodevichij.

9. Aleksandra Samusenko.

Aleksandra Samusenko, 1943.jpg

Aleksandra Samusenko nel 1943.

Nata a Chita (in Siberia) o nel Distretto di  Zhlobin (all’epoca nella Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa) nel 1922, Aleksandra Samusenko era l’unica donna carrista della 1a Armata Corazzata della Guardia. Alcuni affermavano che fosse una veterana della Guerra Civile spagnola, ma lei negò sempre di aver prestato servizio a fianco delle forze Repubblicane. Le notizie certe sul suo servizio militare iniziano con la Guerra d’Inverno (1939-1940) contro la Finlandia, dove combatté come soldato semplice in un reggimento di fanteria. In seguito si qualificò con successo presso l’accademia per carristi e venne assegnata alla 1a Armata Corazzata della Guardia. La Samusenko ricevette l’Ordine della Stella Rossa partecipando alla Battaglia di Kursk, quando il suo equipaggio distrusse tre carri armati tedeschi Tiger. Successivamente Aleksandra partecipò allOffensiva Leopoli-Sandomierz.

A metà gennaio 1945 la brigata corazzata della Samusenko incontrò il sergente dell’esercito americano Joseph Beyrle, che era fuggito da un campo di prigionia all’inizio di quel mese. Beyrle diventò uno dei pochi soldati americani a prestare servizio sia con l’esercito degli Stati Uniti che con l’esercito sovietico nella Seconda Guerra Mondiale, perché alla fine convinse Aleksandra a permettergli di combattere a fianco dell’unità durante il suo viaggio verso Berlino, iniziando così il suo periodo di un mese in un battaglione di carri armati sovietici, dove la sua esperienza nel campo delle demolizioni venne molto apprezzata. Dalla Samusenko seppe che stava combattendo perché suo marito e tutti i suoi familiari erano morti per mano dei Nazisti. Aleksandra Samusenko morì nell’allora villaggio tedesco di Zülzefitz (a 70 Km da Stettino) durante l’Offensiva della Pomerania Orientale. Secondo alcuni venne schiacciata dai cingoli di un carro armato sovietico il cui autista non vide nell’oscurità le persone che lo stavano scortando, secondo altri venne deliberatamente travolta da un semovente tedesco. Fu sepolta a Łobez (Polonia) vicino al monumento al Kaiser Guglielmo I.

10. Roza Shanina.

Roza Shanina.

“Il terrore invisibile della Prussia Orientale”, come la soprannominò un giornale canadese, fu un’altra delle tiratrici scelte più prolifiche della Grande Guerra Patriottica. Roza Shanina nacque il 3 aprile 1924 nel villaggio russo di Edma, nell’Oblast di Arcangelo; aveva sei fratelli, una femmina e cinque maschi, e i suoi genitori adottarono anche tre orfani. Dopo aver terminato la quarta elementare a Edma, la Shanina proseguì gli studi nel villaggio di Bereznik, che distava 13 chilometri da casa sua e doveva raggiungere a piedi. All’età di quattordici anni, Roza, contro il desiderio dei suoi genitori, camminò per 200 chilometri attraverso la taiga fino alla stazione ferroviaria, e viaggiò fino ad Arcangelo per studiare in un collegio locale. Nel 1938, la Shanina divenne membro del movimento giovanile sovietico del Komsomol. Due anni dopo, gli istituti di istruzione secondaria sovietica introdussero le tasse universitarie e il fondo per le borse di studio fu tagliato. Roza ricevette poco sostegno finanziario da casa, e l’11 settembre 1941 iniziò a lavorare all’Asilo n. 2 di Arcangelo, cosa che le diede diritto ad un appartamento gratuito. La Shanina si laureò nell’anno accademico 1941-1942, quando l’Unione Sovietica era sconvolta dalla Seconda Guerra Mondiale. Arcangelo venne bombardata dalla Luftwaffe, e Roza e altri cittadini furono coinvolti nella lotta antincendio e organizzarono veglie volontarie sui tetti per proteggere l’asilo. I due fratelli maggiori della Shanina si offrirono volontari per entrare nelle forze armate. Nel dicembre del 1941 ella ricevette la notizia della morte di suo fratello Michail, 19 anni, deceduto durante l’Assedio di Leningrado. In risposta, Roza andò al commissariato militare per chiedere il permesso di entrare nell’esercito. Nel febbraio del 1942, le donne sovietiche di età compresa tra 16 e 45 anni divennero ammissibili al progetto militare, ma la Shanina non fu arruolata quel mese, poiché il commissariato militare locale voleva risparmiarla dalla leva. Imparò per la prima volta a sparare in un poligono di tiro. Il 22 giugno 1943 Roza fu accettata nel programma Vsevobuch, l’addestramento militare universale. Dopo le numerose domande della Shanina, il commissariato militare le permise finalmente di iscriversi alla Scuola d’Addestramento Centrale per Tiratrici Scelte. Affinatasi con la pratica, Roza ottenne ottimi risultati nella formazione e si qualificò col massimo dei voti. Le venne chiesto di rimanere come istruttrice, ma si rifiutò. Dopo l’importante vittoria nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici organizzarono delle contro-offensive a livello nazionale, e la Shanina il 2 aprile 1944 si unì alla 184a Divisione Fucilieri, dove si era formato un plotone di cecchini femminile separato, della quale fu nominata comandante. Tre giorni dopo, a sud-est di Vicebsk, Roza uccise il suo primo soldato tedesco. Per le sue azioni nella battaglia per il villaggio di Kozyi Gory (Oblast di Smolensk), la Shanina ricevette la sua prima decorazione militare, l’Ordine della Gloria di 3a classe, il 18 aprile 1944. Divenne la prima donna combattente del 3° Fronte bielorusso a ricevere quella decorazione. Tra il 6 e l’11 aprile Roza uccise 13 soldati nemici mentre era sotto il fuoco di artiglieria e mitragliatrici.

Roza Shanina nel novembre del 1944 con indosso una delle uniformi specificamente create per le tiratrici scelte. La giacca cachi di lana era quasi identica a quella a quella maschile, la gonna, sempre di lana, era blu.

Quando iniziò l’Operazione Bagration nella regione di Vicebsk il 22 giugno 1944, fu deciso che i cecchini donna sarebbero stati ritirati. Continuarono volontariamente a sostenere l’avanzata della fanteria, e nonostante la politica sovietica di risparmiare i cecchini dalle grandi battaglie, la Shanina chiese di essere mandata in prima linea. Anche se la sua richiesta venne rifiutata ci andò comunque, e in seguito venne sanzionata per essere andata in prima linea senza permesso, ma non affrontò una corte marziale. Voleva essere assegnata ad un battaglione o una compagnia di ricognizione, arrivando a scrivere due volte a Stalin. Dal 26 al 28 giugno 1944, Roza partecipò all’eliminazione delle truppe tedesche circondate vicino a Vicebsk durante l’Offensiva di Vicebsk-Orsha. Mentre l’esercito sovietico avanzava più a ovest, dall’8 al 13 luglio dello stesso anno, la Shanina prese parte alla battaglia per Vilnius, che era sotto occupazione tedesca dal 24 giugno 1941. I tedeschi furono infine cacciati da Vilnius il 13 luglio 1944. Durante le offensive estive sovietiche di quell’anno Roza riuscì a catturare tre tedeschi. Nell’agosto 1944 l’avanzata delle truppe sovietiche aveva raggiunto il confine con la Prussia Orientale, ed entro il 31 agosto dello stesso anno la Shanina raggiunse le 42 uccisioni. Il mese seguente fu attraversato il fiume Sheshupė e la 184a Divisione Fucilieri divenne la prima unità sovietica ad entrare nella Prussia Orientale. Nel terzo trimestre del 1944, Roza ricevette una breve licenza e visitò Arcangelo. Tornò al fronte il 17 ottobre per un giorno, e in seguito ricevette un certificato d’onore dal Comitato Centrale del Komsomol. Il 16 settembre 1944 la Shanina ricevette la sua seconda onorificenza militare, l’Ordine della Gloria di 2a Classe per l’intrepidità e il coraggio mostrati in varie battaglie contro i tedeschi in quell’anno. Il 26 ottobre 1944 Roza divenne eleggibile per l’Ordine della Gloria di 1a Classe per le sue azioni in una battaglia vicino a Schlossberg (oggi Dobrovolsk), ma alla fine ricevette invece la Medaglia per il Coraggio. Fu tra le prime donne cecchino a riceverla, per il comportamento mostrato durante una controffensiva tedesca il 26 ottobre. Lì alla Shanina, che serviva come assistente del comandante del plotone, fu ordinato di impegnare i cecchini in combattimento. Schlossberg fu infine ripresa ai tedeschi dalle truppe del 3° Fronte Bielorusso il 16 gennaio 1945, durante l’Operazione Insterburg-Königsberg. Il 12 dicembre 1944, un cecchino nemico colpì Roza alla spalla destra. All’inizio l’infortunio sembrò lieve, ma ebbe bisogno di un’operazione e rimase lontana dal fronte diversi giorni. L’8 gennaio alla Shanina venne permesso con molta riluttanza di partecipare ai combattimenti in prima linea. Cinque giorni dopo i sovietici lanciarono un’offensiva in Prussia Orientale che provocò pesanti combattimenti. Il 15 gennaio, viaggiando con la logistica della divisione, Roza raggiunse la città prussiana di Eydtkuhnen (oggi Chernyshevskoe). Diversi giorni dopo rimase vittima del fuoco amico di un lanciarazzi Katjusha, ma durante le operazioni riuscì comunque ad uccidere 26 soldati nemici. L’ultima unità in cui prestò servizio fu la 144a Divisione Fucilieri, con la quale raggiunse il suo totale finale di 59 abbattimenti. Il 27 gennaio 1945 Roza Shanina venne mortalmente ferita mentre faceva da scudo ad un ufficiale dell’artiglieria rimasto anch’esso gravemente ferito. Venne ritrovata sventrata e col torace aperto da una scheggia di proiettile d’artiglieria, ancora viva, ma tutti gli sforzi fatti per salvarla furono inutili. Morì il giorno seguente nei pressi della cittadina prussiana di Richau.

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Articolo di Raffaele Ucci per Saker Italia.

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